A. Storie

La casa di Mario

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Tu non ci crederai Mario, ma io invidiavo te e la tua famiglia, che in cinque stavate assiepati come sardine in scatola nel locale di 3 metri per 4, nell’androne buio del vecchio palazzo di mia nonna.

Ogni volta che passavo là davanti, rubavo avida la vista di quel mosaico di sedie impagliate, e pentoloni, e televisore sul frigorifero, e scamorze affumicate appese al soffitto, e ventilatore arrugginito, e fiori sotto il tabernacolo illuminato di San Nicola. Si sentiva odore di frittura di pesce.

Avrei dato qualsiasi cosa per stare lì con voi in quel bazar colorato, denso di chiacchiere, respiri, bestemmie, preghiere.

Avrei scambiato volentieri tutta la cucina di mamma, con i mobili laccati e freddi di formica, dal colore improbabile, per stare un’ora lì, solo un’ora, ed essere anch’io un tassello piccolissimo nel caleidoscopico regno in cui tu sei cresciuto.

E mentre a volte mio padre si fermava a chiacchierare con il tuo, giù nell’androne delle scale, io sbirciavo senza ritegno dentro la vostra casa/cucina/camera-da-letto/salotto e mi stupivo di come  ogni oggetto si incastrasse magicamente in mirabile e perfetto equilibrio con quello accanto e con quello sopra e con quello sotto.

Uno sguardo dentro il locale e uno sguardo a tuo padre.

Aveva tre denti d’oro in bocca e il tatuaggio del volto di Gesù Cristo con la corona di spine sul braccio.

Ogni sera apriva la branda su cui dormire, lasciando la porta del locale semiaperta, perché altrimenti non ci sarebbe stato spazio sufficiente.

I suoi piedi spuntavano di  fuori ed io e mia sorella dovevamo tenerci le mani sulla bocca per non scoppiare a ridere.

Quando poi vi hanno dato la casa popolare, in periferia, è bastato un camion intero a contenere il vostro mondo.

Il locale vuoto era una landa desolata ormai, un deserto di tristezza sconfinata.

Non è pazzesco Mario? Quello che è poco e piccolo e niente per qualcuno, agli occhi di qualcun altro può sembrare grande come il mondo intero, magico come il regno delle favole.

L’ho rivisto il locale dove hai abitato con la tua famiglia.

Ci conservano tre bici e due pneumatici di scorta adesso.

© RitaLopez

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Il giullare e la strega dai lunghi capelli

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Mi piaceva quando venivi a trovarmi nei pomeriggi freddi e umidi e mi portavi i mandarini che avevi comprato per strada e un sacchetto di caldarroste.

Erano mesi e mesi che vivevo con uno straccio al posto del cuore e la mia ruga sulla fronte era accentuata più del solito.

Quella ruga era lì, come una cicatrice indelebile, che penetrava nella mia testa e scendeva fino in fondo al petto, a spaccarmi l’anima in migliaia di pezzi.

Mi piaceva quando entravi e portavi insieme a te l’aria fredda di fuori.

Io e te seduti sul tavolo sgangherato, vicino la finestra, a gambe incrociate.

Io e te.

Io e te a sbucciare le caldarroste.

Io e te a guardare dai vetri appannati lo squallore della strada, mentre la mia stanza si riempiva di luce gialla e odorava di mandarini.

Mi piaceva quando prendevi la chitarra poggiata alla parete e suonavi per me.

Suonavi e sorridevi e riuscivi a farmi cantare.

Sorridevo anch’io.

Eravamo il giullare e la strega dai lunghi capelli.

E proprio quando mi decidevo a raccogliere  i pezzi della mia anima per ricomporli pazientemente, tu dovevi andare via.

Rimanevo seduta sul tavolo, a gambe incrociate, e agitavo la mano quando passavi sotto la mia finestra, per salutarti.

Ti guardavo fino a quando sparivi nel buio, in fondo alla strada.

Solo allora aprivo piano le mani e lasciavo cadere i pezzi della mia anima sul pavimento. Di nuovo.

L’odore dei mandarini era ancora lì.

Ed anche il tocco leggero delle tue labbra sulla mia guancia.

© RitaLopez

La bici rossa

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Da bambino vivevo ad Harlem, dietro Riverton Square, proprio vicino al ponte Madison.

E’ lì, su quelle strade, che ho imparato ad andare in bici.

Erano mesi che la sognavo: una bicicletta!

L’avevo voluta con tutte le mie forze.

E un giorno con Pà andammo nel negozio di Jack, all’angolo della Fifth Avenue, a comprarne una nuova di zecca.

Ero un bambino, ma sapevo esattamente “quanto” era costata quella bici per mio padre.

Ricordo benissimo le mani di Pà, mentre contava i dollari, posandoli uno dietro l’altro sul bancone di legno scuro del negozio di Jack.

Per un attimo mi sono vergognato del mio egoismo.

Per un attimo mi è balenata in mente l’idea di dirgli “Non fa niente Pà, non la voglio più”.

E invece non ho detto nulla e la bici era mia.

Rossa fiammante. Uno schianto.

Ero il ragazzo più felice di Harlem. E Harlem mi sembrava più bella in groppa alla mia bici.

Me la sarei portata con me anche nel letto a dormire.

E invece dovevo lasciarla legata nel cortile di casa, sotto la tettoia,  per evitare che prendesse l’acqua.

E un giorno non c’era più. C’era solo la catena spaccata lì per terra. Ma niente bici.

Ed io ho pianto.

Ho pianto per me e per la mia bici rossa fiammante.

Ho pianto per tutte le volte che avevo urlato in faccia ai miei:

“Sono l’unico del quartiere a non avere una bicicletta!”

e per tutte le volte che mi veniva risposto: “Adesso non si può”.

Ho pianto per quel dannato quartiere in cui ero nato, in mezzo a gente “tagliata fuori”, in una povertà ingiusta e bastarda che ti faceva lavorare dieci volte tanto per ottenere qualcosa che da qualche altra parte era possibile ottenere con una facilità ridicola.

E soprattutto, ho pianto per le mani di Pà, mentre posava i dollari sul bancone di Jack.

Non ho più voluto una bici in vita mia.

Anche adesso che sono uno stimato avvocato, con uno studio prestigioso nel cuore di Manhattan, se mi capita di scorgere una bici rossa fiammante, ho un tuffo al cuore.

E mi vengono sempre in mente le mani di Pà.

E per un attimo avverto quel senso di vergogna, provata quel giorno, là nel negozio di Jack.

© RitaLopez

 

Il Molesto

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Dopo la sessione estiva, chiuso per un po’ l’incubo degli esami, ci piaceva scarrozzare con le moto nei molli e pigri pomeriggi di Roma.

C’erano Mauro “er lumaca” e Cicalone.

C’erano, oltre a me, Antonella “la fata” e Giulia “l’assassina”.

E ancora Polverone e il Tatuato.

E poi c’era lui: il Molesto.

Il Molesto soprannominato Molesto perché era un attaccabrighe, un tipo litigioso.

