B. Gli dei. Gli eroi.

La fonte Aretusa

Ti ho sempre amato Aretusa. Sempre. Sin da quando avevi la figura di donna e ti tuffavi nelle acque del fiume che scorre placido nel Peloponneso, là nella nostra Grecia lontana. Ti spiavo nascosto tra gli alberi di salice, mentre galleggiavi sulla superficie dell’acqua. Le braccia aperte. Gli occhi chiusi. I seni splendenti, ricoperti di piccole goccioline brillanti di sole. Ho odiato quel fiume che ti accarezzava le gambe nude, con onde leggere. Ho odiato i pesci argentati che guizzavano tra le tue braccia bianche. E ho odiato le alghe, ardenti di passione, che avevano la fortuna di sfiorarti le natiche sode.

Un giorno ti sei accorta che ti guardavo, pazzo d’amore, completamente perso in te, nella tua bellezza. Hai avuto paura e sei fuggita. Ti ho inseguito nei boschi perché volevo dirti che mi dispiaceva, mi dispiaceva averti spaventato così tanto. Ma tu sei diventata acqua, mutata per sempre in fresca sorgente, e sei scomparsa in una fessura profonda della terra.

Ho pregato gli dei di diventare acqua anch’io, per raggiungerti e fondermi con te, dovunque fossi andata.

E così mi sono trasformato in fiume, mia dolce Aretusa. Sono diventato il fiume Alfeo che scorre nell’antico Peloponneso e ti ho inseguita, disperato, calandomi in quella stessa fessura della terra dove tu eri scomparsa.

Ho percorso cunicoli sotterranei, e strette gallerie rocciose.

Ho seguito il mio corso, sinuoso e penetrante, in quello che tu poco prima avevi percorso.

Ho frugato e violato la terra.

Ho raggiunto le sponde del mar Ionio e l’ho attraversato tutto quanto, passando in un tunnel profondo e senza fine, al di sotto delle acque salate. E poi, finalmente, sono riemerso in superfice per ricongiungermi a te, nell’isola di Ortigia luminosa e assolata.

In te sono sfociato, mia amata Aretusa.

Le mie acque per sempre mescolate e confuse con le tue. Stretti per sempre in un solo abbraccio.

Siamo un’unica fonte d’acqua dolce che il mare salato, che pure ci circonda, non riesce a rendere amara.

© RitaLopez

Annunci

Il sogno di Polifemo

Fontaine_Médicis_Luxembourg.jpg

 

Quando voglio farmi del male vengo a spiarti, Galatea, mentre giaci tra le braccia del tuo giovane Aci.

Mi affretto a portare le pecore all’ovile e corro a nascondermi in un posto che solo io so, per spiarti come uno spudorato, mentre ti stai perdendo nei suoi occhi.

E si allarga la ferita nel mio cuore quando ti vedo, così bianca e morbida, offrirti a lui senza ritegno.

Con quegli stessi occhi ti immaginerò aspettarmi la sera, nella mia grande casa sotto l’Etna quando, stanco, farò ritorno dopo una giornata di lavoro.

Ti darò da mangiare il mio formaggio, fatto con il latte migliore.

E mi si trafigge il petto vederti tirare indietro la testa, felice, mentre lui respira sul tuo collo esile.

Con quella stessa felicità ti penserò, intenta a raccogliere giacinti presso l’albero di alloro.

Ti darò da bere il mio vino rosso, fatto con l’uva più succosa di Sicilia.

E quando ti chiederò se hai nostalgia di tuo padre e della tua casa, là in fondo alle onde del mare tu, ridendo, scuoterai la testa.

Il mio dolore è un abisso senza fondo, ma solo così ti sognerò, Galatea, mentre ti avvicini a me, ignorando questo mio orribile occhio che si allarga osceno sulla mia fronte, da una tempia all’altra.

Non mostrerai nessuna paura, nessun disgusto, ma prenderai le mie mani e le poserai sui tuoi fianchi.

E non avrai ribrezzo dei miei baci, ma mi offrirai la tua bocca, accesa e  rossa come i papaveri dei campi.

Allora ti prenderò e ti amerò alla follia e tu riderai di questo ragazzino sciocco e inconsistente, a cui la barba spunta appena sulle guance.

Ti prenderò e ti amerò come un pazzo e ti chiederai come hai fatto, per tutto questo tempo, a credere che quella roba insulsa e melensa di prima fosse amore.

©RitaLopez

Anteo

ercole-e-anteo-bargello-copia

Ero innamorata di Anteo, il gigante dai piedi per terra. Mi piaceva la sua concretezza, il suo essere sempre “qui e ora”, la sua razionalità.

Non amava le sterili elucubrazioni mentali, lui.

Non amava le menate intellettuali, le speculazioni autocompiacenti e fini a se stesse.

La Madre Terra odorosa di humus, il vino rosso di sangue, la realtà dei nostri corpi e dei nostri sensi: questo era quello in cui credeva.

“I tuoi muscoli, le tue ossa, il tuo corpo, tutto intero, sono la tua casa” mi diceva, mentre raccoglieva una zolla di terreno e  la avvicinava al mio naso.

Inspiravo, chiudendo gli occhi. L’odore dell’erba mi penetrava nelle narici e mi sentivo viva.

Mi sentivo meravigliosamente, biologicamente, chimicamente viva.

Il giorno che Eracle giunse davanti alla grotta, ai piedi del picco roccioso dove Anteo viveva, io mi trovavo là vicino.

Mi nascosi dietro la grande quercia, ad osservare.

Li sentii discutere. E litigare. E poi li vidi uscire furiosi dall’antro oscuro, pronti a combattere.

Avevano entrambi gettato per terra le pelli di leone con cui erano coperti, per avere più libertà nei movimenti.

I corpi avvinghiati. I muscoli pronti ad esplodere. Un groviglio di energie in violentissimo contrasto. Eracle sollevò Anteo, afferrandolo con le forti braccia.

Vidi la faccia del mio gigante impallidire di colpo.

Solo quando toccò nuovamente la terra con i piedi, il suo viso riacquistò colore.

Eracle lo sollevò ancora.

Di nuovo Anteo sembrò perdere immediatamente vigore.

E di nuovo, al contatto col terreno, i suoi muscoli ripresero a gonfiarsi. Il suo sangue riprese a scorrere nelle vene.

Capii all’improvviso che era la terra, la Madre Terra, a dargli la forza.

Anche Eracle lo capì.

Cinse con tutta la potenza possibile la vita di Anteo, strizzandogli quasi le costole e lo sollevò, ancora una volta.

“La cosa più bella e vitale è essere radicati nella propria realtà”. Mi tornavano in mente le parole che mi diceva, quando eravamo sdraiati sotto la grande quercia.

Vidi le sua labbra diventare violacee.

Ripensavo a quando mi sussurrava: “Il nostro corpo, la nostra vita, la Madre Terra”. E capii che non ce l’avrebbe fatta.

Eracle lo adagiò soltanto quando ebbe esalato l’ultimo respiro.

La Terra tremò. Era sua Madre. Sua Madre che piangeva.

© RitaLopez

 

Sibilla

Cuma-Antro-sibilla

Apollo le promise che avrebbe esaudito qualsiasi suo desiderio, se lei fosse diventata la sua amante.

La Sibilla Cumana afferrò una manciata di terra e disse:

“Voglio vivere tanti anni quanti sono i granelli che ho in questa mano”.

Si dimenticò però di chiedere anche l’eterna giovinezza.

I granelli erano mille.

Passarono gli anni e passarono i secoli.

La Sibilla divenne così vecchia e raggrinzita, con il corpo così piccolo e consumato, simile a quello di una cicala, che fu deciso di rinchiuderla in una gabbietta, all’ingresso dell’antro di Cuma.

Trascriveva i suoi vaticini su delle foglie di palma, ma i venti, provenienti dalle 100 aperture dell’antro lungo e misterioso, sollevavano e mescolavano le foglie, rendendo ogni volta estremamente arduo ricomporre esattamente il responso.

Quando un giorno dei bambini le chiesero cosa desiderasse di più, la Sibilla rispose:
“Voglio morire.”

Il suo corpo scomparve.

Di lei rimase solo la voce.

© RitaLopez

Lavinia

12912720_251122575242386_1081182592_n

Su Lavinia troverete scritte solo poche righe.

Di me non si danno descrizioni dettagliate.

Lavinia figlia del re Latino.

Lavinia promessa in sposa a Turno, valoroso re italico.

Lavinia costretta dal padre a contrarre matrimonio con uno straniero, Enea di Troia, per sancire un patto di alleanza.

La guerra da una parte e il matrimonio riparatore dall’altra.

Il fuoco ardente di Turno da una parte e il distacco calcolatore di Enea dall’altra.

Di me, di Lavinia, non saprete mai le parole, perché Lavinia, quando compare, resta in silenzio.

La mia è una figura marginale.

Al margine tra due culture, quella latina e quella troiana.

Al margine di una società retta da uomini.

Della donna Lavinia non conoscerete mai la passione.

Sono solo la vergine che ha garantito la correttezza del processo riproduttivo per il futuro e glorioso popolo romano.

Sono semplicemente la figlia ubbidiente che ha fatto da collante tra due popoli.

Di Lavinia innamorata tra le braccia di Turno, nessuno vi racconterà mai.

Leggerete soltanto della sposa di Enea, dai begli occhi abbassati per la timidezza, dalle guance arrossate per la vergogna e la sottomissione.

Ma una cosa, a voi che siete i miei discendenti,  ve la voglio svelare.

Il mio rossore non era dovuto alla pudicizia verso Enea, come vi è stato raccontato, ma al ricordo dell’amore infuocato con Turno.

©RitaLopez

L’Afrodite di Prassitele

Afrodite_cnidia

“Poserai nuda per me?” chiese lo scultore Prassitele alla cortigiana Frine, dopo che avevano passato la notte insieme.

