#Polifemo

Il sogno di Polifemo

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Quando voglio farmi del male vengo a spiarti, Galatea, mentre giaci tra le braccia del tuo giovane Aci.

Mi affretto a portare le pecore all’ovile e corro a nascondermi in un posto che solo io so, per spiarti come uno spudorato, mentre ti stai perdendo nei suoi occhi.

E si allarga la ferita nel mio cuore quando ti vedo, così bianca e morbida, offrirti a lui senza ritegno.

Con quegli stessi occhi ti immaginerò aspettarmi la sera, nella mia grande casa sotto l’Etna quando, stanco, farò ritorno dopo una giornata di lavoro.

Ti darò da mangiare il mio formaggio, fatto con il latte migliore.

E mi si trafigge il petto vederti tirare indietro la testa, felice, mentre lui respira sul tuo collo esile.

Con quella stessa felicità ti penserò, intenta a raccogliere giacinti presso l’albero di alloro.

Ti darò da bere il mio vino rosso, fatto con l’uva più succosa di Sicilia.

E quando ti chiederò se hai nostalgia di tuo padre e della tua casa, là in fondo alle onde del mare tu, ridendo, scuoterai la testa.

Il mio dolore è un abisso senza fondo, ma solo così ti sognerò, Galatea, mentre ti avvicini a me, ignorando questo mio orribile occhio che si allarga osceno sulla mia fronte, da una tempia all’altra.

Non mostrerai nessuna paura, nessun disgusto, ma prenderai le mie mani e le poserai sui tuoi fianchi.

E non avrai ribrezzo dei miei baci, ma mi offrirai la tua bocca, accesa e  rossa come i papaveri dei campi.

Allora ti prenderò e ti amerò alla follia e tu riderai di questo ragazzino sciocco e inconsistente, a cui la barba spunta appena sulle guance.

Ti prenderò e ti amerò come un pazzo e ti chiederai come hai fatto, per tutto questo tempo, a credere che quella roba insulsa e melensa di prima fosse amore.

©RitaLopez