Molesto. Appunto.

Ed eravamo tutti lì, con le moto rombanti a sfrecciare sul lungotevere Flaminio, liberi come il vento e leggeri come l’aria.

La potenza e la gloria dei motori tra le nostre gambe, il cuore a mille, con la consapevolezza cieca che non saremmo mai invecchiati.

Ad ogni semaforo rosso ci allineavamo guardandoci fieri e ammiccanti, per poi ripartire aggressivi al prossimo verde.

E tutto andava bene.

Fino a che, ad un incrocio, un tipo dinoccolato ha attraversato la strada all’improvviso, sbucando letteralmente dal nulla.

Il Molesto lo ha scansato per miracolo, ma la moto ha iniziato a sbandare.

Davvero non so come lui e la ragazza che aveva dietro non siano caduti.

Si è fermato 10, 15 metri dopo l’incrocio.

Noi, allibiti. Tutti fermi. Il cuore in gola.

Anche il tizio è rimasto impalato lì all’incrocio, dopo aver rischiato così stupidamente la vita. Freddato dalla paura.

Il Molesto si è girato per vedere se il tizio stava bene e il tizio gli ha urlato “I’M FINE!!!!!”.

Era inglese.

Ma il Molesto, che non era un cima per le lingue straniere, aveva capito “A’nfame!!!!”.

“A’nfame a me??? Oh brutto fjo de na mi…..”.

E’ sceso dalla moto. Ha raggiunto il tipo.

Ed è andata a finire come al solito, come ogni volta che il Molesto era con noi.

Ci abbiamo messo 10 minuti buoni per staccarlo dall’inglese allibito, scompigliato, strattonato e scarmigliato e spiegare il malinteso al Molesto.

Abbiamo passato il pomeriggio in birreria, a prenderlo in giro.

Anche l’inglese è venuto con noi.

© RitaLopez

Maxi e la bancarella a San Lorenzo

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L’ho trovata stamattina, mentre rimettevo a posto la soffitta.

Era nel vecchio baule di legno di pino, mangiato dai tarli, scrostato dal tempo.

Non ci potevo credere. Era lì da quasi trenta anni ed io non lo sapevo.

L’avevo completamente dimenticata. La collana che mi piaceva tanto, fatta a mano da Maxi. Quasi trenta anni fa.

Era dentro il taschino del gilet nero e consunto che avevo comprato a Porta Portese, dimenticato poi nel vecchio baule di legno di pino.

“Ehi!! E questa qui Maxi?? Ma è BEL-LIS-SI-MA!!”

Aveva una bancarella a piazza dell’Immacolata, nel cuore di San Lorenzo.

Mi ero fermata la prima volta un pomeriggio, dopo l’università, a guardare le meraviglie che venivano fuori da quelle sue mani dalle dita abili e veloci.

“Vuoi un braccialetto bambina?” mi aveva chiesto con la sua voce resa cupa e ovattata dal fumo del tabacco.

“Non ho abbastanza soldi” risposi.

Mi sorrise di un sorriso da lasciare senza fiato.

E così, vai con San Lorenzo.

Quasi tutti i giorni a San Lorenzo.

Dopo ogni lezione a San Lorenzo.

Ogni volta che potevo a San Lorenzo.

E quel pomeriggio lui era lì, intento a fare questa collana con i fili di rame e le perline nere.

“La vuoi bambina?” mi chiese Maxi, mentre ammiravo la collana sistemata sul panno nero della bancarella.

La solita risposta: non ho abbastanza soldi.

Il solito sorriso da lasciare senza fiato.

Lo guardavo e pensavo: quanto lo amo, quest’uomo?

E Maxi, che era parecchio più grande di me, e aveva viaggiato il mondo, e aveva amato tutte le donne che voleva, non avrà avuto di certo nessuna difficoltà a leggere nella mia mente da sprovveduta, pronta a lanciarsi nel vuoto.

Mi sedevo accanto a lui. Mi piaceva guardarlo lavorare.

E lui mi parlava senza alzare mai lo sguardo dal suo lavoro.

Si dimenticava la sigaretta accesa posata sul bordo della bancarella.

Ogni volta gliela rubavo e finivo di fumarla io. Mi inebriava l’idea che un attimo primo l’avesse tenuta lui tra le sua labbra.

Poi un giorno mi disse: “Domani vado via”.

Un colpo al cuore. Un pugno nello stomaco. Una fitta alla testa.

“Ed io?” gli chiesi, vergognandomi per il mio tono lamentoso.

“Tu devi studiare” mi disse in un modo che a me era sembrato come quello di un padre rivolto alla propria figlia.

Sentivo di avere le guance rosse, lo sentivo. Porca miseria.

“Quindi non ti vedrò più. Niente più bancarella, niente più perline, niente più San Lorenzo….Mi dimenticherò di te!” piagnucolai.

“Bambina, mica ci si libera mai da quelli che hai amato!”

Maxi sorrise. Ed io non lo vidi più.

Niente più bancarella, niente più perline, niente più San Lorenzo.

Mi dimenticai di lui.

E invece oggi eccola qui, questa collana di filo di rame e perline.

Come ho fatto a non accorgermi che me l’aveva infilata nel taschino del gilet?

Dove sei Maxi, vecchio stregone saggio che sarai diventato?

Rigiro la collana tra le dita: mica ci si libera mai da quelli che hai amato!

 © RitaLopez

Io e Robert Plant

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Aspettavo sbavando il momento di tapparmi nella mia stanza e mettere sul vecchio stereo, stracciato a meno della metà del prezzo al mercato dell’usato, l’LP dei Led Zeppelin col volume a palla.

Whola lotta love rimbombava al ritmo di mille pulsazioni nelle vene ed io, come una Menade ebbra, giravo su me stessa sotto l’orribile lampadario anni Settanta.

Ed ero lì, sissignore, ero lì sotto il palco mentre loro suonavano, insieme a migliaia di altri che si agitavano come in una danza sacrificale, ma lui, Robert Plant, ammiccava a me, mentre agitava scandalosamente il bacino, ed io non morivo solo perchè non volevo perdermi la vista di lui e della sua criniera da leone mentre cantava:

You need coolin’, baby, I’m not foolin’,
I’m gonna send you back to schoolin‘”.

Mi trovavo nella civilissima e progressista Londra, sissignore, ed ero lì al concerto dei Led Zep, e a nessuno importava che io mi agitassi come una Menade impazzita:

Way, way down inside, I’m gonna give you my love,
I’m gonna give you every inch of my love“.

E poi, mentre ero proprio al culmine di un orgasmo mistico, mi accorgevo con orrore della porta spalancata e di mio padre in pantaloncini e canottiera.

Migliaia di gocce di stupore mi si raggelavano lungo la schiena.

Leggevo il suo labiale “E abbascia ‘sta radio!!!!”,  diceva.

Il primo ad accorgersene fu Jimmy. Smise di suonare.

Dopo di lui anche gli altri.

Robert continuò a cantare, ignaro, ancora per una decina di secondi, dopodichè guardò sbalordito Jimmy, che indicò con la testa mia padre.