“E perché mai?” chiese la puttana più famosa e più richiesta di Atene, stiracchiando le braccia e mettendo in mostra i seni strepitosi.

“Gli abitanti di Coo mi hanno chiesto una statua di Afrodite, per il loro nuovo tempio”, rispose Prassitele.

“E vuoi me come modella? Una prostituta per rappresentare una dea?” rise Frine puntandosi l’indice sul petto.

“Voglio te come modella” rispose lui, tornando avido a baciarla.

Agli abitanti di Coo non piacque la statua di culto che avevano commissionato a Prassitele  per il nuovo santuario della dea Afrodite. Rimasero a bocca aperta nel vedere che la dea era rappresentata completamente nuda, una nudità che fino ad allora era stata riservata soltanto alle rappresentazioni maschili. Non se la sentirono davvero di accettare una simile novità e preferirono invece prendere un’altra statua di Afrodite, più tradizionale, che Prassitele aveva nel suo negozio.

Di lì a poco giunsero ad Atene alcuni ambasciatori di Cnido.

Si trovarono a passare dalla bottega del famoso Prassitele. Videro la statua della dea nuda e gli piacque moltissimo.

L’acquistarono e la portarono al loro tempio di Afrodite, a Cnido, che  conquistò, da allora,  fama eterna.

Per secoli schiere di pellegrini devoti venerarono l’immagine della dea, raffigurata in procinto di partecipare al bagno sacro, nelle sembianze della procace e peccaminosa Frine, la meravigliosa sgualdrina.

La veste che mille volte era stata sfilata dalle braccia esperte della cortigiana, era posata delicatamente su un grande vaso, posto di fianco.

Lo sfacciato esibizionismo che faceva impazzire politici, notabili, filosofi e poeti, tradotto in un’apparente insicurezza, appena rivelata dalla flessuosità del corpo.

La seduzione irresistibile del ventre davanti a cui qualsiasi prezzo diventava lecito, pudicamente coperta dalla mano destra.

Il capo dalla chioma sciolta e spettinata che ad ogni amplesso si sollevava lascivo, convertito  in una testa ordinata, dai riccioli sapientemente raccolti dietro la nuca.

Prassitele, il genio, sapeva bene che ogni donna è la sintesi sublime tra la passione sfrontata e irriverente di una lussuriosa e la grazia pudica e composta di una dea.

© RitaLopez

La vera storia di Didone

121096

Hanno fatto di te la donna follemente innamorata dell’eroe leggendario Enea, la regina cartaginese che avrebbe potuto ostacolare la fondazione predestinata di Roma, stabilita dagli dei.

Ti hanno ridotto a sovrana succube della fragilità femminile, quella che la letteratura, da sempre, affibbia alle fanciulle sedotte e poi abbandonate.

Hanno raccontato che è stato facile farti perdere il pudore, che è stato facile venir meno alla promessa fatta al tuo defunto marito,  di non legarti più, mai più, con nessun altro uomo.

Ci hanno restituito l’immagine di una sovrana debole ed insicura, profondamente offesa dall’onta subita, che soffre indicibilmente per il tradimento dell’uomo amato, al punto da  annientare se stessa, fino ad uccidersi.

Ma nei racconti farciti per esaltare i potenti, hanno omesso di dire che tu, Didone, regina che hai fondato  Cartagine nel IX sec. a.C., non avresti mai potuto incontrare Enea le cui vicende, legate alla guerra di Troia, sono antecedenti di più di tre secoli.

Dalla letteratura non commissionata da chi comanda si viene a sapere che tu, Didone,  eri profondamente innamorata di Sicheo, tuo sposo, ucciso dal tuo crudele fratello, Pigmalione.

Nelle versioni tramandate da chi non doveva compiacere Roma, immenso appare il tuo coraggio e la tua risolutezza nello sfuggire al pericolo, quando sei stata costretta a scappare dalla tua patria e a salpare sulle rive di una terra lontana e sconosciuta.

Là, sulla costa settentrionale dell’Africa, hai chiesto al re locale, Jarba, un terreno su cui poter edificare la tua casa.

E Jarba, deridendoti,  ti ha consegnato una pelle di toro dicendo:

“Ma certo! Prendi tanta terra quanta questa pelle riesce a contenere”.

Hai tagliato a striscioline sottilissime la pelle e con esse hai tracciato un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.

Così hai  fondato Cartagine, Didone,  e l’hai resa una città florida e potente.

Jarba si è accorto di averti deriso a sproposito e ti ha chiesto in sposa, giungedo persino a minacciare di muoverti guerra se non avessi accettato la sua proposta.

Ma tu, pur di non venir meno alla promessa fatta al tuo defunto marito, hai preferito conficcarti una lama nel petto.

Nell’Eneide tu, Didone, regina gloriosa e astuta,  guida combattiva,  fondatrice di una città potente, sei sopraffatta dall’immagine di una donna fragile e lamentosa, accecata da una passione esageratamente sconsiderata e da un dolore troppo travolgente.

La figura di Enea, naturalmente, è quella dell’uomo eroico, che ha saputo rinunciare all’amore di una regina per seguire, obbediente, il volere degli dei, esaltare le proprie virtù guerriere, e compiere l’alta missione che il Fato gli aveva assegnato.

© RitaLopez

Tiresia

800px-Johann_Heinrich_Füssli_063

Quando ero molto giovane portavo  le pecore al pascolo sul monte Citerone e in un noioso pomeriggio d’estate, mi imbattei in due serpenti che si accoppiavano.

Ero solo un ragazzo.

Ero solo uno sciocco.

Li separai con un bastone, e la femmina rimase uccisa.

Erano uniti. Ed io li ho divisi.

 

Immediatamente il mio corpo assunse le sembianze di una donna.

Rimasi una donna per sette anni, sperimentando tutti i possibili piaceri che, da donna, si possano provare.

Ma un giorno, tra le rocce, mi capitò di rivedere la medesima scena: due serpenti intenti ad accoppiarsi.

Pensai che se avessi ripetuto gli stessi identici gesti di quel noioso pomeriggio di sette anni addietro, forse sarei ritornato quello di prima.

E difatti, dopo averli divisi, riacquistai le mie originarie sembianze maschili.

Sono stato un uomo. E sono stato una donna.

 

Quando Zeus ed Era, disinibiti dalla dolce ambrosia, intrapresero una discussione su chi, tra maschio e femmina, provasse più piacere, non riuscendo ad accordarsi, decisero di interpellarmi.

“L’uomo gode soltanto una decima parte. Le altre le completa la donna, godendo, quando è innamorata, con tutta quanta l’anima”, questa fu la mia risposta.

Ed ero sincero.

La dea si adirò moltissimo. Avrebbe voluto essere la sola a conoscere quel segreto.

Per questo, furibonda, mi rese cieco.

Avevo la luce negli occhi. Piombai nel buio più profondo.

 

Zeus, impietositosi, per ricompensarmi del danno subito, mi concesse la facoltà di diventare un indovino, l’interprete fedele degli dei.

Ero un vedente che non vede. Sono un vecchio cieco che prevede.

 

© RitaLopez

Cassandra

Roma-2199Big

La strada lastricata di sampietrini grigi scorre veloce.

Hai la testa poggiata sul finestrino del tram che ti porta al lavoro e gli occhi fissi in un punto imprecisato là fuori, anche se non guardi nulla in particolare.

E niente riesce a scrollarti dal tuo sogno visionario: né i sobbalzi del tram, né l’odore rassicurante di caffè appena tostato, né l’alone di vapore che si è formato sul vetro, col respiro caldo che ti viene da dentro.

“Sono stanca” hai detto, ma nessuno ti ha dato retta.

“Mi sembra di camminare sull’orlo di un baratro. Sto per cadere”.

Ma chi vuoi che ascolti Cassandra?

Ogni volta che provi a parlare, con la volontà recondita di esorcizzare i fantasmi che ti ballano nella testa e nel petto, rimani con la stessa sensazione di impotenza di sempre.

La stessa frustrazione di incomunicabilità.

E’ scontato che tu ci sia.

E’ scontato che tu ritorni.

Non hai ancora capito Cassandra, che nessuno vede quello che non vuole vedere?

E’ la tua maledizione: saper riconoscere la realtà.  Ma niente di quello che dici  potrà mai cambiare le cose, se parli a chi non vuole ascoltare.

Nessuno ti crederà Cassandra, se non ha voglia di crederti.

E allora svegliati dal tuo torpore, fallo per te stessa.

Smettila di guardare il mondo attraverso quella finestra silenziosa e fai quello che devi fare.

Ti chiameranno Cassandra la visionaria, Cassandra la pazza, ma che importa?

Tu, mia triste profetessa, per una volta nella tua vita, avrai la soddisfazione di fissarli negli occhi e pronunciare le parole liberatorie: “Ve-l’avevo-detto-io!”.

© RitaLopez

Circe

640px-Circe_Offering_the_Cup_to_Odysseus

Conoscevo le proprietà e gli effetti medicamentosi di ogni singola pianta, foglia, radice.

Sapevo dosare e combinare le erbe, perché io ero Circe, l’esperta dei farmaci.

Ma ero anche Circe dalla bellezza prorompente e seduttrice,

la donna consapevole del proprio potere incantatore,

pericolosa creatura che offriva da bere agli uomini i suoi  filtri e i suoi intrugli, capaci di curare, sì, ma anche di rivelare la loro natura più intima.

Offrivo loro da bere ed ecco che alcuni si trasformavano in coraggiosi leoni, altri in cani fedeli, altri ancora in timide pecore o viscidi ratti.

E poi sei arrivato tu Ulisse, con i tuoi amici spocchiosi, che mi guardavano con occhi umidi e lascivi e una sola idea nella testa.

Ho offerto da bere anche a loro e si sono tramutati in porci.

I miei filtri non sbagliavano mai.

Ma tu, Ulisse, tu eri furbo.

Ti eri procurato l’antidoto alle mie pozioni, eppure, la tua astuzia non è servita a soggiogarmi.

