Mese: gennaio 2017

Jolanta

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Ero troppo piccolo perché io possa ricordare, oggi, come andarono le cose. Ma io so esattamente come andarono le cose, perché me lo hanno raccontato migliaia di volte.

So che lei era polacca ed era cresciuta in una famiglia socialista e cattolica. So che iniziò prestissimo la sua attività di opposizione alla persecuzione antisemita e per questo fu espulsa per tre anni dall’Università di Varsavia. So che entrò a far parte di una organizzazione clandestina, sotto lo pseudonimo di “Jolanta”.

Jolanta ottenne un lasciapassare nel ghetto come infermiera, con il compito di controllare la diffusione delle epidemie di tifo. I nazisti temevano che l’epidemia si diffondesse anche al di fuori del ghetto.

Jolanta entrava con la sua ambulanza attraverso gli alti cancelli controllati dai soldati. E ne usciva, ogni volta, portando con sé uno o due bambini. A volte li sedava e li nascondeva in grandi sacchi di juta, perchè i soldati credessero che fossero morti. A volte, soprattutto quando erano molto piccoli, li riponeva nel doppio fondo di una cassa per gli attrezzi, adagiata sul sedile anteriore, accanto a quello del guidatore. Aveva un cane con sé, Jolanta. Lo aveva addestrato ad abbaiare ogni volta che  i soldati nazisti si avvicinavano, all’uscita dal ghetto, per coprire l’eventuale pianto dei più piccoli. Ma i soldati nazisti non si avvicinavano mai più di tanto, per paura del contagio. So che io  fui nascosto sommerso da stracci sporchi di sangue e fango, addormentato dall’amorevole iniezione  che  Jolanta mi aveva somministrato poco prima.

L’ambulanza rallentava in prossimità degli alti cancelli all’uscita del ghetto.

Il cuore di Jolanta pulsava all’impazzata.

Gli stivali del soldato che si avvicinava minaccioso, affondavano nella melma fangosa intrisa di pioggia.

Gocce di sudore freddo percorrevano la schiena di Jolanta. Il suo cane abbaiava.

Il soldato sollevava il braccio come segnale che poteva passare.

Il piede di Jolanta spingeva piano l’acceleratore, mentre le gambe le tremavano.

So che l’organizzazione clandestina ci affidava poi a delle famiglie private, o a dei conventi, con documenti falsi e nomi cristiani.

So che Jolanta annotò i nostri nomi su dei bigliettini. Un bigliettino per ciascuno di noi. Con il nome vero e quello falso, perché un giorno potessimo ricongiungerci alle nostre famiglie.

So che Jolanta ripose i bigliettini dentro barattoli vuoti di marmellata, nascondendoli in una buca profonda scavata nel suo giardino. Sotto un albero di melo.

So che Jolanta un giorno fu arrestata dalla Gestapo. Le vennero fratturate entrambe le gambe, ma non rivelò mai il segreto dei barattoli di marmellata pieni di bigliettini.

Non ho più rivisto i miei veri genitori. Quello che so, è  che sono solo uno dei 2.500 bambini salvati da Jolanta, che in realtà si chiamava Irena. Irena Sendler.

E so anche che il melo fiorisce ancora rigoglioso, ogni primavera, là nel suo giardino.

Quello l’ho visto con i miei occhi.

© RitaLopez

(foto presa dal sito: https://it.pinterest.com/pin/367113807096202794/)

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Le “ciungomme” di Gianna S.

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La maestra camminava rigida e severa con i libri stretti al petto, con l’aria di chi aveva paura che qualcuno li rubasse.

La maestra entrava in classe senza sorridere e nell’aula piombava il gelo di mezzanotte.

E mentre saliva sulla pedana della cattedra, la maestra inciampava, facendo cadere i libri per terra e anche gli occhiali.

E Gianna S., che era stata bocciata non so quante volte, e che portava già il reggiseno, seduta all’ultimo banco perché era la più alta, scoppiò a ridere. Tutte ridemmo. A denti stretti, quasi soffocando. Ma ridemmo. Gianna S., invece, rise forte. Non riusciva a trattenersi. E mentre rideva, con la bocca spalancata, si intravedeva la sua ciungomma enorme, rosa, impregnata di saliva, prodigiosamente in bilico sulla sua lingua. Non può essere una sola ciungomma, pensai. Sì, sicuramente erano più ciungomme insieme.

E la maestra la guardò con occhi di ghiaccio e, con un leggero tremolio della bocca, sibilò: “Esci da questa classe”.

E Gianna S. disse: “Ma perché? Hanno riso tutte!”.

Ed era vero. Avevamo riso tutte, anche se  Gianna S. di più. La maestra però guardava lei. Solo lei. E tutte mi sembrarono vigliaccamente sollevate. Miracolosamente liberate da un peso e sadicamente pronte a godersi lo spettacolo.

“Ti ho detto di uscire da questa classe” quasi ruggì la maestra.

Gianna S. si alzò dalla sua sedia, scostando bruscamente il banco.

Aveva il grembiule troppo stretto e troppo corto.

“Ha ragione, non ha riso solo lei”, dissi all’improvviso, alzandomi anch’io.

“Stai zitta. E siediti” fischiò tra i denti la maestra,  fredda come il vento di maestrale che soffia a gennaio sul molo del porto vecchio.

Gianna S., ad occhi bassi, si diresse verso la porta.

Non mi sedetti. La seguii.

Passammo tutta la mattina in sala direzione, a fare palloni enormi con le ciungomme di Gianna S. Tre ciungomme per una in bocca. Ridevamo. E ci facevano male le mascelle.

Palloni enormi. Palloni profumati. Palloni morbidi e rosa.

© RitaLopez

(Foto presa dal sito: http://dopotutto.blog.tiscali.it/2011/12/08/chewing-gum/?doing_wp_cron)