Un silenzio glaciale piombò sullo stadio intero.

Altro che bomba nucleare.

Mi ritrovai nella mia stanza di adolescente repressa, nel più malfamato quartiere di una città del Sud.

Dalla finestra potevo udire le grida disperate dei motorini smarmittati di Vito, il figlio di Colino lo Schignato, e della cricca di teppisti con cui giocavo da bambina.

© RitaLopez

Dentro il basso di zia Marietta

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Abitava in uno di quei bassi che affacciavano direttamente sulla strada: la cucina in un angolo, il letto nascosto da un separè coi disegni giapponesi, la mensola dove riponeva i taralli fatti in casa, che per metà vendeva e per metà regalava.
I taralli più buoni del pianeta.
Dall’altro lato della parete, disposti in bella mostra, la sua collezione di Madonne e Gesù e Santi Antoni da Padova e Sante Rite da Cascia e al centro, come una star su un palco illuminato, San Nicola di Bari.
Zia Marietta sapeva fare le punture ed io, dopo l’ennesima tonsillite, andavo da lei alle cinque in punto, con un nodo alla gola e un macigno al posto del cuore.
“Permesso?” chiedevo sull’uscio della porta perennemente spalancata.
“Tras tras!” Entra entra!
Il “blob blob blob” dell’acqua del bollitore per siringa dove zia Marietta aveva messo a bollire, da chissà quanto, la stessa dannata siringa che aveva massacrato quasi tutti i culi del quartiere Libertà, mi dava ai nervi.
Il rumore che il piccolo coperchio di alluminio produceva sbattendo sul contenitore, era più snervante di un martello a percussione.
L’agonia aveva inizio.
Tiravo su il gonnellino a pieghe, giusto il minimo indispensabile, mentre zia Marietta, con la siringa in mano, si sedeva pesanemente sulla vecchia sedia impagliata.
Tonf! Le cosce così enormi che non riusciva a tenerle chiuse. Gli occhiali, con i vetri spessi 3 centimetri, le cadevano sul naso.
Mi strofinava il sedere con l’ovatta imbevuta di alcool.
E io facevo un passo avanti.
“Addòvvà?”. Dove vai?
Con pazienza avvicinava la sedia verso di me. E si risedeva. Tonf!
Mi ristrofinava di nuovo con l’ovatta. E io facevo un altro passo avanti.
“Arrèt? Di nuovo?
Per la seconda volta spostava la sedia in avanti. Tonf!
Vedevo i passanti andare avanti e indietro, davanti alla porta del suo basso, incuranti della mia personale tragedia.
Con pazienza, per la terza volta, mi strofinava l’ovatta sulla chiappa.
Ed io, per la terza volta, facevo un passo in avanti e arrivavo proprio sotto la mensola con tutti i Santi e le Madonne e San Nicola sulla caravella illuminata. Senza scampo.
“Figghia mè! Mo u levc u uagg, u vì?? La facim senz u uag!! Figlia mia! Ora lo tolgo l’ago, vedi? La facciamo senz’ago!!
E sfilava l’ago, che aveva fatto bollire e ribollire per ore, con le sue mani callose e batteriche, ancora mezze sporche di farina.
Ero braccata. Il muro di fronte. Zia Marietta dietro. In alto tutti i santi del paradiso che mi puntavano gli occhi addosso.
Forse è stato lì, nel basso di Marietta, che ho imparato a non urlare quando mi faccio male.
Alla fine dell’operazione mi sedevo imbronciata e lei mi porgeva uno dei suoi taralli dalle proprietà stupefacenti.
Dall’alto, sulla mensola, i santi mi fissavano.
“Tanto non piango”, pensavo. Tanto. Non. Piango.

 

© RitaLopez

Storia vera. Niente chiacchiere.

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Tre figli e un marito partito per la guerra.

Tre figli e 25 anni non ancora compiuti.

Tre figli e neanche un soldo per comprare il pane.

Lei seduta a bordo del letto.

Gli occhi fissi sul tabernacolo della Madonna addolorata col mantello azzurro, gli occhi dipinti di tristezza e le luci psichedeliche attorno alla testa velata.

“Non dirò niente a mia madre. Ma tu Madonna mè, damm sta forza. damm stu curaggie”.

Ma il coraggio era dentro di lei, era scritto nelle sue cellule brune, nella sua pelle di messicana.

Uscì di casa con l’aria di un guerriero ferito ma non ancora pronto per morire.

Attraversò il suo quartiere di case scorticate e arrivò lì dove nessuno poteva riconoscerla.

Respirò a fondo. Pensò ai suoi figli, sfornati con gioia uno dopo l’altro.

Si accasciò scivolando sul muro di una strada dove un tempo le famiglie ricche affollavano le gelaterie illuminate.

Senza fiato.

Si coprì la testa con lo scialle di lana.

Alzò il suo braccio e aprì  il palmo rivolto ai passanti.

Le tremava la mano.

© RitaLopez

Milano

 

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“Di dove sei?”.
“Di Milano”.
“Milaaaano???!!!”.
La ragazzina era venuta con la sua famiglia giù in Puglia, in vacanza, e noi, piccole streghe della spiaggia di San Francesco alla Rena, l’avevamo notata subito.
Dire Milano, quando io avevo sette, otto anni, era come dire America. Luna. Marte.
Milano era lontana, lontana, lontana.
Si diceva “Eh! Mica vado a Milano!”, per dire: “Stai tranquillo, torno subito!”.
“La milanese”, come la chiamavamo noi, aveva questo modo gentile di parlare, questo accento incantevole e aggraziato, che ci faceva sentire quattro buzzurre senza speranza.
Era incredibile, ma quando c’era la milanese insieme a noi, l’accento nostro veniva disperatamente storpiato, camuffato, travestito, per sembrare il meno brutale possibile, il meno tamarro possibile. Il meno terrone possibile, insomma.
La milanese ci rendeva migliori. Sissignori, solo per il fatto di essere lì con noi.
Oh! Grazie milanese, grazie!
E poi un giorno che facevamo il bagno col mare agitato e le onde ci portavano su su in alto, sentire le urla di mia madre che mi richiamava dalla riva, gesticolando come una Menade infuriata, fu peggio che avere nelle orecchie il rumore di un martello a percussione, lo sfregamento di un coltello sul vetro di un bicchiere, lo strofinio del gesso sulla lavagna.
“Mo addà ascìii!!!! Mo proprio!!! Vin dòooo!!!! T’accidooooo!!!!”.
Dolce, tenera, madre del sud.
“E’ la tua mamma?”, mi chiese la milanese, col suo incredulo e attonito accento da milanese.
“Sì” bofonchiai, senza alzare lo sguardo.
Se in quel momento uno tsunami fosse sopraggiunto su San Francesco alla Rena e mi avesse sommerso, risucchiandomi giù giù giù nel profondo degli abissi, sarebbe stato meglio.
Sissignori, sarebbe stato molto meglio.