E mi sono divertita un mondo a vedere la tua faccia di maschio turbato, quando sono stata io a chiederti di giacere con me.

Le donne che decidono fanno paura.

Le donne che prendono l’iniziativa sono un pericolo.

E quando mi sono resa conto che mai  avresti  compreso che non mi interessava né la fedeltà coniugale, né il silenzio accomodante delle vostre donne, esasperata, annoiata, ti ho lasciato andare.

Vai Ulisse, parti pure e non farti vedere più.

Sapevo benissimo, già da allora, che tu saresti stato ricordato per sempre come l’eroe eccelso, ed io come la strega scellerata, la maga pericolosa e incantatrice.

Circe la maga.

Ma davvero pensavi che mi importasse qualcosa?

Non mi è mai importato. E ancora non m’importa.

© RitaLopez

Andromeda

330px-Paul_Gustave_Dore_Andromeda

Sono nata con un destino di merce di scambio appiccicato addosso.

Andromeda dalla bellezza inaudita,

Andromeda il capro espiatorio,

invidia delle donne e oggetto di desiderio degli uomini.

Sono il termine di paragone insuperabile,

la ragazza amabile, bella più delle Ninfe,

colei che deve pagare,

colei che deve riparare la colpa.

Sono il pegno del riscatto,

l’agnello sacrificale,

la vacca da mungere senza mai ricevere un grazie,

perché è scontato che io debba patire la pena.

Sono l’oggetto di scambio per salvare un paese strafottente dall’insidia del mostro,

sono la cavia legata ad una roccia a strapiombo sul mare,

il pasto alla portata di tutti, senza neanche il diritto ad avere pudore.

Sono il premio per l’eroe coraggioso che viene ad uccidere il mostro,

il trastullo di tutte le sue future voglie notturne,

il trofeo glorioso di cui vantarsi con gli amici ubriachi.

Il mostro marino sanguina dalla gola trafitta,

mi guarda mentre il mio salvatore mi porta via con sé,

gonfio d’orgoglio.

Addio unico amico di notti solitarie,

addio unico consolatore di pianti,

addio dispensatore di carezze.

©RitaLopez

Marco Curzio

A volte gli dei provocano gli uomini, per sfidarli, per stuzzicarli, o semplicemente perché si annoiano a morte.

E forse si annoiavano a morte anche quel giorno del 362 a.C. quando, nel bel mezzo del foro romano, si aprì una voragine senza fondo. Una voragine nera e spaventosa.

I cittadini, costernati, guardavano la profonda ferita che deturpava la loro piazza più bella e che sembrava allargarsi, ora dopo ora, sotto i loro occhi.

Guardavano e si sentivano impotenti.

A volte gli dei si divertono a spiare le reazioni degli uomini. Forse fanno scommesse sul probabile svolgimento degli eventi, sbattendose altamente delle paure, delle angosce, del dolore che possono provocare.

Venne chiesto il parere dei sacerdoti e i sacerdoti interpretarono il mostruoso baratro come un segno di sventura, una maledizione che avrebbe inghiottito tutto il foro, per poi espandersi alla Subura e all’Argileto, al Campo Marzio e all’isola Tiberina, fino a fagocitare tutta quanta Roma, a meno che…

A meno che i Romani non avessero gettato nell’orrida voragine quanto di più prezioso possedessero.

A volte gli dei dimenticano che tra la massa di uomini e donne senza personalità, senza fegato, senza passioni,  può celarsi una scintilla eroica, una scheggia impazzita, la piccola boccia rossa che fa cambiare traiettoria al resto delle palle da bigliardo, mettendo in discussione tutto quello che si riteneva certo e inevitabile.

Marco Curzio sapeva benissimo quale è il bene più prezioso, il bene supremo.

E’ il coraggio.

La folla assiepata lo vide correre al galoppo sul suo cavallo nero, vestito della sua armatura dorata, il tondo scudo al braccio sinistro e la lancia ben salda nella mano destra.

Neanche un attimo di esitazione sul volto.

Neanche un attimo di paura.

Marco Curzio si lanciò nella voragine.

A volte gli dei diventano piccoli e miseri di fronte alla grandezza di certi uomini e di certe donne.

A volte gli dei devono ritirarsi ad occhi bassi, con la coda tra le gambe. E quel giorno del 362 a.C. fu così.

La voragine si richiuse all’istante.

Quel posto è ancora lì, nel foro romano.

Si chiama Lacus Curtius.

© RitaLopez

 

Achille e Pentesilea

1394046_175316229327118_406839958_n

“Era dunque il dodicesimo giorno e Pentesilea, regina delle Amazzoni, si scagliò contro Achille, tenendogli testa.”

Era al suo fianco, da sempre, combattendo in silenzio, come sanno combattere in silenzio alcune donne, al fianco di uomini che non vedono, di uomini che non sentono, di uomini pieni soltanto di sé.

Era al suo fianco, fedele come sanno essere fedeli alcune donne, tenaci, determinate, salde come roccia, che non cedono di un passo, anche a costo di farsi male, anche a costo di ferirsi.

Era al suo fianco, giorno dopo giorno, anno dopo anno, senza mai essere notata, senza mai ricevere una ricompensa, un riconoscimento, qualcosa che assomigliasse anche lontanamente ad un “grazie”.

“La leggenda vuole che Achille ne scoprisse la bellezza quando, colpitala a morte, le cadde l’elmo, e furono così svelati i bei tratti del volto. Neppure la Morte aveva scalfito la sua bellezza.”

Si accorse di quanto la amava nel momento in cui lei lo abbandonò per sempre.

Si accorse del vuoto incolmabile lasciato dalla sua presenza ingombrante e silenziosa.

Aveva l’amore a portata di mano e non se ne era mai accorto.

Aveva una casa con fondamenta solide di pietra,

un approdo sicuro dopo ogni naufragio,

il calore accogliente del fuoco del camino

e non lo sapeva.

Fu preso da sgomento.

L’eroe possente, invincibile, quintessenza della mascolinità e del coraggio, si piegò sulle ginocchia e pianse come un bambino.

Lacrime copiose, inconsolabili. Lacrime inutili.

© RitaLopez

Calipso

800px-Arnold_Böcklin_008

Si narra che sia stata io a trattenerti con me, per sette lunghi anni.

Ma tu lo sai che non è vero.

Tu lo sai come è andata.

Eri un naufrago alla deriva, approdato sul mio corpo e  sulle spiagge bianche della mia isola, dopo aver attraversato  la disperazione del mare  e dell’anima in tempesta.

Ti ho visto stremato sulla riva e  ti ho dato da mangiare e da bere.

Ti ho ospitato nella mia grotta, ti ho offerto il mio giaciglio, ti ho sommerso di carezze.

Si narra che io abbia cercato di persuaderti a rimanere con me, offrendoti in cambio l’immortalità.

Ma tu lo sai che non è vero.

Tu lo sai quanto ti piaceva passeggiare con me sotto i pioppi bianchi, nel buio della sera, mentre i gufi ci osservavano dai rami alti.

Ti piaceva addormentarti mentre mi cingevi forte la vita e l’aria era piena del profumo dei narcisi.

Si narra che Ermes sia venuto da me un giorno, ad ordinarmi di lasciarti andare.

Ma tu lo sai che non è vero.

Ti eri solo  stancato delle mie carezze.

Ti sorprendevo a volte, seduto sulla spiaggia, a fissare malinconico il mare. Ed ero triste per te. E per me.

Sono io che ti ho lasciato andare Ulisse. Nessuno me l’ha imposto.

Ti ho aiutato a costruire la tua zattera, ti ho procurato le provviste per il viaggio e non ho mai  cercato di trattenerti.

Perché ti amavo.

Tu mi hai congedato con un bacio, hai aspettato il vento favorevole e sei partito senza più voltarti.

Calipso è stata solo una parentesi. Un’avventura da raccontare ai tuoi amici, ubriachi di vino, davanti al fuoco nelle sere d’inverno.

Tu invece sei la ferita che non si rimarginerà più.

La cicatrice indelebile.

Il dolore mai più mitigato.

© RitaLopez

Aletis, la festa dell’altalena

aiorafestival_greek-vase

C’era un pastore ad Atene, di nome Icario.

Dioniso gli aveva rivelato il segreto per fare il vino ed Icario fece assaggiare il nettare meraviglioso agli altri pastori.

Ma questi, inebriati dalla strana bevanda, credendo di essere stati avvelenati, lo uccisero.

Aveva anche una figlia Icario. Erigone si chiamava.

Quando la ragazza non lo vide tornare, si mise a cercarlo dovunque.

Vagò nei campi attorno ad Atene e alla fine trovò il cadavere del suo adorato padre sotto un grande albero.

Erigone, per il dolore, prese una corda e si impiccò ad un grosso ramo. Il suo corpo dondolava come una canna al vento.

Avanti e indietro. Avanti e indietro.

Dioniso per punire i pastori, colpì l’Attica con una terribile pestilenza.

Un morbo infame spingeva tutte le fanciulle ad impiccarsi ai rami degli alberi.

Fu così che per placare l’ira di Dioniso fu istituita la festa dell’altalena, le Aletis, dal greco alèin, che vuol dire errare, dondolare, vagare.

Le ragazze dondolavano appese ai rami degli alberi, legate a delle corde, in onore di Erigone.

Avanti e indietro. Avanti e indietro.

E, da allora, ogni volta che una bambina sale sull’altalena e inizia a dondolare forte, fino a toccare il cielo con le gambe, la “vertigine” la prende allo stomaco.

Per un attimo, un solo attimo, la “vertigine” la strappa dal mondo del razionale e la lancia nell’imponderabile, nell’inafferrabile.

Per un attimo, un solo attimo, le ragazze danno uno sguardo a quello che c’è “oltre”.

Per un attimo, un solo attimo, tutte le fanciulle su un’altalena, sospese nell’aria, sanno cosa è l’estasi.

Avanti e indietro. Avanti e indietro.

