#Sicilia

La fonte Aretusa

Ti ho sempre amato Aretusa. Sempre. Sin da quando avevi la figura di donna e ti tuffavi nelle acque del fiume che scorre placido nel Peloponneso, là nella nostra Grecia lontana. Ti spiavo nascosto tra gli alberi di salice, mentre galleggiavi sulla superficie dell’acqua. Le braccia aperte. Gli occhi chiusi. I seni splendenti, ricoperti di piccole goccioline brillanti di sole. Ho odiato quel fiume che ti accarezzava le gambe nude, con onde leggere. Ho odiato i pesci argentati che guizzavano tra le tue braccia bianche. E ho odiato le alghe, ardenti di passione, che avevano la fortuna di sfiorarti le natiche sode.

Un giorno ti sei accorta che ti guardavo, pazzo d’amore, completamente perso in te, nella tua bellezza. Hai avuto paura e sei fuggita. Ti ho inseguito nei boschi perché volevo dirti che mi dispiaceva, mi dispiaceva averti spaventato così tanto. Ma tu sei diventata acqua, mutata per sempre in fresca sorgente, e sei scomparsa in una fessura profonda della terra.

Ho pregato gli dei di diventare acqua anch’io, per raggiungerti e fondermi con te, dovunque fossi andata.

E così mi sono trasformato in fiume, mia dolce Aretusa. Sono diventato il fiume Alfeo che scorre nell’antico Peloponneso e ti ho inseguita, disperato, calandomi in quella stessa fessura della terra dove tu eri scomparsa.

Ho percorso cunicoli sotterranei, e strette gallerie rocciose.

Ho seguito il mio corso, sinuoso e penetrante, in quello che tu poco prima avevi percorso.

Ho frugato e violato la terra.

Ho raggiunto le sponde del mar Ionio e l’ho attraversato tutto quanto, passando in un tunnel profondo e senza fine, al di sotto delle acque salate. E poi, finalmente, sono riemerso in superfice per ricongiungermi a te, nell’isola di Ortigia luminosa e assolata.

In te sono sfociato, mia amata Aretusa.

Le mie acque per sempre mescolate e confuse con le tue. Stretti per sempre in un solo abbraccio.

Siamo un’unica fonte d’acqua dolce che il mare salato, che pure ci circonda, non riesce a rendere amara.

© RitaLopez

Il sogno di Polifemo

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Quando voglio farmi del male vengo a spiarti, Galatea, mentre giaci tra le braccia del tuo giovane Aci.

Mi affretto a portare le pecore all’ovile e corro a nascondermi in un posto che solo io so, per spiarti come uno spudorato, mentre ti stai perdendo nei suoi occhi.

E si allarga la ferita nel mio cuore quando ti vedo, così bianca e morbida, offrirti a lui senza ritegno.

Con quegli stessi occhi ti immaginerò aspettarmi la sera, nella mia grande casa sotto l’Etna quando, stanco, farò ritorno dopo una giornata di lavoro.

Ti darò da mangiare il mio formaggio, fatto con il latte migliore.

E mi si trafigge il petto vederti tirare indietro la testa, felice, mentre lui respira sul tuo collo esile.

Con quella stessa felicità ti penserò, intenta a raccogliere giacinti presso l’albero di alloro.

Ti darò da bere il mio vino rosso, fatto con l’uva più succosa di Sicilia.

E quando ti chiederò se hai nostalgia di tuo padre e della tua casa, là in fondo alle onde del mare tu, ridendo, scuoterai la testa.

Il mio dolore è un abisso senza fondo, ma solo così ti sognerò, Galatea, mentre ti avvicini a me, ignorando questo mio orribile occhio che si allarga osceno sulla mia fronte, da una tempia all’altra.

Non mostrerai nessuna paura, nessun disgusto, ma prenderai le mie mani e le poserai sui tuoi fianchi.

E non avrai ribrezzo dei miei baci, ma mi offrirai la tua bocca, accesa e  rossa come i papaveri dei campi.

Allora ti prenderò e ti amerò alla follia e tu riderai di questo ragazzino sciocco e inconsistente, a cui la barba spunta appena sulle guance.

Ti prenderò e ti amerò come un pazzo e ti chiederai come hai fatto, per tutto questo tempo, a credere che quella roba insulsa e melensa di prima fosse amore.

©RitaLopez