© RitaLopez

Nel cortile

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Il cortile di casa mia, assolato per 15 ore al giorno, con le lenzuola di un bianco accecante stese bene in alto, che quando passavi vicino, odoravano di lavanda.

Ci correvo in mezzo con la mia macchina a pedali e mi nascondevo alla vista delle donne che in un angolo, all’ombra, preparavano la salsa di pomodori.

Navigavo in mezzo alla foresta di lenzuola bianche, inspirando forte l’odore di lavanda e poi, a sprazzi, quello della legna che bruciava e dei pomodori che venivano passati pazientemente a mano.

Navigavo con gli occhi sgranati sulla nuvola di vapore bollente che saliva dal calderone nero di fumo, attorniato dalle donne della mia famiglia che, con i loro grembiuli sporchi di rosso cremisi, parlavano ad alta voce e ridevano, come le streghe buone di una fiaba.

Il sorriso di mamma era il più bello, con i suoi denti bianchi e forti.

Ero nel mezzo di un regno incantato.

Lass stà l rnzèl!” (Non toccare le lenzuola!)

Facevo finta di non ascoltarle.

Esattamente nel mezzo di un regno incantato.

Solcavo le acque con la mia macchina a pedali, in un mare di velieri bianchi.

Mo avàst! Vin dò. Stà a fascje nu casìn!” (Ora basta, vieni qui. Stai combinando un guaio!)

Con l’aria imbronciata scendevo dalla mia macchina a pedali, l’afferravo per una estremità, e mi nascondevo all’angolo del cortile, più attaccata possibile al muro, quasi a voler scomparire.

E all’improvviso, dall’intrico di velieri bianchi e profumati di lavanda, sbucava papà con la sua Olympus nuova di zecca, avvolta nella custodia di cuoio.

Mi guardava.

Rideva.

Mi scattava una foto.

 

© RitaLopez

 

Born to run

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Policlinico di Bari. Reparto di Ortopedia pediatrica. Anni 70.

Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi di primavera quando l’aria è frizzante e le rondini vorticano tra i vicoli e ti domandi come mai  non vadano a spiaccicarsi sulle case.

Ma lì dentro l’ospedale tutto questo non si vedeva.

Ero in uno stanzone dal soffitto altissimo, io ed altri sei.

E una serie di altri stanzoni, stipati di ragazzini, si affacciavano su una lunga corsia.

O almeno io così me la ricordo. Lunga, lunghissima.

Giocavamo a correre. O a nascondino. Noi di ortopedia. Incredibile no?

Partivamo dal grosso finestrone affacciato sul cortile, ad una estremità della corsia, giù giù fino alla statua della Vergine Maria con le braccia spalancate e il mantello azzurro che le ricadeva dietro le spalle.

Io con le stampelle, Nicola sulla sedia a rotelle, Giampiero che aveva il gesso fino al ginocchio e le dita del piede  che facevano capolino, zozzissime, e una ragazzina di cui non ricordo il nome con una protesi all’anca.

Michele no. Lui non lo facevamo correre. Aveva solo il braccio rotto. Avrebbe vinto di sicuro.

Però, al massimo, poteva dare il via.

Era seduto vicino il finestrone e fumava di nascosto, con la finestra socchiusa. Dava boccate avide e buttava il fumo dalle narici, fuori dalla finestra, perché non si sentisse la puzza.

“Via!!!!” urlò Michele.

E noi lì ad annaspare, ad anelare, a zoppicare, verso la statua della Vergine Maria con le braccia spalancate.

Dalle soglie degli stanzoni gli altri ragazzini facevano il tifo.

Tranne Marisa che era sdraiata sul letto, con certi chiodi lunghi nella schiena.

Vinse Nicola, con la sedia a rotelle.

Però fece cadere i vasi con i fiori posti sotto la statua,  che le mamme devote del Sud portavano ogni mattina.

Anna, l’infermiera, arrivò trafelata.

Chiudeva sempre un occhio sui nostri giochi. Ci consolava quando piangevamo e ci portava il ciambellone da casa.

Ma quella volta si arrabbiò.

“E ci jè do!!!!!! Mò avast mò. Sciatavinn tutt quant!!!!”

(Che succede qua??? Ora basta!!! Sparite tutti quanti!!!)

Ognuno tornò al suo letto.

Michele buttò subito la sigaretta dal finestrone.

Marisa, mentre passavo davanti la sua stanza, mi chiese “Chi ha vinto??”.

“Nicola” le dissi.

Si era fatto buio.

La palla bianca con la lampadina a neon del mio stanzone si rifletteva sul vetro della finestra.

Facevo finta che fosse la luna piena.

L’indomani sarebbe venuta mamma a trovarmi.

© RitaLopez

Le sere di maggio e le rondini

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Quelle sere di maggio, giù nel mio quartiere, io me le ricordo bene.

Quando soffiava il maestrale l’aria di mare arrivava fin lì, in mezzo a quelle strade dove non esisteva né Stato né legge, ma l’umanità intera scorreva a fiumi.

L’aria di mare cancellava via la puzza delle verdure rancide del mercato della mattina, ammucchiate ai lati del marciapiede, impregnata con quella del piscio dei cani randagi.

Tornavo a casa dopo aver passato il pomeriggio con gli amici, e dovevo percorrere il lungo isolato della vecchia manifattura dei tabacchi.

La vecchia manifattura. Uno spettro. Un vecchio edificio fatiscente, da anni ormai, con i vetri rotti e ricoperto di scritte sui muri scrostati di giallo.

Ma io riuscivo ancora a sentire le voci delle operaie e degli operai, dietro le grate scure, che salutavano me e gli altri bambini quando andavamo alla scuola elementare.

Potevo sentire l’odore intenso delle foglie seccate di tabacco. E se chiudo gli occhi io quell’odore lo sento nel naso,  anche adesso.

C’erano i bassi proprio lì, sul marciapiede, dove abitavano le famiglie intere e quando ci passavi davanti, le porte spalancate, potevi vedere il marito di Marietta in canottiera, sbracato sul letto che si guardava la televisione a tutto volume.

Il quadro della Madonna Incoronata appeso alla parete, con una miriade di luci stellate attorno alla testa velata.

Marietta seduta proprio là davanti, sul marciapiede, con le gambe così grosse che non riusciva a chiuderle.

 “Zio Pasquale” all’angolo che vendeva le sigarette di contrabbando e la casa di Angelo, che morì morto ammazzato.  E la sua famiglia di mafiosi.

Il vecchio palazzo di nonna con i parenti seduti là fuori, sul balcone, che giocavano a scopone e urlavano maledizioni.

“Ciao nonna!! ciao nonno!!!” li chiamavo giù dalla strada e li salutavo.

“Ancor girann và!??? Camìn a cast”!! (Ancora in giro sei? torna subito a casa!!).

Le rondini garrivano assordanti e volavano basse sui tetti delle case.

Era il mio mondo. Quello conoscevo. Quello mi era toccato.

Alla fine mi piaceva pure. 

A  poter tornare indietro,  non lo cambierei con niente altro. Con niente altro.

