Mese: maggio 2015

Compà Rafaiele

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Non so perché io ed Enza, allora chiamata da tutti Enzù, e che soltanto pochi anni dopo sarebbe diventata Enza la tossica, avessimo preso così a cuore compà Rafaiele.

Sarà stata la tenerezza che ci ispiravano le sue spalle ricurve, quando era intento a riparare le reti, o i suoi occhi velati di cataratta, che per tutta la vita avevano conosciuto  le molteplici  possibilità del mare, in ogni  stagione dell’anno, in tutte le sue mutevoli forme, in tutti i suoi infiniti colori.
Aveva la pelle rugosa, compà Rafaiele, simile alla corteccia di un ulivo saraceno avvezzo al sole cocente d’estate e al vento di maestrale in inverno.

Viveva da solo. Sua moglie era morta tanti anni prima.

Io ed Enzù neanche ce la ricordavamo.

Per me ed Enza, Enzù, insomma Enza la tossica, tutto iniziò come un gioco.

Compà Rafaiele indossava sempre una maglia blu scuro, completamente consunta su entrambi i gomiti, ed un giorno Enza arrivò con un vecchio maglione preso dall’armadio di suo padre, uno di quelli che non metteva più, ma ancora in buone condizioni.

Lo infilammo in una busta di plastica bianca e lo legammo alle maniglie mezzo arrugginite del portone scrostato della casa di Rafaiele.

Fu così che iniziò il nostro gioco.

Non c’era un giorno che non lasciassimo un regalo dietro la porta del vecchio pescatore.

Un pacco di pasta sottratto dalla dispensa di mamma.

Gli spiccioli rubati dal salvadanaio di nonna.

I taralli freschi che zia Marietta mi regalava quando andavo a trovarla.

Un pezzo di focaccia di Ciccillo il fornaio.

E un giorno io ed Enzù vedemmo compà Rafaiele, intento a riparare le reti, che aveva addosso il maglione del padre di Enza. Ci guardammo, con gli occhi che ci brillavano.

E la nostra ricerca di nuovi regali divenne ancora più frenetica.

Il torrone di mandorle più buono del quartiere, fatto dalla mamma di Enza la tossica.

I guanti di pelle che mio padre cercò inutilmente per due giorni interi in tutti i cassetti dell’armadio: “Ma io qua l’avevo messi! Qua!” sbraitava rivolto a mia madre.

La lente di ingrandimento che la maestra riponeva nel portapenne sulla cattedra, perché neanche con gli occhiali ci vedeva più bene.

Ecco, era solo un gioco. Compà Rafaiele, noi giocavamo.

E se tu fossi ancora vivo, adesso, per mettermi l’anima in pace, te lo  direi che non era uno spirito umanitario a portarti  i nostri doni segreti, ma solo un gioco di bambini.

Però, Compà Rafaiele, a noi quel gioco piaceva assai.

E un’altra cosa: io, quella che ero, e la donna inquieta che sono, ed Enza, chiamata da tutti Enzù, e Enza la tossica trovata morta anni dopo sotto il ponte non lontano da casa tua, con  l’ago della siringa ancora in vena, insomma quelle bambine eravamo noi.

Sì, compà: quelle bambine là siamo noi.

©RitaLopez

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Zenobia di Palmira

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Per anni abbiamo combattuto insieme, io e la mia Regina, la bellissima Zenobia, fiera al pari di un’Amazzone, coraggiosa quanto una leonessa.

L’elmo fiammante sulla testa, i capelli acconciati in sottilissime treccine, lunghe fino alla vita, gli occhi di nero carbone, cupi, senza ombra di paura: mi toglievano il fiato.

Abbiamo combattuto fianco a fianco, io e lei.

E l’amavo.

L’amavo per come aveva eliminato l’uomo che era stata costretta a sposare, il re fantoccio che Roma aveva posto a capo della nostra gloriosa Palmira, perché facesse da Stato cuscinetto contro i pericolosi Persiani.

L’amavo per il suo sogno di indipendenza da Roma.

Per la sua visione delirante di un grande Impero d’Oriente, che comprendesse la Siria e poi  l’Egitto e poi l’Asia Minore e poi l’Arabia.

Ero accanto a lei quando infuriava nella battaglia.

Quando conquistava nuovi territori.

Ed ero accanto a lei quando la sera, davanti al fuoco, beveva felice insieme ai suoi soldati.

