#padre

Dalla finestra

 

Persiane-Chiuse

Ricordo di essermi alzata dalla scrivania e di avere raggiunto a piedi nudi  la finestra con le persiane verdi, tenute ben chiuse per evitare che, con i raggi del sole, penetrasse nella stanza anche la canicola che toglie il respiro.

Ti ho visto uscire dal portone di casa e percorrere lentamente la strada infuocata.

Portavi una camicia marrone, di cotone, con le maniche corte.

Vene bluastre correvano sul dorso delle tue mani bianche.

Dio quanto sono bianche!, ricordo di avere pensato.

E lì, su tutto quel grigio impietoso dell’asfalto, con la tua ombra nera che ti seguiva stanca, mi sei sembrato così esageratamente solo e triste e malato.

Anche il tuo pallore mi è parso impietoso, così come quell’afa innaturale, come il silenzio assoluto di quel primo pomeriggio di quel giorno d’estate, impietoso come la via desolata, come quell’impietoso quartiere in cui abitavamo, impietoso come la nostra città impietosa, come il mondo intero e la vita baldracca così maledettamente impietosa con te.

Ho considerato per un attimo l’idea di spalancare le persiane verdi e mettermi a urlare dalla finestra:

“Aspetta! Vengo con te!”.

Ma tu hai voltato l’angolo.

Sono tornata a piedi nudi verso la mia scrivania.

Ricordo che un senso d’angoscia m’ha preso alla gola.

© RitaLopez

(Immagine copiata dal sito: luceradente.it/forum/wordpress_it_IT_271/?attachment_id=4627)

 

“Cosa vedi?”

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Era giugno, ricordi?

Mi dissero della morte di tuo padre un pomeriggio di afa soffocante.

Fino a pochi giorni prima ridevamo nella grande piazza di pietra bianca, accecati dalla luce.

Ridevamo ad alta voce insieme agli altri. Eravamo come rondini impazzite nel cielo.

E poi ti ho rivisto un pomeriggio, al calare della sera, seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Fissavi un punto all’orizzonte, le mani in tasca.

Mi sono avvicinata, mi sono seduta accanto a te.

“Cosa stai guardando?” ti ho chiesto, “Cosa vedi? Sembri irraggiungibile”.

“Non posso spiegartelo”, mi hai risposto, continuando a fissare lontano, “ma è spaventoso”.

Avrei voluto prenderti la mano e stringerla, ma mi sentivo inopportuna.

Inopportuna come le rondini che urlavano impazzite nel cielo.

E poi successe anche a me.

A giugno, un mese così bello e così straziante.

Dopo giorni di autolesionismo, mi sono ricordata di te.

Sono venuta a cercarti.

Ti ho trovato al solito posto. Eri seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Gli occhi puntati all’orizzonte, a fissare un punto imprecisato.

Di nuovo mi sono seduta accanto a te.

“So cosa vedi”, ti ho sussurrato con le mie ultime forze.

“E’ spaventoso”.

Senza distogliere lo sguardo dal punto in cui il cielo diventa mare e il mare diventa cielo, mi hai preso la mano.

Le rondini vorticavano e urlavano impazzite sopra di noi.

©RitaLopez

Hegeso figlia di Proxenos

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Passeggiavamo per i vicoli del nostro quartiere malfamato.

Io bambina e tu al mio fianco.

Saltellavo mentre mi tenevi la mano nella tua, così grande, così forte.

“Stai un po’ ferma” mi dicevi sul punto di innervosirti.

Facevo tre passi e poi ricominciavo a saltellare.

E me lo ricordo, me lo ricordo benissimo quando ho visto in una vetrina quella collana che mi piaceva tanto.

Ti ho tirato con la mano, obbligandoti a fermarti. Il mio naso schiacciato sul vetro.

“Me la compri, Pà?”.

“Costa troppo”.

“Dai, per favore”.

“Un’altra volta”.

“Mamma me l’avrebbe comprata”.

Mi hai tirato per il braccio dentro il negozio. Strattonandomi. Facendomi male quasi.

Sono uscita con la collana al collo. Ma mi veniva da piangere.

Mi bruciava sulla pelle, ne sentivo il peso, come se portassi un macigno. E mi vergognavo di me.

Era come averti tradito.

E me lo ricordo, me lo ricordo benissimo che mi hai letto dentro.

E solo come un padre può fare, hai voluto alleviarmi del peso di quel macigno appeso al collo e anche all’anima.

“Gelato?” mi hai chiesto ammiccando.

Ho accennato di sì con la testa, cercando di trattenere le lacrime.

Quella collana la custodisco ancora. Su un ciondolo d’argento, tempo fa, vi ho fatto incidere queste parole: “Hegeso figlia di Proxenos”.

Il desiderio, la vergogna, il dolore, l’amore: mi porto tutto quanto appeso al collo quando la indosso.

Sono ancora Hegeso, figlia di Proxenos. Lo sono sempre stata. Lo sarò sempre.

© RitaLopez