(foto di Ivana Marinosci)

(© R.L. )

Io e Guido

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Conobbi Guido quella sera che ero seduta sul muretto di Ponte Milvio, proprio sotto il lampione dalla luce arancione.

Avevo il cuore frantumato dalla delusione e lasciavo che i pezzi cadessero giù nel fiume.

Un pezzo dopo l’altro. Li guardavo precipitare nell’acqua torbida. Splashhhh!!

Guido non era semplicemente un gay, per di più completamente pelato.

Era, era, era……Ok: era una checca. Completamente pelata.

Io conoscevo di vista lui. Lui conosceva di vista me. Ciao ciao. Niente di più.

Mi riconobbe: “Ehi!!!! tesoro!!! ma che è ‘sta storia?” mi chiese con la sua voce cantilenante.

Gli raccontai del tipo di cui mi ero innamorata. Gli dissi che non gli piacevo.

Che non mi trovava abbastanza femminile. Così aveva detto il tipo.

“E c’ha ragione!!!! Guarda come ti vesti, tesoro!!!! Guarda come cammini!!!”

“Come cammino??” gli chiesi.

“Cammini senza passione. Senza sapere che SEI femmina” e accompagnò la parola “femmina” con un fremito delle braccia e delle mani.

“E tu? Tu lo sai come cammina una femmina che SA di essere femmina?” gli chiesi, asciugandomi le lacrime.

“E certo!!! Ti faccio vedere.”

E lì,  dove quasi 1700 anni prima Costantino aveva sbaragliato l’armata di Massenzio, stravolgendo il corso della storia, proprio lì, Guido iniziò ad ancheggiare.

Ancheggiava su e giù per il ponte, il cranio lucido che rifletteva la luce arancione del lampione, davanti ai miei occhi sbalorditi e a quelli altrettanto sbalorditi dei passanti, sculettando enormemente a destra e poi enormemente a sinistra, con le braccia alzate e i polsi morbidi che lasciavano ciondolare giù le mani.

Non riuscii a trattenermi e scoppiai in una risata fragorosa.

“Ma Guido!!!” esclamai “se dovessi camminare così, più che una femmina, mi sentirei un’idiota!!!”

Si fermò e si voltò verso di me. “A nì, c’hai ragione!! Tu sei femmina già così. E poi magari al tipo gli piaccio io!”

Passammo la serata nella birreria lì vicino. Fino a tardi.

A ridere come matti. Fino alle lacrime.

Diventammo amici: io e Guido.”

(foto di Ivana Marinosci)

Tommaso

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Tommaso era il tipo meno raccomandabile, meno affidabile, meno credibile dell’intero creato.

Veniva da un paese della Campania ed era dovuto scappare per non so quale problema con la malavita locale.

Uno dei nostri amici, suo paesano, lo ospitò per un po’ di mesi.

Tutti sapevano che Tommaso rubava.

Rubava i portafogli nella metropolitana e gli stereo dalle auto nei parcheggi.

Rubava gli orologi, i motorini e le biciclette, i copertoni, i dischi, le cassette dei registratori e pure i registratori.

Noi, noi non avevamo nulla da farci rubare.

A turno gli facevamo il lavaggio del cervello sul fatto che non si ruba, che le cose te le devi guadagnare, e poi la storia che il lavoro nobilita l’uomo e come è bello ottenere una cosa con il sudore della fronte…… eccetera eccetera eccetera. Cose così.

Ma Tommaso era irrecuperabile. Un caso disperato.

Era sempre in mezzo ai casini e da quando si era messo a vendere il fumo, c’era un pellegrinaggio di gente, un andirivieni perpetuo di ragazzi, un via vai di brutti ceffi e tipi loschi.

Una umanità di un certo impatto sociale insomma.

Non vedevamo l’ora che andasse via.

La mattina ognuno di noi usciva, chi per andare in facoltà, chi per andare in biblioteca, chi per andare a guadagnarsi due lire come manovale.

Tommaso, tu che fai? Gli chiedevamo sempre con un po’  di angoscia all’idea che rimanesse da solo con le nostre quattro misere cose.

“Eh!! Aggia ascì pur io mò!!”

Ah si? E dove vai di bello??

“Eh!! Aggia ì a fatigà!!!”.

Si va bè, a lavorare!!!pensavamo tutti all’unisono.

Il giorno che diedi il mio ultimo esame, Tommaso per regalo mi porse un ciondolo d’argento.

“Se lo hai rubato, Tommaso, sappi che non lo voglio”.

“Chistu cà è u miu!!”.

Gli guardai il collo. Aveva ragione. Il ciondolo che portava al collo,  attaccato  al laccio di cuoio, non c’era più.

Lo presi.

“Grazie” gli dissi.

“Prego. E nun to fà fregà da niusciun”.

©RitaLopez

 

(foto di Ivana Marinosci)

Come palle impazzite su un tavolo da biliardo

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Un ragazzo del liceo e suo fratello maggiore ai primi anni dell’università, insieme, in auto, sulla provinciale infuocata dal sole di un’estate della metà degli anni 60.

Questa è la scena.

Una scena come tante, niente di speciale.

Ma accade a volte che le nostre vite abbiano virate improvvise e travolgenti.

Mi sono sempre chiesta cosa accade, per quale misteriosa ragione, all’improvviso, il corso di un’esistenza venga interrotto da qualcosa che letteralmente lo sconquassa, lo travolge e fa cambiare inspiegabilmente i percorsi su cui un attimo prima stavamo camminando.

Come palle impazzite su un tavolo da biliardo, sconvolte da quella impercettibile piccola mossa della pallina rossa.

Un’auto che sorpassa da dietro, in curva, ad altissima velocità.

Il fratello alla guida che cerca di accostarsi quanto più possibile sulla destra.

L’auto che sbanda e va a schiantarsi sui muretti a secco sul ciglio della strada.

L’impatto fortissimo.

Un attimo. Un brevissimo, bastardissimo, fottutissimo attimo.

E l’attimo dopo il ragazzo si trova accanto il fratello maggiore accasciato sul sedile, con la testa spaccata e il volto coperto di sangue.

Quello stesso fratello maggiore che un attimo prima era lì al volante e lo prendeva in giro, e rideva.

Il fungo di una bomba nucleare di inaudita potenza esploso nel cielo azzurro di agosto, che collassa all’improvviso con ferocia cieca sulla provinciale infuocata e sugli alberi secolari di ulivo, dove prima cantavano le cicale, e sui trulli disseminati nella campagna, giù giù fino a raggiungere il mare.

Un attimo. Solo un attimo. E la nostra vita può essere stravolta per sempre.

Un dolore troppo grande per delle spalle troppo giovani.

Un dolore che come il fungo di una bomba nucleare sarebbe arrivato, anni dopo, col suo velo di morte, fino a me.

Il ragazzo e l’orlo del baratro.

Da una parte l’abisso senza fondo che portava alla pazzia.

Dall’altra gli anni di piombo che erano all’orizzonte e le organizzazioni militanti dell’estrema sinistra in cui buttarsi a capofitto. Per sopravvivere.