L’altalena salvò le ragazze dal suicidio.

Forse è per questo che nel momento in cui una donna oscilla pericolosamente e si trova all’apice di un vortice, il suo lato più giocoso ed erotico e liberatorio e creativo, può esplodere inaspettatamente, rendendola così bella, così magica, così speciale.

©RitaLopez

 

Narciso

220px-Michelangelo_Caravaggio_065

Mi accorsi di lui alla fine d’inverno, in un giorno di tiepido sole.

Ero nei boschi e mi ero perso.

Ho visto il suo volto riflesso nell’acqua della fonte e l’ho amato dal primo istante.

Ho amato con tutto me stesso i suoi occhi di brace e la sua pelle d’avorio.

Ho amato più di me stesso le sue labbra di fuoco e le sue guance levigate.

Ma ogni volta che allungavo la mano sulla superficie dell’acqua, per accarezzarlo, lui svaniva nel tremolio delle onde leggere, per poi ricomparire quando l’acqua tornava a fermarsi.

E più il mio amore si faceva struggente, più dimenticavo il lento passare dei giorni, e con essi la fame e  il sonno e la sete.

Ho capito chi fosse soltanto quando la Morte è venuta a prendermi.

Ho capito chi fosse quando anche lui ha iniziato a reclinare il capo, sfinito, come me.

Smorto in viso, come me.

Rassegnato ad abbandonarsi per sempre. Come me.

Ero io, nient’altro che il riflesso di me stesso. Di Narciso.

Ero stato folle d’amore e di passione per me, soltanto per me.

Quando ho oltrepassato il fiume Stige  insieme alla Morte, per raggiungere l’Ade, ho rivisto per un istante il suo riflesso che mi guardava dalle acque nere.

Il riflesso di chi avevo amato, il riflesso di me stesso.

Solo allora mi ha parlato e mi ha detto spezzandomi il cuore:

“L’amore che dà vita, e altro amore, e altra vita, è solo quello che viene condiviso”.

E poi è svanito per sempre.

© RitaLopez

 

Leda

Leda-greek-mythology-16652556-1347-1000

“Se pensi di conquistarmi solo perchè sei ricco e potente, hai sbagliato donna, amico”.

Così disse Leda al re degli dei.

“La tua strafottenza, il tuo sentirti infallibile, la tua sicurezza boriosa mi stanno sui nervi”.

Proprio così disse la splendida Leda al tronfio dio barbuto.

Persino le foglie sui rami degli alberi smisero di frusciare, temendo la reazione del dio possente.

Zeus era furioso. Andò via come un bisonte bastonato.

Per settimane intere Leda lo rifiutò.

Ma col tempo Zeus cambiò tattica.

Imparò a corteggiarla con parole di fuoco.

Ad  accarezzarla con lo sguardo, a sfiorarla con le mani.

Le cercava le labbra per baciarla, le cingeva teneramente la vita con  le braccia.

Il dio vanitoso assunse agli occhi di Leda l’eleganza di un cigno.

Così lo vide quando si unì a lui. Come un cigno.

Bianco, sinuoso, sincero e lussurioso, al pari di un cigno.

(©) R.L.

Antinoo

antinoo

 

Sappiamo cosa significa “Antinoo”: il giovane amato da Adriano, il favorito dell’imperatore, il ragazzo dalle forme  del corpo opulente e dalla bellezza troppo torbida e lasciva.

“Ero nei campi a pascolare il mio gregge, laggiù nella Bitinia assolata, quando lui mi vide”.

Sappiamo cosa si cela dietro “Antinoo”: il giocattolo preferito di Adriano.

Antinoo dall’aspetto femmineo, dall’ambigua natura, dai tratti del volto perdutamente sensuali.

Antinoo turbamento di uomini e donne, magnifica ossessione, follia sottile.

“Da quel giorno non ho mai più rivisto la mia famiglia. Non ho mai più rivisto la mia adorata Arria, e le sue gambe lunghe e abbronzate”.

Antinoo travestito da Dioniso, e poi da Ermes, e poi da pastore, per soddisfare le voglie del vecchio più potente del mondo.

Antinoo profumato con unguenti preziosi e agghindato all’occorrenza, per essere offerto come un capretto al cospetto del padrone.

“Odio la mia bellezza. Maledico il mio corpo. Detesto il suo alito sulla mia bocca. Mi ripugna la sua bava sulle mie guance.

Dove sei Arria, vita mia? Dove sei?”

Antinoo morto prematuramente, in circostanze misteriose, sprofondato nel fiume Nilo.

Le lacrime di Adriano. I funerali solenni. Antinoo divinizzato.

“Non sarò più il tuo trastullo, vecchio. L’ultima decisione spetta a me.

Voglio morire in queste acque, con Arria nel cuore.

Ancora una volta, per l’ultima volta,  padrone della mia vita”.

(©) R.L.

La caduta di Fetonte

caduta_di_fetonte_dechirico

Suo padre era talmente importante e potente da oscurare qualsiasi presenza, soprattutto la sua.

Da sempre aveva vissuto alla sua ombra, seguendolo a testa bassa, sempre un metro dietro di lui, sopportando il peso di essere un nessuno, figlio di una celebrità.

Suo padre era Elios. Il dio Sole.

E lui era Fetonte. Solo Fetonte.

E quando si rese conto di non riuscire neanche più ad alzarsi dal letto per sopportare un altro nuovo giorno, Fetonte decise di dimostrare a se stesso e al mondo intero di essere il degno figlio di un dio.

Ma soprattutto decise di dimostrarlo a suo padre.

E una notte si avvicinò di nascosto al prodigioso carro di fuoco, quello che solo Elios sapeva lanciare a velocità folle per illuminare e scaldare la Terra.

I quattro cavalli scalpitavano impazienti. Le narici palpitanti.

Fetonte afferrò le redini dorate e gli splendidi animali balzarono impetuosi in avanti, squarciando di rosso fuoco il buio della notte.

“Guardami adesso Pà!!! Guardami adesso!!! Sono come te? Sono come te?” urlava ridendo e piangendo.

Ma il carro possente era troppo pesante e difficile da maneggiare.

Fetonte perse il controllo della micidiale macchina di fuoco, che iniziò così a balzare nel cielo come una nave in mezzo alla tempesta.

Precipitò in un fiume. Precipitò come una stella cadente.

Le acque verdi furono le ultime ad accogliere Fetonte.

Fetonte finalmente Protagonista. Anche se per poco.

Quel fiume era il Po.

(©) RitaLopez

 

Euridice

10635869_292695854255821_6732151371803708534_n

Abbandonare la Vita in un giorno di tiepido aprile, quando il mondo pulsa di promesse, è come navigare su una barca in balia di un mare oscuro, con un senso di nausea costante aggrappato allo stomaco.

Ma gli dei così avevano deciso. Ed io abbandonai la Vita.

Orfeo, il mio amato, l’artista seduttore, il cantore che ammaliava con la voce, impazzì di dolore.

Il giorno in cui non ebbe più fiato per disperarsi, né ebbe più lacrime per piangere, Orfeo afferrò la lira e scese nell’Ade.

Con il suo canto soave convinse Caronte a trasportarlo oltre il fiume infernale e perfino Cerbero, reso mansueto dalla sua melodia, lo lasciò passare.

Il mio uomo giunse al cospetto di Ade e Persefone, e talmente sublime era l’Arte del canto e della musica  che fluttuava nell’aria, grazie alla vibrazione magica che le sue lunghe dita producevano toccando le corde della lira,  che gli dei si commossero.

Gli fu concesso di portarmi via, di farmi tornare con lui alla Vita, ma ad una condizione: per niente al mondo si sarebbe dovuto voltare a guardarmi. Non prima di essere usciti dagli Inferi maleodoranti.

Il ricordo è ancora vivido nella mia mente.

Lui mi precedeva.

Io lo seguivo, simile ad una sonnambula.

Gli guardavo le spalle e pensavo al gelo di Morte che aveva dovuto attraversare per venire da me, per venire a riprendermi.

Ed io, invece, quel gelo lo avevo nel sangue oramai, e nelle ossa.

Non lo avrei mai più dimenticato, e capii all’improvviso che niente sarebbe più stato come prima.

Quel senso di Morte nel cuore avrebbe deturpato il nostro Amore.

Neanche il calore del sole sulla pelle e l’odore di brezza marina potevano rendermi l’Euridice che lui un tempo aveva amato.

Quando intravidi il barlume della Luce, fissai per un’ultima volta le spalle forti di Orfeo, che come un fantasma camminava rigido davanti a me.

E mi resi conto che anche porre fine ad una storia è un atto di Amore. E di Coraggio.

Fu allora che decisi.

Lo chiamai: “Orfeo!”

Ero sicura che si sarebbe voltato.

Ricordo i suoi occhi colti all’improvviso dalla disperazione, per quello che aveva appena fatto.

“Ti amerò sempre come ti ho amato in Vita” gli ho sussurrato, mentre precipitavo nuovamente nelle tenebre.

Per sempre.

© RitaLopez

Fedra

url

 

 

 

Nessuno sa la vera storia di Fedra.

La storia che conoscete voi è quella  scritta dagli uomini, in un mondo in cui alle donne competeva tacere.

Vi hanno fatto credere che Fedra, la mia regina, la moglie di Teseo, vivesse profondamente turbata dai suoi immorali sentimenti verso il proprio figliastro, Ippolito.

Vi hanno fatto credere che dopo essersi innamorata perdutamente del giovane figlio di suo marito, Fedra vivesse dilaniata dalla passione, in preda al tormento, confusa per sempre in un labirinto senza uscita.

In un delirio perenne tra i doveri che la società le imponeva, il suo ruolo di moglie fedele e la passione cieca che le scorreva nelle vene quando pensava al suo giovane amante.

Vi hanno raccontato che quando la mia regina confidò il suo amore bestiale ad Ippolito, lui ne fu completamente sconvolto e lei, per l’ignobile vergogna, si tolse la vita.