Sì, l’amavo.

L’Imperatore di Roma fu costretto ad intervenire di persona.

Soggiogò con la forza ed il denaro le tribù locali e sottomise la fiera Zenobia.

Ero ancora con lei quando ne fecero il trofeo più nobile e prezioso, e le legarono i polsi con lunghe catene d’oro.

I suoi occhi di nero carbone, cupi, senza neanche una lacrima, erano fissi sulla nostra città conquistata.

Piangi ora mia Zenobia?

Piangi ora, per la nostra Palmira gloriosa?

Mai, come in questi giorni tristi, io sento di amarti, mia superba Regina Guerriera.

© RitaLopez

 

 

Corri Gaetà, corri!

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Oltrepassavo i binari ricoperti dall’erba della vecchia ferrovia e venivo a prenderti a casa tua.

Pigiavo forte l’indice sul pulsante del citofono. Il suono era talmente forte che potevo sentirlo sotto il tuo balcone spalancato del primo piano.

Si affacciava tua madre con i suoi occhi da assassina e uno strofinaccio tra le mani.

“Che vuoi?” mi urlava.

“Fate scendere Gaetano per favore?”.

Ti sentivo mentre ti precipitavi dalle scale, saltando i gradini a due, a tre alla volta. Il mio naso schiacciato sul vetro del portone chiuso.

Mi sorridevi mentre toglievi il catenaccio al Ciao rosso, legato al palo del cortile.

“Così tardi?” chiedevi.

“Ho dovuto finire i compiti, prima”.

Mi sistemavo dietro il sellino del Ciao, sul ferro freddo e scomodo, che dopo un po’ ti segava le gambe e abbracciavo la tua vita, quasi all’altezza della mia faccia.

“Corri Gaetà, corri!” ti incitavo, mentre sfrecciavamo come due dannati tra le auto in coda, sorpassandole a destra e a sinistra, in uno slalom che sembrava essere questione di vita o di morte.

L’aria tiepida del pomeriggio gonfiava le nostre magliette colorate.

Presto i palazzi della periferia si diradavano e solo quando gli uliveti secolari diventavano più fitti, si preannunciavano le prime ville.

Svoltavi in una strada sterrata, spegnevi il Ciao e lo accostavi sotto un ulivo dal tronco contorto.

Proseguivamo a piedi fino all’ingresso della Villa grande, nascosta dagli alberi di magnolia, e seguivamo la recinzione, fino a giungere nella parte retrostante. Nascosti dai possenti fichi d’India, potevamo intravedere la grande piscina con l’acqua turchese e i bagliori dorati che esplodevano sulla superficie.

Spiavo i fratelli che abitavano lì, un ragazzo e due sorelle più piccole, che facevano il bagno, ogni pomeriggio, nella loro piscina. Guardavo estasiata i  corpi già abbronzati, e i tuffi  dal trampolino, il prato verde smeraldo su cui correvano a piedi nudi, le siepi curate di bosso fitto, il tavolino di vimini con i bicchieri colmi di menta ghiacciata, il patio ricoperto dalla vite americana, l’acqua turchese in cui si tuffavano e da cui riemergevano…

Io guardavo loro, e tu guardavi me, mentre fumavi la mezza sigaretta rubata a tuo padre, che ti eri portato da casa.

“Noi teniamo il mare vero. E il mare vero è meglio”.

Mi giravo e ti fissavo, infastidita, senza crederti.

“Andiamo mò?” mi chiedevi impaziente.

A malincuore mi staccavo dalla terra rossa su cui mi ero accovacciata.

Rimontavamo sul Ciao rosso.
“Madonna mia è tardi! Mò chi lo sente mio padre”, realizzavo guardando l’orologio.

“Corri Gaetà, corri!”.

Sfrecciavamo verso il cuore della città, come due dannati.

L’odore del porto, sempre più intenso, sempre più prepotente, nelle mie narici.

© RitaLopez

 

L’ora del capitone

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Ci accalchiamo attorno al vecchio tavolo di legno, graffiato dal tempo, io e gli altri bambini.

Nonna afferra il capitone per la testa.

Incredibilmente è ancora vivo, completamente stordito dalle lunghe ore passate nel contenitore di terracotta, al buio e quasi senza ossigeno, ma vivo.

Il  corpo lungo e nero antracite sul dorso, quasi bianco nella parte inferiore, lucido e viscido.

