La ninfa del Tevere

Era il 1889 e a Roma si effettuavano i lavori di costruzione del Palazzo di Giustizia, proprio a ridosso del Tevere, quando, scavando, emerse dal terreno impregnato d’acqua, il sarcofago della giovane Crepereia. Un sarcofago come tanti, a dire il vero, ma quando si sollevò il coperchio, la scoperta diventò leggenda. Lo scheletro della ragazza era adagiato all’interno ma il suo teschio era ancora ricoperto da una folta e lunghissima capigliatura che ondeggiava sull’acqua penetrata all’interno durante i secoli. Il volto era girato da un lato, dove giaceva anche la sua bambola.

Ogni ragazza, alla vigilia delle sue nozze, andava a deporre la propria bambola sull’altare della dea Afrodite, come segno della fine dell’infanzia e della propria verginità. Ma Crepereia, che non aveva ancora vent’anni, promessa sposa di Filetus, non lo avrebbe fatto mai. Le sue amiche non le avrebbero mai consegnato il fuso e la conocchia, come si usava, per rimarcare il passaggio alla vita di moglie fedele e devota. Il suo futuro marito, Filetus, non l’avrebbe mai sollevata tra le braccia, per evitare che inciampasse nel varcare la soglia della nuova casa, scongiurando, in questo modo, ogni segno nefasto.

Niente di tutto questo sarebbe accaduto, perché un giorno la morte misteriosa venne a prendere Crepereia. Il suo corpo freddo venne adagiato nel sarcofago di marmo finemente decorato, all’esterno, da un rilievo bassissimo che la raffigurava sul letto, defunta, mentre i genitori la compiangevano.

Al momento della sepoltura sua madre le aveva messo gli orecchini a pendente, in oro e perle, quelli che a lei piacevano tanto e una collana con i ciondoli, formati da piccoli cristalli di berillo. Con le lacrime agli occhi le aveva posato sul capo una coroncina di foglie di mirto, trattenuta da piccoli fiori d’argento. Per ultimo le aveva infilato nell’anulare sinistro l’anello nuziale su cui era inciso il nome di Filetus, l’uomo che avrebbe dovuto sposare.

«Aspettate! Fermi! La sua bambola!» disse qualcuno, prima che la tomba fosse richiusa per sempre.

Posero nel sarcofago anche me, la sua bambola d’avorio, creata dalle mani esperte di un giovane artigiano dagli occhi nocciola e dai capelli neri come la notte: Stenius.

Crepereia non mi lasciava mai. Ero il suo gioco preferito, perché ero una bambola di mirabile fattura, certo. Perché avevo le articolazioni snodate e sembravo muovermi come un essere umano, certo. Ma mi amava più di ogni altra cosa, soprattutto perché era stato Stenius a costruirmi.

Pensava a Crepereia, Stenius, quando stilizzò i miei piccoli seni e modellò il mio ventre.

Pensava a Crepereia quando disegnò il morbido ovale del mio volto. Il naso dritto. La bocca carnosa. Gli occhi intensi e assorti.

Pensava a Crepereia quando incorniciò il mio viso con morbide trecce avvolte sulla nuca.

Queste cose nessuno le sapeva. Solo io custodivo il segreto. Solo io sapevo che le carezze che Crepereia faceva a me, erano in realtà rivolte al giovane di cui era innamorata.

Mi posero dunque vicino alla testa della promessa sposa e chiusero il coperchio del sarcofago. Il suo tonfo cupo fece rabbrividire i presenti.

Ci seppellirono entrambe in una buca profonda, sulle sponde del Tevere.

Ho vegliato su Crepereia per tutto questo tempo. Sono stata la sua bambola fedele, giorno dopo giorno. E, giorno dopo giorno, una goccia del fiume penetrava nel sarcofago. Una goccia dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, fino a che esso si riempì completamente di acqua.

Passarono molti secoli e un giorno degli uomini scoprirono il nostro nascondiglio e aprirono il sarcofago.

Enorme fu lo stupore dei loro occhi quando ci videro.

Crepereia si era trasformata in una divinità fluviale, dai lunghissimi capelli che fluttuavano nell’acqua del sarcofago.

Era diventata una ninfa.

La ninfa del fiume Tevere. La ninfa dai lunghi e morbidi capelli.

***

(Dalla testimonianza dell’archeologo R. Lanciani, presente agli scavi per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, a Roma, nel 1889:

“Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nel quartiere Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi, i quali bulbi avevano messo di preferenza le loro barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra, dove era adagiata una gentile figurina di bambola…”).

© RitaLopez

(Pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno del 29 aprile 2020).

(nella foto: bambola di Crepereia, II sec. d.C., Roma Centrale Montemartini).

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