Che falsità gente!

Volete proprio sapere come andò? Lo volete sapere davvero?

Fedra e Ippolito si amarono una notte d’estate, senza vergogna né pudore, perché voi  sapete bene che l’amore non conosce né l’una né l’altro.

Si amarono di un amore consapevole, talmente consapevole, da far realizzare ad Ippolito che non ci sarebbe stata più  nessun’altra donna così.

Un amore talmente consapevole da mettere Fedra di fronte alla lucida e fredda certezza di non voler mai più giacere con Teseo.

Per nulla al mondo.

La trovarono appesa ad un trave della sua stanza da letto.

Non darsi più a Teseo era come darsi per sempre a Ippolito.

Tutto il resto se lo sono inventato.

© RitaLopez

Atropo, colei che recide con lucide cesoie

920ff72ebfa161115e98757aa3802606_XL

 

 

 

Ero stufa di stare lì seduta ad ammuffire in quella caverna umida e gremita di pipistrelli.

Appollaiata su un grosso masso, coperto di muschio, ad aspettare che le mie sorelle Cloto e Lachesi finissero il loro sporco lavoro.

Cloto filava il filo della vita degli esseri umani e Lachesi  lo avvolgeva  sul fuso.

Un filo lungo per una vita lunga, corto per una breve come un battito di ciglia.

Quando loro avevano finito di filare, io dovevo recidere il filo con le mie lucide cesoie.

Tante volte in quella caverna malsana, tra le stalattiti gocciolanti, le avevo esortate a fuggire.

Mai mi hanno ascoltato.

Tante volte nella noia mortale delle nostre ore senza sorrisi, le avevo parlato di libertà e distese infinite di prati verdi.

Mai mi hanno ascoltato.

E così, un giorno, mentre loro erano concentrate a filare, sono scivolata piano nell’oscurità della caverna, in silenzio,fino in fondo all’anfratto luminoso dell’uscita, fuori dal mio destino infame.

C’era una bici poggiata al tronco di una grande quercia.

Sembrava messa apposta lì per me.

Sono montata su. Ho lanciato le mie cesoie in mezzo all’erica alta. E via.

Chissà di chi era il prossimo filo che avrei dovuto recidere.

(©RitaLopez )

 

Ifigenia

Immagine

 

Tutto era pronto per la spedizione contro Troia, ma il vento non spirava da troppi giorni e le navi degli Achei erano ferme in Aulide, senza che potessero salpare.

Il re Agamennone fremeva come un vecchio bisonte infuriato. Voleva partire. Voleva andare in guerra.

Fu chiesto il parere dell’indovino Calcante e Calcante arrivò col suo responso: solo sacrificando agli dei la bella figlia di Agamennone, Ifigenia, i venti avrebbero permesso alle navi di partire.

Gli uomini di potere si riunirono tra di loro e decisero di attrarre con un pretesto Ifigenia, che era rimasta a casa, con le altre donne.

Le mandarono a dire che Achille, il suo amato, voleva sposarla prima di  salpare.

Le dissero di affrettarsi, che tutto era pronto per le nozze.

Ifigenia giunse in Aulide più radiosa che mai, bella come la luna piena, splendente nel  suo abito da sposa.

Quando osservò le facce scure di suo padre Agamennone, di suo zio Menelao, del suo amato Achille, capì di essere stata vittima di un inganno.

Vide la lunga passerella che doveva condurla presso l’altare del tempio, i sacerdoti pronti per il suo sacrificio, i soldati che mormoravano tra di loro.

Il terrore si impossessò di lei e grosse lacrime le annebbiarono la vista.

Si asciugò gli occhi con un lembo del suo mantello da sposa.

Due ancelle la accompagnavano lentamente verso l’altare.

In quei pochi metri che mancavano al suo destino, Ifigenia divenne donna.

Scrutò i volti degli uomini che detenevano il comando e mai come allora le fu chiara la loro vile impotenza, la loro mancanza di scrupoli di fronte al potere.

“Non voglio diventare come voi” pensò.

In quei pochi metri che mancavano al suo destino, Ifigenia da ragazzina terrorizzata si trasformò in donna fiera e coraggiosa.

Nei pressi dell’altare si fermò, si girò verso i comandanti della spedizione e fredda come il  ghiaccio disse: “Procedete pure”.

Agamennone fece un cenno al sacerdote.

Un brivido attraversò la schiena a lui e agli altri potenti.

Achille era chiuso nella sua tenda.

© RitaLopez

Il mostro

Immagine

Ed ora, signore e signori, è meglio che scappiate.

Sono il mostro dall’orribile aspetto.

Sono la bestia, il selvaggio cresciuto nella foresta, il vostro lato oscuro e disumano.

Scappate pure da me e dai miei bagordi, dalle mie risate sguaiate e dai miei accoppiamenti esasperati.

Scappate dalla mia eterna fame di sesso, dalla mia propensione brutale e dal mio odore selvatico.

Scappate da questo istinto che tormenta me e turba i sogni a voi , dal mio impeto violento, dal mio aspetto di caprone dal pelo irsuto.

Siete terrorizzati all’idea di incontrarmi. Avete paura della mia indole perchè avete paura di voi stessi.

Persino mia madre, dopo avermi partorito, mi abbandonò sotto il grande albero di quercia, urlando la sua disperazione e il suo terrore.

Scappate, scappate pure, ma il piccolo Pan dentro di voi è lì, in agguato.

Sorride sornione e si fa beffe di voi.

E’ lui che dovete temere. Stolti.

Dafne

Immagine

 

“Prima o poi sarai mia” le disse, quando la vide per la prima volta nel bosco.

Lei aveva gambe forti e abbronzate, e capelli lunghi e morbidi che si sollevavano al vento.

Dafne, la splendida e selvaggia Dafne, guardò beffarda il dio Apollo e senza timore, fissandolo negli occhi, gli rispose a voce alta e decisa: “Io? Io non sarà mai tua”.

Persino i fili d’erba sulla terra ebbero un fremito nell’udire la sfrontatezza della ragazza che aveva osato rifiutare un dio.

Ma Dafne era nata libera e selvaggia, amava andare a caccia, aveva le braccia e i seni graffiati dai rovi e dalle spine, e dormiva sotto i rami di una grossa quercia.

Ed inoltre amava scegliere.

Come poteva mai diventare l’ancella servizievole e taciturna di Apollo, la ragazza-giocattolo-passatempo-trastullo del dio?

Apollo, infuriato dalla risposta, si avvicinò verso di lei, pronto a ghermirla, ma Dafne con uno scatto da animale si lanciò in una corsa sfrenata, simile a un ghepardo braccato in mezzo alla foresta.

E correva più che poteva, ed era veloce come il vento, come il fulmine.

E Apollo la inseguiva, accecato dalla passione e dall’orgoglio di vecchio bisonte ferito.

Allora a Dafne balenò in mente un’idea.

“Gea, Madre mia!!” urlò, mentre correva a più non posso “trasformami in un albero. Ti prego! Presto!!!”

E Gea, la madre Terra, col cuore gonfio di dolore, obbedì.

Le braccia e i capelli di Dafne si sollevarono al cielo trasformandosi in rami flessuosi, il suo corpo abbronzato divenne una dura e ruvida corteccia e le dita dei suoi piedi si allungarono fino a diventare profonde radici, abbarbicate nella terra umida.

Ebbe appena il tempo di fissare i suoi occhi, fieri come lame taglienti, in quelli del dio, che ormai l’aveva raggiunta, e gridargli in faccia con tutto il disprezzo di cui era capace: “Non sarò mai tua!!!”

Il suo bel volto scomparve per sempre nella chioma verde scuro di un grande e profumato albero di alloro.

©RitaLopez

Sisifo

Immagine

Se penso a lui non posso trattenermi dal sorridere.

Sisisfo: il più astuto tra i mortali, il più dannato tra i dannati.

Sisifo che si fa beffe degli dei, Sisifo il dissacratore, il ribelle, il burlone perenne.

E fu così persino quando Tanatos, avvolto nel  nero mantello, bussò alla sua porta per portarlo via con sé.

Sisifo lo fece ubriacare talmente tanto, che il vecchio dio non era più capace di stare in piedi.

Sisifo gli  legò le mani e i piedi  con spesse catene e nessuno poteva più morire.

Quando Zeus si accorse che durante le battaglie i soldati non cadevano più sui campi, e le donne non piangevano più i loro uomini, e le madri non urlavano più il loro dolore al cielo, e venne a sapere di Tanatos, incatenato nella casa di Sisifo, si infuriò come un leone in gabbia. Fece liberare Tanatos, che non riusciva sollevare gli occhi da terra per quanto era umiliato, e condannò Sisifo ad una punizione eterna.

Doveva spingere un grosso masso dai piedi alla cima di un monte e prima che raggiungesse la vetta, il masso doveva rotolare giù.

Inesorabilmente. Ogni giorno così.

La condanna di Sisifo era quella di non raggiungere mai la vetta.

E Sisifo porta ancora il masso sulle spalle. Ma è forte. Ha braccia muscolose.

Il sudore gli imperla la fronte. Quando cade si rialza e guarda la cima del monte da lontano.

Per questo, se penso a Sisifo, non posso trattenermi dal sorridere.

Zeus non lo  può sapere ma  “anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo” (cit.A.Camus).

©RitaLopez

 

 

Medea

Immagine

Questa storia non ha niente di eroico.

Questa storia è la storia di una sconfitta.

Ed è come se questa sconfitta riguardasse anche me.

La chiamavano Medea la maga, Medea la strega.

E lei maga lo era davvero, fino a quando incontrò Giasone e si innamorò di lui.

Medea la strega, allora, divenne Medea la donna.

E amò Giasone proprio come una donna vera sa amare. Senza trucchi. Senza artifici.

Niente era più accogliente delle braccia di Giasone quando, di sera, si addormentava appagata.

Niente importava più del sorriso di Giasone al suo fianco quando, di mattina, apriva gli occhi e lui era già sveglio.