Nonna prende un foglio della Gazzetta del Mezzogiorno, lo stropiccia ben bene e si aiuta con quello, per evitare che l’animale le sgusci dalle mani.

Lo tiene fermo sul tagliere con la sinistra, con la destra impugna un lungo coltello e inizia a tagliargli la testa.

La lama del coltello va avanti e indietro, posizionata proprio sotto le fessure branchiali, avanti e indietro, avanti e indietro, i piccoli occhi dell’animale puntati su di me, i miei occhi fissi su di lui, avanti e indietro, sempre più a fondo, il resto del corpo mucoso che si dimena, la muscolatura incredibilmente potente, la coda che sbatte in alto e in basso, producendo un tonfo sordo sul tavolo, la lama che penetra più a fondo, avanti e indietro, avanti e indietro, la Gazzetta intrisa di sangue, la bocca che ancora si apre, posso vedere i denti conici e tutti uguali, e mi manca il respiro, eppure non riesco a staccare gli occhi dalla scena, la mandibola che si allarga, avanti e indietro, e la testa che alla fine si stacca, e la osservo, e qualcosa dentro ancora si muove e palpita.

“Moc, ci iè tèst!” (accidenti quanto è duro!) dice nonna. Si tira su gli occhiali scivolati sulla punta del naso con il dorso della mano sinistra, ed è un attimo.

Il corpo senza testa del capitone guizza di vita propria e balza dal vecchio tavolo di legno.

Tutti noi bambini saliamo rapidi sulle sedie e urliamo e ridiamo con gli occhi spalancati.

“Auanddàtue, Auanddàtue!” (acchiappatelo, acchiappatelo!) urla nonna.

Ma siamo paralizzati dal terrore e dall’eccitazione.

L’animale decapitato striscia sotto il tavolo, gira attorno alle gambe delle sedie, scappa senza meta, ora a destra ora a sinistra, senza sapere dove va, perché non ha più la testa, non ha più gli occhi per vedere, e alla fine si intrufola proprio tra i piedi di nonna.

Lei si china e lo agguanta con le pagine della Gazzetta del Mezzogiorno.

“Disgraziato!” dice.

Lo ripone sul tagliere e riprende il coltello.

Scendiamo uno a uno dalle sedie e ci avviciniamo nuovamente attorno al tavolo.

Guardo la testa staccata del capitone. Non si muove più. Ma i suoi occhi ancora mi guardano.

Le mani di nonna sono piene di sangue e di vita e di violenza e di carezze.

© RitaLopez

 

Cassandra

Roma-2199Big

La strada lastricata di sampietrini grigi scorre veloce.

Hai la testa poggiata sul finestrino del tram che ti porta al lavoro e gli occhi fissi in un punto imprecisato là fuori, anche se non guardi nulla in particolare.

E niente riesce a scrollarti dal tuo sogno visionario: né i sobbalzi del tram, né l’odore rassicurante di caffè appena tostato, né l’alone di vapore che si è formato sul vetro, col respiro caldo che ti viene da dentro.

“Sono stanca” hai detto, ma nessuno ti ha dato retta.

“Mi sembra di camminare sull’orlo di un baratro. Sto per cadere”.

Ma chi vuoi che ascolti Cassandra?

Ogni volta che provi a parlare, con la volontà recondita di esorcizzare i fantasmi che ti ballano nella testa e nel petto, rimani con la stessa sensazione di impotenza di sempre.

La stessa frustrazione di incomunicabilità.

E’ scontato che tu ci sia.

E’ scontato che tu ritorni.

Non hai ancora capito Cassandra, che nessuno vede quello che non vuole vedere?

E’ la tua maledizione: saper riconoscere la realtà.  Ma niente di quello che dici  potrà mai cambiare le cose, se parli a chi non vuole ascoltare.

Nessuno ti crederà Cassandra, se non ha voglia di crederti.

E allora svegliati dal tuo torpore, fallo per te stessa.

Smettila di guardare il mondo attraverso quella finestra silenziosa e fai quello che devi fare.

Ti chiameranno Cassandra la visionaria, Cassandra la pazza, ma che importa?

Tu, mia triste profetessa, per una volta nella tua vita, avrai la soddisfazione di fissarli negli occhi e pronunciare le parole liberatorie: “Ve-l’avevo-detto-io!”.

© RitaLopez