Le palle da biliardo cambiarono completamente la loro traiettoria.

©RitaLopez

Pietro il poliziotto

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Io e Gigi lo conoscemmo una notte che tornavamo dalla nostra solita birreria in via Germanico.

Avevamo perso il notturno e ci veniva da piangere, ma siccome avevamo bevuto, ridevamo come due idioti.

Eravamo lì ad accusarci a vicenda per non esserci accorti dell’ora così tarda e l’idea di farci quei 4 o 5 chilometri a piedi con la testa che ci girava, ci faceva ridere ancora di più.

Lungo la strada deserta ci affianca una volante della polizia.

“Problemi?” fa il tizio dentro. Bassetto, magrissimo, sulla trentina.

“Ecco qua” ho pensato.

Gigi gli spiega la situazione, gli occhi lucidi e il sorriso ebete stampato sulla bocca.

“Ecco qua”, ho ripensato. “Ora stiamo proprio apposto”.

E invece il poliziotto ci fa: “Montate su. Vi accompagno io”.

Pietro. Così si chiamava. Io e Gigi seduti sul sedile posteriore ci guardiamo allibiti.

Quando la volante si è fermata vicino la casa dello studente, i ragazzi seduti sui gradini là fuori ci hanno visto scendere dall’auto, barcollanti e felici come due dementi.

Siamo passati in mezzo a una ventina di persone ammutolite per lo stupore.

Abbiamo rivisto Pietro anche altre notti. Ci caricava in auto e prima di riportarci a destinazione ci faceva fare dei giri pazzeschi per Roma.

Per me e Gigi era un’avventura ridicola, una storia divertente da raccontare agli amici.

Per Pietro credo fosse diverso.

Era come se fosse in bilico, nel tentativo di voler afferrare ancora una volta una vita che ormai non gli apparteneva più.

Penso che quelle due ore insieme a noi, sbrindellati sul sedile posteriore a ridere delle cose più assurde, lo facessero stare bene.

Come se fosse in bilico. Un uomo in divisa e il suo cuore da ragazzo ancora palpitante.

Che buffo! Solo ora mi rendo conto della sua situazione così paradossale.

E forse fu a causa mia e di Gigi che lo trasferirono.

© R.L.

La mamma di Antonella

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La mamma di Antonella era una una donna discreta e taciturna.
Era diversa dalle nostre mamme.
Non urlava mai con le figlie, non litigava mai col marito, non cantava mai quando stendeva i panni.
Se ci penso, non mi ricordo neanche il timbro della sua voce.
Aveva due figlie. Antonella era un pò più grande di me, che di anni ne avevo 10 o 11.
Sapevo quello che si diceva in giro su di lei.
Dicevano che un giorno era sparita col suo fidanzato ed era tornata solo sul calare della sera e chissà dove erano stati e chissà che avevano fatto e chissà che avevano combinato…
La guardavo con un misto di angoscia e rispetto perchè aveva avuto un fegato che noialtre ci saremmo sognate.
E invece eccola lì andare a scuola a testa alta, con la borsa di cuoio a tracolla e i capelli lunghi color nocciola, in pace con sé stessa e il mondo intero, completamente indifferente agli sguardi veloci e alle gomitate d’intesa e alle voci mormorate in un orecchio.
E poi un giorno d’estate Antonella andò al mare col suo fidanzato e morì annegata ed io piansi tutto il pomeriggio e stetti male il giorno dopo e il giorno dopo appresso.
E neanche allora sentii le urla o anche solo la voce della mamma di Antonella.
L’idea dello strazio che quella donna doveva sopportare mi lasciava senza fiato. Avrei voluto gridare io al suo posto contro l’universo creato, fino a spaccarmi la gola e i polmoni.
E invece, un giorno, la mamma di Antonella spalancò la finestra, salì su una sedia e si buttò giù dal terzo piano.
La sognavo di notte mentre volava a braccia aperte, i capelli scarmigliati dal vento e finalmente la sentivo urlare. Urlava di gioia.
Mi svegliavo di soprassalto, in un bagno di sudore e col cuore che mi batteva a mille.

Laura e Saverio

Lu pajara

Solo lei e le sue sorelle sapevano del partigiano ferito, nascosto nel pagliaio sotto gli alberi di melo.
Si chiamava Saverio. Era di Bari. Una città lontana. Un posto col mare, dove la gente amava attardarsi, durante le sere d’estate, al porto vecchio, illuminato a festa, a mangiare cozze crude irrorate di abbondante limone e a bere birra ghiacciata.

Saverio diceva che le donne della sua città amavano ridere e quando ridevano diventavano ancora più belle. 

Laura gli portava da mangiare.
Pane, formaggio, vino, roba così. Roba buona di quelle montagne d’Abruzzo.
Doveva andare al pagliaio due volte al giorno,  e poi tornare di filato a casa.
 Così le aveva ordinato sua sorella maggiore.

E invece Laura  si fermava sempre a parlare con lui, un pochino, solo un pochino, e gli chiedeva della sua città di mare e delle donne che amavano ridere, là al porto vecchio nelle sere d’estate.
E Saverio le regalava sempre qualche storia e poi qualche bacio e poi qualche abbraccio, fino a che per Laura stare sdraiata lì nel pagliaio, sotto gli alberi di melo, insieme al suo partigiano ferito, era ciò che di più bello si potesse mai immaginare.
“Vorrei che tu non guarissi mai”, gli disse in un giorno di temporale mentre erano abbracciati nel fieno e la terra odorava di pioggia.
Mesi dopo, quando la guerra era ormai finita e il giovane partigiano era da tempo tornato a casa, nella sua bella città di mare, un giorno che lei piantava insalata e scarola, lo vide spuntare in fondo al frutteto, quello oltre il pagliaio sotto i meli.
Mio zio Saverio, fratello più grande di mio padre, era venuto a prenderla.

© RitaLopez

Stephanos

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Non mi ricordo bene come e chi mi fece conoscere Stephanos.

Mi ricordo, di sicuro, che era all’epoca del liceo.

E mi ricordo, di sicuro, che rimasi folgorata.

Avrà avuto una decina d’anni più di me. Era un uomo. Un uomo con tutti i crismi.

Si era laureato nel suo paese, in Grecia, ed ora girava il mondo.

Ebbene, io avrei sfidato qualsiasi donna a conoscere Stephanos e a non rimanere folgorata.

Stephanos dai capelli spettinati, dagli occhi di volpe e dai denti di brina.

Stephanos con quel modo di camminare e di telefonare e di poggiarsi agli alberi mentre ti parla.

Stephanos con gli stivali consumati, col fiato che odora di tabacco.

Stephanos che suona l’armonica e ti guarda e tu ti senti morire.

E prima di partire mi chiese “Vieni con me?”

E io gli avrei voluto dire: “Stephanos, ma sei pazzo? devo finire la scuola e poi solo all’idea di mio padre e mia madre, oddiomio!!! mi sento male. E poi scusa, non lo vedi che sono una ragazzina, così meridionale, con la mia educazione così bigotta, così attaccata alle tradizioni, alla famiglia, a tutta quella roba là…??? o madonnamiasantissima, pazzo sei???!!”