Lei. Il suo uomo. I loro due figli. Il mondo intero.

Ma arrivò un giorno che Giasone ripudiò Medea, per un’altra donna.

E su Medea calò il buio.

Nessuno si accorse della follia che si andava insinuando nei suoi pensieri, nessuno si accorse della tempesta, del malessere profondo, dei segnali di aiuto camuffati dietro una quotidianità sempre più spenta, sempre più trascinata.

Fino a quando Medea la strega prevalse su Medea la donna, e uccise i suoi due bambini.

Trovarono i corpi senza vita dei bimbi riversi  sul pavimento.

Un velo d’orrore ricadde sulla gente.

“Ma come!!! Sembrava così normale!!”

“Ma come!!! Era così tranquilla!!”

Medea sarà per l’eternità ricordata come la terribile Strega, la madre snaturata.

Vi sembrerà pazzesco, ma so per certo che nessuno amava i suoi due bimbi più di lei.

©RitaLopez

Il Minotauro

Immagine

 

Sono il frutto della colpa

Sono la vergogna tangibile dell’unione sacrilega di una donna e un toro

Sono la materializzazione delle vostre debolezze

Sono il peccato, l’errore e l’orrore, la blasfemia che non gradite avere davanti agli occhi.

Madre, pensi mai a me, al tuo figlio diverso

senza mai amicizia,

mai amore, mai vicinanza?

Padre, pensi mai a me, condannato a nascondermi in un Labirinto,

nel non-luogo per eccellenza,

dove nessuno mi possa vedere?

Pensate mai a me, al figlio mostruoso, al figlio dannato,

al Minotauro metà uomo e metà bestia?

So che sta arrivando un certo Teseo da Atene

Sta arrivando per uccidermi.

Sarà ricordato per sempre come l’eroe che ha annientato il Mostro.

Nessuno saprà mai che è stato il Mostro a voler morire.

© RitaLopez

Il torso del Belvedere

Immagine

Non so dire quanto venisse dal suo braccio, dalla sua capacità di usare lo scalpello con precisione, con maestria, con arte, e quanto venisse invece dal dio che era dentro di sè.
Non lo sapeva neanche lui.
Quello che sapeva era che di fronte ad un blocco di marmo le sue mani andavano da sole, mentre il dio dentro di sè, beffardo, sorrideva, lo scuoteva, lo agitava, fino a che non aveva finito.
E anche questa volta accadde.
C’era questo enorme blocco bianco.
Iniziò a colpirlo con lo scalpello. Piano dapprima, ma poi con sempre più sicurezza, con sempre più foga.
Il dio dentro di sè fremeva mentre lui con la fronte febbricitante, tra la smania e l’orgasmo mistico, la sofferenza e la goduria più intensa, come un pazzo completava la sua opera.
Quando smise era distrutto.
Volse le spalle al gigante meraviglioso che aveva liberato dal marmo e s’incamminò barcollando per andare finalmente ad ubriacarsi, ma nel suo folle delirio vide apparire il genio che secoli dopo avrebbe ritrovato la sua statua, il genio che avrebbe avuto dentro di sè quel suo stesso dio.
E allora tornò sui suoi passi.
Con lo scalpello incise queste parole:
“Apollonio, figlio di Nestore, l’Ateniese, fece”.
“E adesso” implorò, “theòs moù, dio mio, lasciami libero, lasciami in pace”.
Più di 1500 anni dopo, in Italia, il più grande scultore di tutti i tempi vide la statua di Apollonio. Lesse l’epigrafe.
Ed ebbe un fremito. Lui era Michelangelo.
Il dio che era dentro di sè sorrise beffardo.

Elettra

320px-1869_Frederic_Leighton_-_Electra_at_the_Tomb_of_Agamemnon

Come facevo a non parlare di te, compagna mia di vita, anima mia?

Il padre di Elettra, Agamennone, era partito in guerra e sua moglie lo tradiva con un altro uomo.

So, Elettra, cosa vuol dire giocare col proprio padre, so come è quando lui ti prende in braccio e ti fa roteare con le sue braccia forti, mentre a te gira la testa e lo implori di smettere, ma in realtà vuoi che continui ancora, che continui per sempre.
So cosa provi quando lui ti guarda con orgoglio.
So bene la sensazione di protezione e sicurezza, quando cammini accanto a lui, mano nella mano.

Quando Agamennone tornò a casa, la moglie e il suo amante lo uccisero.

So, Elettra, cosa è lo strazio lancinante.
So cosa è il dolore che ti rende cieco, che ti marchia a vita.
So la soglia maledetta, oltre la quale mai più, mai più sarai come prima.

Elettra covò a lungo la sua vendetta fino a quando, un giorno,  con l’aiuto di suo fratello Oreste, uccise la madre e il suo amante.

So, Elettra, dei lunghi pomeriggi chiusi in una stanza a meditare la morte.
So della voragine della pazzia.
So cosa vuol dire svegliarsi nel cuore della notte, con la fronte madida di sudore e un urlo soffocato nel petto.

Abbiamo camminato insieme, Elettra, per anni.
Entrambe così giovani, entrambe così fragili, lasciate sole a  combattere col Mostro.
Alla fine, lui ha vinto te. Io ho vinto lui.
A volte mi guarda ancora, da lontano. Sembra volermi sfidare.
Gli alzo il dito medio.

© RitaLopez

(nella foto Elettra alla tomba di Agamennone, 1868, F. Leighton)

Antigone

antigone_N

 

 

 

 

 

 

Il vecchio re di Tebe, per motivi politici, non concesse la sepoltura a Polinice.

Chi avesse violato il suo ordine, sarebbe stato lapidato: questo ordinava la legge.

E già gli avvoltoi volavano bassi sul corpo rigido e senza vita del ragazzo.

Ma Antigone, sorella di Polinice, spiava da lontano quel corpo adagiato sulla terra polverosa, e nel suo cuore meditava.

Gli avvoltoi roteavano sempre più bassi. Antigone nel suo cuore meditava.

E alla fine prese la decisione.

Nessuna legge scritta, nessuna regola giuridica, avrebbero potuto mettere a tacere il suo amore di sorella, la pietà per suo fratello, la propria moralità, la propria libertà di coscienza.

La nobile e fiera Antigone violò l’ordine del re.

Diede sepoltura al corpo di Polinice e scatenò il conflitto.

Il conflitto tra uomini che comandano e donne che non obbediscono,

il conflitto tra vecchi potenti e giovani ribelli,

il conflitto tra la rigida e impersonale burocrazia e la realtà reale degli individui in carne e ossa,

il conflitto tra esseri umani e divinità,

il conflitto tra i diritti dei vivi e quelli dei morti.

La nobile e fiera Antigone diede retta al suo cuore, anche se aveva paura.

Il vecchio re di Tebe non ebbe neanche la soddisfazione di punirla,

perché Antigone si impiccò al ramo di una grande quercia.

Il sovrano, ai piedi dell’albero,  la guardava. Gli sembrava che la bocca di lei accennasse un leggero,  sarcastico  sorriso.

Questo, questo era davvero intollerabile.

©RitaLopez

Medusa

perseo-medusa-cellini-02

Quando lei, Medusa, attraversava la valle, era impossibile non girarsi a guardarla.

Aveva quel suo modo sinuoso di camminare che la faceva fluttuare sull’erba e i capelli di seta, lunghi fino alle ginocchia e  quasi dotati di vita propria, sembravano giocare con le farfalle e gli insetti che le volavano intorno.

I suoi capelli, del colore della terra, odoravano di lavanda e menta.

Poseidone la vide e col suo istinto da animale la trascinò nel tempio di Atena e la sedusse.

Atena, profondamente irritata dal torto subito, vomitò la sua ira sulla ragazza, come se quell’atto bestiale fosse colpa sua.

Come se essere giovane e bella e sinuosa fosse una condanna.

La tramutò in un mostro, con i denti simili alle zanne di un cinghiale, lo sguardo capace di trasformare in pietra chiunque la guardasse negli occhi, e i capelli di seta trasformati in viscidi serpenti.

Medusa visse il resto della sua giovinezza in una caverna buia, avendo orrore di sé stessa e sull’orlo della pazzia a causa degli orribili serpenti che si muovevano incessantemente sulla sua testa.

Visse così, fino a quando Perseo, figlio di Zeus, servendosi di uno scudo riflettente per non guardarla negli occhi, le decapitò la testa con un falcetto e la donò ad Atena.

Atena, soddisfatta, inserì la testa di Medusa nel suo scudo di pelle di capra.

Nessuno si era accorto che dal sangue rimasto per terra, vicino al collo mozzato di Medusa, erano nati splendidi coralli rossi.

Ogni volta che guardate la Gorgone mostruosa sullo scudo di Atena, pensate che quella, un tempo, era la sinuosa, leggiadra Medusa.

(nella foto: Benvenuto Cellini, La statua in bronzo di Perseo che decapita Medusa (1554). Firenze, Loggia dei Lanzi).

Alcesti

1270646406100_22

Da ragazza, tanti anni fa, ero l’ancella di Alcesti, moglie del re di Fere, in Tessaglia.

Admeto, questo era il nome del re.

Admeto aveva ospitato Apollo ed il dio, in cambio, gli aveva fatto un regalo.

Gli aveva dato la possibilità di rimandare il giorno della sua morte, quando questo sarebbe arrivato, se avesse trovato un uomo o una donna disposti a morire per lui.

Passarono gli anni. Io ero felice a fianco della mia regina.

Le pettinavo i lunghi capelli, cantavo per lei quando era triste.

Era bellissima. Aveva la bellezza di chi non sa di essere bella.

Un giorno Thanatos, la Morte, bussò alla porta di Admeto.

Cercava proprio lui.

Admeto sentì un groppo in gola, ma poi si ricordò della promessa di Apollo.

Eravamo tutti nella grande sala, il fuoco accesso scoppiettava, ma un grande gelo era sceso in mezzo a noi.

