#amore

Lo vuoi un caffè?

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Avevo passato tutta la mattina a lucidare il lampadario impolverato della tua cucina.

Ero scalza sul tavolo ricoperto di fogli di giornale e di tanto in tanto mi passavi lo straccio pulito, dopo averlo sciacquato per bene sotto il rubinetto.

“Statt attìnt, non si cadènn!”

“Non cado, non cado” ti rispondevo.

E una volta finito, pigiavi l’interruttore, per vedere il risultato.

La tua bocca che si distendeva in un sorriso, contagiava anche me.

Sorridevo anch’io.

“Quanta luce! Brav’ a chedda uagnèdd!”

Brava ragazza che sei! dicevi con la testa alzata.

“U uè nu cafè?”

Lo vuoi un caffè?

Scendevo dal tavolo e mi mettevo seduta, mentre riempivi con cura la macchinetta.

La lentezza dei gesti, la pacatezza della precisione.

Ciò che ti rendeva straordinaria, ai miei occhi, era vedere come ogni piccola azione quotidiana, anche la più banale, anche la più semplice, diventasse speciale, unica, solenne, quando a compierla eri tu.

Era così sempre.

Quando cucinavi, quando impastavi la farina sul tavoliere, quando tiravi fuori dalla tasca del grembiule  100 lire perché potessi comprarmi il ghiacciolo alla menta.

Ogni mossa era talmente ricolma di amore, e di gioia di fare, e di fare bene, che assumeva ai miei occhi la magnificenza di una impresa epica.

Stendevi un tovagliolo pulito sulla tavola e vi posavi sopra la tazzina di ceramica con il suo piattino. Quella del servizio buono.

Sorridevi.

La zuccheriera di acciaio lucido e il cucchiaino accanto.

Portavi la caffettiera fumante come un piccolo scrigno prezioso.

La mia ricompensa per il lavoro svolto.

Il premio più ambito per l’opera compiuta.

Ci lasciavamo entrambe con il cuore gonfio di soddisfazione.

Io con la consapevolezza di una nuova ricchezza. Una ricchezza sconfinata. Una ricchezza senza paragoni.

Tu ancora con gli occhi puntati sul lampadario e il sorriso sulle labbra.

© RitaLopez

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Laura e Saverio

Lu pajara

Solo lei e le sue sorelle sapevano del partigiano ferito, nascosto nel pagliaio sotto gli alberi di melo.
Si chiamava Saverio. Era di Bari. Una città lontana. Un posto col mare, dove la gente amava attardarsi, durante le sere d’estate, al porto vecchio, illuminato a festa, a mangiare cozze crude irrorate di abbondante limone e a bere birra ghiacciata.

Saverio diceva che le donne della sua città amavano ridere e quando ridevano diventavano ancora più belle. 

Laura gli portava da mangiare.
Pane, formaggio, vino, roba così. Roba buona di quelle montagne d’Abruzzo.
Doveva andare al pagliaio due volte al giorno,  e poi tornare di filato a casa.
 Così le aveva ordinato sua sorella maggiore.

E invece Laura  si fermava sempre a parlare con lui, un pochino, solo un pochino, e gli chiedeva della sua città di mare e delle donne che amavano ridere, là al porto vecchio nelle sere d’estate.
E Saverio le regalava sempre qualche storia e poi qualche bacio e poi qualche abbraccio, fino a che per Laura stare sdraiata lì nel pagliaio, sotto gli alberi di melo, insieme al suo partigiano ferito, era ciò che di più bello si potesse mai immaginare.
“Vorrei che tu non guarissi mai”, gli disse in un giorno di temporale mentre erano abbracciati nel fieno e la terra odorava di pioggia.
Mesi dopo, quando la guerra era ormai finita e il giovane partigiano era da tempo tornato a casa, nella sua bella città di mare, un giorno che lei piantava insalata e scarola, lo vide spuntare in fondo al frutteto, quello oltre il pagliaio sotto i meli.
Mio zio Saverio, fratello più grande di mio padre, era venuto a prenderla.

© RitaLopez