E invece, con aria di sufficienza, da donna vissuta, gli risposi nella maniera più teatrale possibile: “Ora non è il momento Stephanos”.

Che falsa spudorata!!!

Passammo il pomeriggio a casa dell’amico che lo ospitava.

Pioveva. Si sentiva l’acqua che schizzava tra le ruote delle auto e dell’odore dell’asfalto bagnato era piena la stanza.

Il respiro caldo di Stephanos tra i miei capelli.

Gente, che questo vi basti. Sta piovendo. E Stephanos mi è venuto in mente. Punto.

Marcella

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    Questa è per te Marcella.

    Per i tuoi tre figli,  sfornati uno dietro l’altro con quella sottospecie di uomo che avevi al fianco.

    E’  per tutte le mattine che uscivi di casa  per andare a pulire i cessi del riformatorio, di corsa, per non perdere l’autobus.

    Il 4 barrato. Corri Marcella, corri che è fermo al semaforo rosso!

    E’ per te che tornavi di pomeriggio, la giacca di lana marrone con la cerniera tirata su fino al collo,  e una busta di plastica bianca appesa al braccio.

    Io ti guardavo dalla mia finestra.

    Ti vedevo nella tua cucina illuminata dalla orribile luce bianca del neon.

    Tuo marito,  in canottiera,  seduto di le spalle.

    Era già pronto perché gli venisse servita la cena, stanco dell’essere stato  stravaccato tutto il giorno sul divano a guardare la televisione.

    Sentivo le urla, e le bestemmie, e i tuoi figli che gridavano anche loro.

    Sentivo sbattere pentole e posate sul tavolo. E ancora urla, ancora bestemmie.

    Ti spiavo da dietro le imposte, nel buio delle serate tiepide di primavera, quando anche le rondini avevano smesso di vorticare in cielo.

    E ti ho visto anche, certe notti, seduta nella tua cucina con la orribile  luce bianca del neon, quando tutti dormivano, e tu bevevi dalla bottiglia. E bevevi.  Ed eri assorta. E di nuovo bevevi.

    Io andavo a dormire Marcella, e la luce bianca del neon, orribile,  nella tua cucina, era ancora accesa.

    © RitaLopez

    (5 aprile 2014)

Due stecche di cioccolata

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C’era questa ragazzina che mi squadrava sempre dalla testa ai piedi, a cui forse non andavano a genio le mie scarpe vecchie e le mie ginocchia perennemente sbucciate.

Aveva la capacità di farmi sentire a disagio ogni volta, di farmi vergognare non so neanche io di cosa.

E un pomeriggio fummo costrette, io e mia sorella, ad andare alla sua festa di compleanno. Mamma aveva comprato due stecche di cioccolata perché non andassimo a mani vuote. Di più non poteva.

Eravamo nei nostri vestiti migliori. Il mio era bianco con dei fiorellini colorati.

Lo aveva cucito mamma.

Io e mia sorella. Le scarpe di vernice nera e i calzettoni bianchi che arrivavano fin sotto il ginocchio.

Ripulite e pettinate per la grande occasione.

Ogni bambina offriva compiaciuta il suo regalo alla festeggiata. C’erano borsette di vernice, collane con i ciondoli, braccialetti d’argento.

Pensavo a quando sarebbe arrivato il nostro turno e mi sentivo a disagio.

“Dagliele tu!” sussurrai a mia sorella.
“No, sei tu la più grande. Dagliele tu”, replicò lei.

La tipa continuava ad aprire i pacchi.

Libri di favole, vestiti e accessori per lei, vestiti e accessori per la Barbie, una radio rossa con l’antenna.

Volevo scappare.

E invece arrivò il turno mio e di mia sorella.

Le porsi le due stecche di cioccolata  con il più forzato dei sorrisi.

La tipa neanche le prese in mano.

Mi squadrò dalla testa ai piedi, come era solita fare, e disse: “No, non mi piace la cioccolata”.

Fu una della più grandi umiliazioni della mia vita.

Una delle peggiori, una delle più scottanti.

Io e mia sorella passammo tutto il pomeriggio sedute su due sedie accostate a una parete ricoperta da orribile carta da parati a motivi floreali, mentre la festeggiata ballava al centro della stanza, con le sue amiche.

Mia sorella scartò la cioccolata e la mangiò, un pezzetto alla volta. Aveva la bocca e la faccia sporche.

Me ne porse anche un po’, ma io scossi  la testa, con sdegno.

Io … io sognavo di avere un kalashnikov ak 47 tra le mani.

© RitaLopez

 

Mauro “er lumaca”

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Quell’anno ci fu uno sciopero colossale di sigarette. Durò quasi un mese.

Non mi ricordo chi scioperava, se quelli che le sigarette le trasportavano, o i tabaccai.

Sta di fatto che all’inizio nessuno ci fece molto caso, ma man mano che i giorni passavano le sigarette iniziavano a scomparire.

Noi fumavamo tutti. All’epoca io fumavo le MS perché erano tra quelle che costavano di meno.

Dopo la prima settimana sparirono le Camel e le Marlboro.

Le MS c’erano ancora.

Dopo due settimane sparirono le Merit.

E le MS c’erano ancora.

Poi sparirono anche le MS.

Passammo a fumare le Roxy senza filtro. Uno schifo.

Poi finirono anche le Roxy senza filtro.

Quando entravi dal tabaccaio era una desolazione.

Gli scaffali erano vuoti. Se volevi c’erano le sigarette alla menta.

Passammo a fumare le sigarette alla menta.

Ma poi finirono anche quelle.

Ormai quando incontravi un amico, la prima cosa che gli chiedevi era: “Hai una sigaretta?”

Passammo a fumare il tabacco.

Ci rullavamo le sigarette ad ore stabilite e le fumavamo con rabbia, amore e agonia.

Poi finì anche il tabacco.

Avremmo potuto fare una rapina pur di avere una sigaretta.

E un giorno vedemmo, quasi come un miraggio, Mauro detto “er lumaca” seduto sul balcone, i piedi poggiati sulla ringhiera, un libro in una mano e una sigaretta nell’altra.

Lo assalimmo.

Mauro “er lumaca” stava fumando, ma quella che fumava era cicoria. Cicoria seccata al sole.

Minacciandolo, lo costringemmo a portarci nella sua stanza e a dividere la cicoria con noi.

Mauro ne aveva messo da parte un barattolo intero. Uno di quei barattoli da caffè.

Rullò la cicoria secca nelle cartine e ce le distribuì di mala voglia.

Fumammo tutto il pomeriggio. Con rabbia, amore e agonia.

Eravamo totalmente, felicemente, letteralmente sballati di cicoria seccata al sole.

Da quel giorno Mauro divenne Mauro “er cicoria”. Ovviamente.

©RitaLopez

Il cuore rosso cremisi di Cristo e le carte napoletane

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Da quando riesco a ricordarmelo, era ormai quasi completamente cieco.

