#IrenaSendler

Jolanta

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Ero troppo piccolo perché io possa ricordare, oggi, come andarono le cose. Ma io so esattamente come andarono le cose, perché me lo hanno raccontato migliaia di volte.

So che lei era polacca ed era cresciuta in una famiglia socialista e cattolica. So che iniziò prestissimo la sua attività di opposizione alla persecuzione antisemita e per questo fu espulsa per tre anni dall’Università di Varsavia. So che entrò a far parte di una organizzazione clandestina, sotto lo pseudonimo di “Jolanta”.

Jolanta ottenne un lasciapassare nel ghetto come infermiera, con il compito di controllare la diffusione delle epidemie di tifo. I nazisti temevano che l’epidemia si diffondesse anche al di fuori del ghetto.

Jolanta entrava con la sua ambulanza attraverso gli alti cancelli controllati dai soldati. E ne usciva, ogni volta, portando con sé uno o due bambini. A volte li sedava e li nascondeva in grandi sacchi di juta, perchè i soldati credessero che fossero morti. A volte, soprattutto quando erano molto piccoli, li riponeva nel doppio fondo di una cassa per gli attrezzi, adagiata sul sedile anteriore, accanto a quello del guidatore. Aveva un cane con sé, Jolanta. Lo aveva addestrato ad abbaiare ogni volta che  i soldati nazisti si avvicinavano, all’uscita dal ghetto, per coprire l’eventuale pianto dei più piccoli. Ma i soldati nazisti non si avvicinavano mai più di tanto, per paura del contagio. So che io  fui nascosto sommerso da stracci sporchi di sangue e fango, addormentato dall’amorevole iniezione  che  Jolanta mi aveva somministrato poco prima.

L’ambulanza rallentava in prossimità degli alti cancelli all’uscita del ghetto.

Il cuore di Jolanta pulsava all’impazzata.

Gli stivali del soldato che si avvicinava minaccioso, affondavano nella melma fangosa intrisa di pioggia.

Gocce di sudore freddo percorrevano la schiena di Jolanta. Il suo cane abbaiava.

Il soldato sollevava il braccio come segnale che poteva passare.

Il piede di Jolanta spingeva piano l’acceleratore, mentre le gambe le tremavano.

So che l’organizzazione clandestina ci affidava poi a delle famiglie private, o a dei conventi, con documenti falsi e nomi cristiani.

So che Jolanta annotò i nostri nomi su dei bigliettini. Un bigliettino per ciascuno di noi. Con il nome vero e quello falso, perché un giorno potessimo ricongiungerci alle nostre famiglie.

So che Jolanta ripose i bigliettini dentro barattoli vuoti di marmellata, nascondendoli in una buca profonda scavata nel suo giardino. Sotto un albero di melo.

So che Jolanta un giorno fu arrestata dalla Gestapo. Le vennero fratturate entrambe le gambe, ma non rivelò mai il segreto dei barattoli di marmellata pieni di bigliettini.

Non ho più rivisto i miei veri genitori. Quello che so, è  che sono solo uno dei 2.500 bambini salvati da Jolanta, che in realtà si chiamava Irena. Irena Sendler.

E so anche che il melo fiorisce ancora rigoglioso, ogni primavera, là nel suo giardino.

Quello l’ho visto con i miei occhi.

© RitaLopez

(foto presa dal sito: https://it.pinterest.com/pin/367113807096202794/)