Thanatos aspettava sulla soglia della porta, il viso impassibile.

Admeto si rivolse ai suoi genitori, ma né suo padre, né sua madre, erano disposti a morire al suo posto.

Chiese disperato ai suoi fratelli e alle sue sorelle. Chiese agli amici più intimi, quelli con cui era andato a caccia da ragazzo, chiese ai servitori, chiese ai soldati.

Ciascuno scuoteva con terrore la testa.

“Io. Io morirò per Admeto”.

Tutti si girarono verso la persona che aveva pronunciato quelle parole.

Mi voltai anche io, con orrore. Era Alcesti. Era lei che aveva parlato. La mia regina.

Attraversò tutta la sala, fin sulla soglia, dove Thanatos l’aspettava.

Non so quanti la guardarono in faccia ma io, io la osservai bene.

Camminava lenta e spavalda e aveva, ne sono sicura, un leggero sorriso, sprezzante, sulle labbra.

Potevo leggere l’ipocrisia sui volti duri dei suoi suoceri, che evitavano di guardarla.

Potevo leggere il disagio sulle mani nervose delle sue cognate e sugli occhi bassi dei suoi cognati.

Ma soprattutto vidi tutta la falsità e la paura e la vigliaccheria di quel piccolo uomo che tutti chiamavano Re.

L’unico che si rese conto di tutto questo fu Thanatos. Mi guardò con sguardo complice, prese per mano la mia Regina e andò via con lei.

©RitaLopez

(nella foto “Alcesti e Admeto” affresco proveniente da Ercolano)

Prometeo

prometeo

 

 

 

Prometeo amava gli uomini.

Li amava dell’unico Amore vero e spassionato: l’Amore che ti rende libero e indipendente.

Per questo aveva rubato il Fuoco, il dono più grande.

Col Fuoco aveva permesso agli uomini di cucinare il proprio cibo, e illuminare le tenebre della notte, e difendersi dalle fiere feroci.

Col Fuoco  aveva insegnato loro come forgiare il ferro e costruire armi per difendersi e attrezzi per lavorare.

Questo era il regalo di Prometeo agli uomini: la possibilità di emanciparsi, di diventare creatori consapevoli del proprio destino, del proprio progresso, creatori essi stessi del proprio futuro.

Prometeo amava così tanto gli uomini da avergli dato la possibilità di fare a meno degli dei.

Terribile fu la punizione di Zeus.

Prometeo il rivoluzionario, il progressista,  fu legato ad una roccia, nel Caucaso arido e sperduto.

Un’aquila ogni giorno piombava su di lui e gli mangiava il fegato, dove era posto il coraggio.

Ogni giorno.

E ogni notte il fegato di Prometeo doveva ricrescere per poter subire il supplizio il giorno dopo.

E quello dopo.  E quello dopo ancora. E quello dopo appresso…..

© RitaLopez

(nella foto Kylix laconica con Prometeo. Cerveteri 560-550 a.C)

Ganimede

Immagine

Un tempo avevo un figlio. Ganimede si chiamava.

Era bello il mio ragazzo, aveva gambe e braccia forti.

Se guardo dalla finestra riesco ancora a vederlo, mentre corre a piedi nudi sul prato.

Ha i capelli arruffati e piccole gocce di sudore sulla fronte. Mi chiama ridendo, io lo saluto.

E’ felice. Ed io, anche io lo sono.

Ma Zeus un giorno lo vide. Lo vide mentre correva libero per i prati.

Si trasformò in un’aquila enorme e quando agitava le  grandi ali spiegate, oscurava il  sole nel cielo.

Piombò giù, in picchiata, fino a ghermire con i suoi artigli il mio ragazzo. Il mio Ganimede.

Mio figlio è adesso nelle mani di un vecchio lussurioso e ingordo.

Vestito come un damerino, versa il vino nelle coppe degli dei che si divertono.

Ma io ogni volta che mi avvicino alla finestra, continuo a vederlo correre scalzo sull’erba.

Agita la  mano. E mi saluta.

© RitaLopez

(nella foto B. Thorvaldsen( 1770-1844)  Thorvaldsen Museum, Copenhagen).

Niobe

Immagine

Vi racconterò di una delle tragedie più grandi, perché non esiste tragedia più grande di una madre che vede morire i suoi figli.

E la madre di cui vi parlo io, di figli ne perse 14.

Niobe. Niobe la prolifica, la leonessa con i suoi cuccioli.

Niobe dal ventre accogliente, la nutrice, la giumenta generosa.

Quale madre, ditemi, non si glorierebbe di una prole così consistente?

E Niobe si gonfiava d’orgoglio quando si circondava dei suoi figli, così numerosi e così rumorosi.

La dea Latona, di figli, ne aveva solo due: Apollo e Diana.

Credete che la gioia di Niobe non stimolasse la sua invidia?

Vi sbagliate.

Latona, gelosa come le dee sanno essere.  Gelosa di quelle gioie così semplici e terrene e così meravigliosamente umane, che loro mai proveranno, mandò i suoi due figli a fare strage dei figli di Niobe.

Ad uno ad uno i ragazzi furono massacrati, sotto gli occhi della madre.

Apollo e Diana, a turno, inforcavano le frecce e senza pietà miravano al loro giovane cuore.

E dopo l’esecuzione, lasciarono Niobe, la madre straziata dal dolore, da sola, in mezzo a 14 cadaveri.

Come spiegarvi l’angoscia, il baratro, la pena, il martirio dell’animo di Niobe?

Chiese a Zeus di essere tramutata in marmo, in una pietra dura e fredda, perché il dolore che provava era insostenibile.

E Zues, mentre lei era ancora in lacrime, la tramutò in roccia e da quella roccia scaturì una fonte. Le lacrime di Niobe.

E quella roccia esiste ancora.

Si trova sul monte Sipilo, in Lidia.

©RitaLopez

Endimione

Mentre Endimione, il bellissimo re pastore, suonava di notte il flauto in una grotta,
la melodia arrivò fino al cielo buio e giunse alle orecchie di Selene,
la dea Luna.
Lei, incuriosita, si coprì il capo con il velo bianco e volò in mezzo ad una miriade di stelle
verso la grotta nascosta nel bosco.
Il pallore del volto della dea illuminava l’aria intorno.
Seguendo il suono del flauto giunse alla grotta e vide Endimione.
La bellezza del giovane le tolse il respiro
e la bellezza della dea tolse il respiro a lui.
Si amarono tutta la notte e le notti seguenti.
Ma gli dei non hanno il cuore degli eroi.
Gli dei non sanno amare come gli uomini.
Selene sapeva che il giovane col tempo sarebbe diventato un vecchio grinzoso e sdentato e allora chiese e ottenne da Zeus che Endimione potesse dormire con eterna giovinezza.
Per l’eternità.
E così, da allora, lei va a trovarlo ogni notte e lo guarda dormire,
per sempre giovane, per sempre bello.
Lui è ancora lì che dorme, sospeso nel tempo, senza vita e senza passioni, immobilizzato in un attimo eterno, solo per poter compiacere gli occhi ingordi di Selene.
(nella foto Endimione dormiente di Canova, 1819-1822)

Immagine

Icaro

Immagine

Suo padre non gli aveva raccomandato altro: “Stai attento! Non volare né troppo in alto perché il calore del sole potrebbe sciogliere la cera, né troppo in basso perché le ali si inumidirebbero con i vapori del mare. Non fare come il tuo solito. Non strafare!”.
Quel figlio era sempre stato una preoccupazione.
Così inquieto, così ribelle.
Si librarono in volo all’alba, per fuggire una volta per tutte dal Labirinto.
Il Labirinto era la prigione. Nel Labirinto non era permesso sognare.
E, al ragazzo, il Labirinto stava stretto, troppo stretto.
Il padre si lanciò per primo e il figlio dopo di lui.
Furono gli attimi più belli e intensi e palpitanti della sua giovane vita.
Mai si era sentito così libero. E mai più sarebbe stato libero e felice così. Ne era sicuro.
Fu in quell’istante che  si fece coraggio e decise. Nessuno gli avrebbe fatto cambiare idea.
Con la coda dell’occhio il padre si assicurava che il figlio lo seguisse, ma all’improvviso si accorse che non era più dietro di lui.
Col cuore in gola lo cercò disperato e all’improvviso lo vide.
Era salito troppo in alto, vicino al sole, così vicino che il calore aveva iniziato a sciogliere le sue ali.
Lo sguardo fiero del figlio, i suoi occhi luccicanti di gioia, il sorriso sornione sulle sue labbra, gli smorzarono il grido di dolore che voleva esplodere dalla sua gola.
Lo avrebbe ricordato così per sempre. Libero. E felice.

© RitaLopez

Persefone

Immagine

Correva con le sue agili gambe in una vallata di spighe e papaveri nella sua amata Sicilia, quando all’improvviso la Terra si aprì sotto i suoi piedi e dal baratro lui, terribile, indemoniato, balzò fuori con un carro tirato da quattro cavalli neri come l’inchiostro.
Afferrò la ragazza per le gambe e la trascinò con sé nel suo regno infernale, sprofondando di nuovo nel buio senza speranze dell’abisso.
Nessuno sentì urlare. Nessuno sentì piangere.
La madre di lei, nei giorni seguenti, cercò disperatamente la figlia.
La cercò per i boschi e per le vallate. La cercò sui  monti e lungo i fiumi.
Quando si rese conto di averla persa per sempre, lanciò un urlo straziante e una maledizione contro il Cielo.
Con quella terribile maledizione la Terra divenne infruttuosa e sterile. Un inverno bianco e  gelido cancellò per sempre il colore dei frutti e dei fiori. I rami degli alberi si spogliarono delle foglie.
Per salvare il genere umano Zeus stabilì allora che la ragazza avrebbe vissuto solo un terzo dell’anno con il suo odiato marito e gli altri due terzi con la madre.
E lei, il cui nome era Persefone, ogni Inverno rimaneva sotto Terra, aspettando come un seme paziente e pieno di promesse, per poi  risorgere ad ogni Primavera simile a una spiga di grano che germoglia, grata di tornare alla luce del Sole,  tra le braccia accoglienti di sua madre Demetra, che per tutta l’estate avrebbe festeggiato ricoprendo i campi di fiori colorati e i rami degli alberi di frutti teneri e succosi.

©RitaLopez

Aiace

Immagine

Mi chiamo Eurisace e vi racconterò la storia di mio padre:
l’eroe che non si risparmiava, il guerriero senza paura, l’uomo dal cuore grande.
Quando Achille morì, fu Ulisse a ricevere le sue armi, ma questo provocò la rabbia e la disperazione di mio padre.
Nessuno meritava le armi del grande Achille più di lui. Tutti lo sapevano.
Ma chi ama molto, odia molto.
Mio padre, accecato dal dolore, avrebbe ammazzato i Greci tutti se la dea, senza pietà, non gli avesse instillato la follia nella mente, facendogli balenare false immagini davanti agli occhi.
L’eroe più grande e più ammirato e più temuto iniziò a massacrare bestiami e greggi, credendo, nella sua pazzia,  che fossero i Greci.
L’eroe più grande e più ammirato e più temuto fatto oggetto di scherno e di risa da parte dei suoi compagni.
Quando la ragione tornò in lui, terribile fu il “risveglio”.
Cosa c’è di peggio, per un eroe, che perdere il suo onore?
La mattina presto, col cuore colmo di vergogna, si recò sulla spiaggia. Da solo.
Posò lo scudo e conficcò la spada nella sabbia, con la punta rivolta al cielo.
Prima di gettarsi sulla lama affilata, guardò un’ultima volta il mare. Albeggiava.
Chi ama molto, odia molto.
Chi sono io? Io sono il figlio del grande Aiace.

©RitaLopez

(nella foto: Exekias (Ἐξηκίας), anfora, Il suicidio di Aiace, VI sec. a.C.)

Atteone

Immagine

Nessuno sa la verità. Ma io sì. Io c’ero.
Atteone, il giovane cacciatore, era nei boschi con i suoi cani.
Bello come il sole. Bello più del sole.
Artemide era presso il fiume. Sapeva che lui sarebbe passato di lì.
Per questo ha iniziato a togliersi le vesti
ed è entrata in acqua.
Atteone è arrivato. Lei lo sapeva.
Sicura della sua bellezza, non ha fatto nulla per nascondersi.
Il ragazzo nel vederla si è fermato.
Il fiato strozzato in gola, gli occhi lucidi per l’emozione, il cuore che esplodeva nel petto.
Lei ha finto di accorgersi all’improvviso di lui e si è infilata in acqua fino al collo.
Falsa. Falsa come il suo pudore.
Per avere osato guardarla, ha trasformato Atteone, bello come il sole, in un cervo.
Gli ha aizzato contro i suoi cani.
E i suoi cani, non riconoscendolo, lo hanno sbranato.
Le giovani membra ridotte a brandelli, gli occhi fissi su di lei.
E’ così che è andata. Io c’ero.

(nella foto: la fontana di Diana e Atteone nella Reggia di Caserta).

L’arrotino

Immagine

Non ti bastava essere il migliore suonatore di flauto eh?
Non ti bastava incantare con la tua musica i satiri e le ninfe dei boschi, vero?
Hai dovuto sfidare Apollo, brutto bastardo di un sileno.
E questa è la punizione per saper suonare meglio di un dio.
Ora tu sei appeso a quell’albero e a me è stato ordinato di scorticarti.
Le ninfe e i satiri sono tutti qui che piangono te e maledicono me.
Sarai ricordato per sempre come Marsia che ha subito il supplizio ed io….io sarò per sempre lo Scita.
Lo Scita il malvagio, l’arrotino, lo scorticatore.
E per questo affilerò a lungo il mio coltello e ti scorticherò con calma così che tu possa soffrire e languire lentamente.
Scoprirò i tuoi muscoli e farò zampillare col sangue le tue viscere.
Tutti vedranno pulsare le tue vene.
E dopo, dopo andrò a bere tutta la notte fino ad ubriacarmi.
Maledetto bastardo di un sileno.

(L’arrotino, copia di I sec. a.C. di un originale pergameno. Firenze, Galleria degli Uffizi)

Kleobis e Biton

Immagine

Il mio nome è Cidippe e sono sacerdotessa di Era.
Sono stata la devota sacerdotessa  di Era per quasi tutta la mia vita.
Avevo due figli.
Kleobis e Biton: così si chiamavano.
Erano belli, erano forti, e non avevano ancora vent’anni.
Quel giorno c’era la grande festa in onore della dea ed il mio carro era pronto, ma i buoi non erano ancora tornati dai campi.
La mia presenza sarebbe stata impossibile se Kleobis e Biton, il mio orgoglio, non si fossero messi al posto dei buoi e non mi avessero portato al tempio.
Tutta la gente, assiepata per la celebrazione, mi guardava con ammirazione per essere la madre di due giovani così forti e valorosi.
Io, la devota sacerdotessa di Era, chiesi allora alla dea di ricompensare i miei figli con un premio: la cosa migliore che possa accadere agli uomini.
E fu così che Kleobis e Biton, dopo il banchetto, si addormentarono nel tempio e non si svegliarono mai più.
Il mio nome è Cidippe e sono sacerdotessa di Era.
Lei, la dea, non sa che da allora, durante ogni sacrificio, io la maledico.

© Rita Lopez
(nella foto: Kleobis e Biton, scolpite da Polymedes, VI sec. a.C.)

Aracne

Immagine

Ho sempre amato i personaggi mitologici che osavano sfidare gli dei.

Ho sempre amato la loro incoscienza.

A scuola ci insegnavano che peccare di ὕβϱις (Hýbris), una sorta di orgogliosa superbia, era cosa gravissima, e che gli dei si sarebbero vendicati.

Potevi starne certo.

Ma gli dei a me sembravano ingiusti e bastardi.

Aracne era la tessitrice più straordinaria di tutta la Lidia.

E LEI LO SAPEVA.

Quando tesseva con le sue lunghe dita bianche, sembrava stesse suonando uno strumento musicale, e le immagini che si componevano man mano sul telaio vibravano di luce propria, come vibrano nell’aria le note di una meravigliosa armonia.

Aracne era un talento. Era straordinaria.

E LEI LO SAPEVA.

Ma Aracne aveva osato dire a tutti di essere più brava di Atena e che non avrebbe avuto di certo paura a sfidarla.

Tutti avevano udito. La voce arrivò anche alle orecchie della dea che, verde di invidia, afferrò il suo divino telaio e scese sulla terra, in mezzo ad un polverone impetuoso e grigio di nubi.

E così la ragazza tessitrice e la dea iniziarono la competizione.

Aracne tesseva e di tanto in tanto guardava fiera gli occhi di Atena, senza paura.

Atena ricambiava con odio il suo sguardo, ma ciò che vide alla fine della gara era davvero troppo.

L’opera di Aracne era un capolavoro, uno splendido arazzo con le immagini vive e  palpitanti che catturavano i raggi del sole, li assorbivano nella tela e li facevano rimbalzare davanti agli occhi stupefatti di chi guardava.

La dea furiosa, accecata dall’invidia, trasformò la ragazza in un ragno, costretta a tessere in eterno con la bocca.

Ora, ditemi voi, come facevo a non odiarla! La bastarda!

©RitaLopez

Tarpea

Immagine

Lei viveva a Roma. Era di Roma.

Era scesa dal colle per attingere acqua alla fonte, quando un gruppo di Sabini la circondarono.

“Aiutaci ad entrare in città. Ti daremo in cambio qualunque cosa”, le dissero i nemici.

“Voglio quello che portate alla mano sinistra”, rispose la ragazza.

Quella notte lei aprì la porta della città ai Sabini, guidati dal loro re, Tito Tazio.

Il re sabino pensava che la fanciulla, in cambio del tradimento, volesse i bracciali e gli anelli d’oro che tutti loro usavano portare alla mano sinistra. Non è quello, che vogliono tutte le ragazze?

Non è per i monili d’oro che impazziscono tutte quante?

Tito Tazio però non mantenne la sua promessa e una volta entrato di nascosto a Roma, incitò i suoi soldati a scagliare i propri scudi su quella sciocca che aveva tradito il suo popolo.

E i soldati così fecero. Ad uno ad uno. Scagliarono i pesanti scudi sul  corpo della vergine.

Non sapeva, il re sabino, che lei proprio agli scudi si riferiva, quando le aveva chiesto cosa volesse in cambio del tradimento.

Anche gli scudi sono impugnati con la mano sinistra.

Lei lo sapeva bene: i nemici, una volta entrati nella città e sprovvisti della principale protezione, lo scudo, sarebbero stati facilmente uccisi dai Romani. Il suo popolo.

E così fu. I Sabini furono sconfitti.

Anche lei morì, sepolta dalle armi nemiche.

Nessuno seppe mai se fosse una traditrice o un’eroina.

Il suo corpo fu gettato dalla rupe che da lei prese il nome.

E il suo nome era Tarpea.

E allora? Chi è lo sciocco? Chi è?

©RitaLopez

 

Achille e Pentesilea


1394046_175316229327118_406839958_n

“Era dunque il dodicesimo giorno e Pentesilea, regina delle Amazzoni, si scagliò contro Achille, tenendogli testa.
La leggenda vuole che l’eroe ne scoprisse la bellezza quando, colpitala a morte, le cadde l’elmo, e furono così svelati i bei tratti del volto.
Egli ne rimase folgorato e se ne innamorò perdutamente”.
Raccontavo questa storia d’amore e morte alle mie figlie, da bambine, e ogni volta mi divertivo a sorprenderle con gli occhi spalancati.
Miti e racconti della notte dei tempi che ancora coinvolgono i sensi e le emozioni.
Lo trovo straordinario.