Aveva iniziato a perdere la vista quando era ancora abbastanza giovane e adesso, da vecchio, non riusciva a distinguere quasi più niente.

Ma questo non gli aveva impedito di insegnarmi a giocare a carte.

Ho imparato a giocare a scopa prima  di saper leggere e scrivere.

Entro la quinta elementare potevo battere chiunque. Chiunque, tranne lui.

Eravamo nella vecchia cucina, seduti al tavolo di legno scorticato dal tempo. Non toccavo neanche il pavimento con i piedi.

Sulla parete il quadro di Cristo, che tra le mani reggeva con cura il proprio cuore, rosso cremisi come il sangue.

Sembrava quasi volesse porgertelo e fartelo tenere per un po’. Piano, piano, piano, perché non cadesse sul pavimento.

Conosco quel quadro a memoria, perché ogni partita a scopa durava un’eternità, ed io avevo tutto il tempo per osservarlo.

Dopo avergli detto quali carte, di volta in volta, erano sul tavolo, dovevo aspettare e aspettare prima che tirasse.

Avvicinava le carte al naso e chiudeva un occhio.

Le scrutava con l’altro.

I suoi occhi! Erano come acqua torbida, non riuscivo a distinguere la pupilla dall’iride.

Chissà se gli avessi dato un occhio mio, chissà se avrebbe riacquistato la vista!

Chissà se i medici potevano farlo! Mi avrebbe visto allora? Avrebbe riconosciuto la mia faccia?

Mentre lui fissava le carte che aveva in mano, io, chiudendo un occhio, fissavo il Cristo sulla parete.

Come era possibile che avesse il petto intatto, se si era appena strappato via il cuore e me lo porgeva?

Sbamm!!!! Il colpo che risuonava nella cucina, quando sbatteva la carta sul vecchio tavolo di legno scorticato, mi faceva sussultare ogni volta.

“E mò? Mò ci stà ‘nderr?” (E ora? Ora cosa c’è a terra?)

“Il due di coppe e la donna di bastoni”.

Cristo continuava a porgermi il cuore, là in alto.

Ed io, ancora adesso, associo profanamente l’immagine di Cristo col cuore in mano alle carte napoletane.

E viceversa.

©RitaLopez

Luciana

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Lei è in tutto e per tutto un uomo.

Cammina come un uomo, fuma come un uomo, si veste come un uomo, guarda le donne come un uomo.

Ma è una donna.

Luciana abita di fronte casa mia da anni e anni. Abita là da prima che arrivassi io.

Giusto “Ciao- Ciao” quando ci si incontrava e niente di più.

Anche perché Luciana non è che abbia un aspetto così rassicurante.

Due o tre volte l’avevo vista fare a botte con l’americano che abitava là vicino e che in effetti era un rompipalle megagalattico. E tutte e due le volte lo aveva battuto alla grande, con quelle sue mani enormi e piene di graffi.

Ma per me era un uomo, non immaginavo affatto che fosse una donna.

Faceva il manovale e lo fa ancora.

La incontravo ogni mattina, presto, quando io uscivo per andare al lavoro.

Una sera d’inverno, le bimbe erano ancora piccole,  mi si incendia la cappa fumaria.

Luciana viene a bussare alla mia porta.

“Ahò, guarda che te se ‘ncendia il tetto. Guarda che te prende foco casa!!!”

Oh cazzo!!!!

Sono uscita per strada, una bimba in braccio e una per mano e guardavo allibita le fiamme che venivano fuori dal comignolo.

“Lascia ste regazzine e viemme a dà na mano coi secchi”.

Ho mollato le bimbe al salumiere sotto casa e sono salita con Luciana al piano di sopra.

Lei ha aperto la finestra del bagno e con una agilità incredibile si è arrampicata sul tetto.

Le passavo secchi e secchi d’acqua fino a quando il fuoco si è completamente spento.

“Grazie, grazie, grazie. Come posso ringraziarti?”

“Ma che me devi ringrazià??? Ma falla finita”.

Sono andata a riprendere le bimbe dal salumiere.

“Eh!!! Luciana è proprio forte” mi dice lui.

“Luciana? Chi Luciana?”

“Quella che ti ha appena aiutato” conferma il salumiere.

“Quell-A che mi ha appena aiutato?? E’ una donna?”.

“Eccerto” mi fa lui.

Da non credere.

Ma poi ho avuto la conferma definitiva quando il figlio di Luciana l’ha chiamata un giorno dalla finestra: “MAMMMMMAAAAA!!!” ha urlato.

Non c’erano dubbi. Da non credere.

Per Luciana io ho un gran rispetto.

Adesso, la mattina presto, se ho bisogno di spostare lo scooter di mia figlia che non mi permette di uscire con l’auto…..io chiamo Luciana che beve il caffè  nel bar sotto casa, prima di andare al lavoro.

Lei con la sigaretta tra le labbra, i capelli tagliati a spazzola e le sue braccia muscolose, mi dà sempre una mano.

Non mi dà neanche più fastidio che continui a guardarmi come un uomo. Non ci faccio più caso.

© Rita Lopez

Le nostre discrete gite al mare

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Io e lui. Da soli. Al mare.

Anzi: io, lui e due grandi teli per stenderci al sole.

SOLO due grandi teli per stenderci al sole.

Quella domenica NON sarei andata al mare con TUTTA la mia numerosa e rumorosa famiglia.

Se ci ripenso mi sento male.

Andare al mare con LA famiglia era un’impresa titanica, anzi qualsiasi impresa titanica al confronto sarebbe stata come una gita di giovani pivelli iscritti da poco nei Boy Scouts. Bisognava svegliarsi all’alba e si iniziava a caricare la macchina.

Su e giù per le scale.

Su e giù con sedie a sdraio, materassini, cuscini, ombrelloni, racchettoni da tennis, tamburelli, palla, braccioli.

E poi il tavolino pieghevole con le sedie pieghevoli, il kit di piatti, posate, bicchieri, il thermos con il caffè, la frutta già tagliata a pezzi, le carte da gioco, la settimana enigmistica.

E per finire c’era lei: la micidiale, fatidica, onnipresente, onnisciente pasta al forno di nonna, nella teglia di alluminio, quella grande, che avrebbe potuto sfamare un reggimento di soldati assatanati.

La 127 azzurra era talmente carica che sembrava sul punto di rigurgitare con un infinito rutto a ruota libera.

Sembravamo fuggiaschi da un paese che aveva appena subito un colpo di stato.

E invece quella mattina lui venne a prendermi col motorino ed io mi catapultai giù per le scale con SOLO il mio telo da mare tra le mani.

Liberi. Liberi come due farfalle appena uscite dal bozzolo.

“E accsì va?? Ma nudd ti piggh??!!!” (Trad. “E così te ne vai?? Ma non ti porti niente appresso??) mi chiese mamma con le mani giunte, quasi implorando.

NO, risposi secca: NO.

Certo che poi il sole ha iniziato a picchiare forte e la fame a farsi sentire.

E al diavolo lui e il suo motorino, lui e le sue spalle grandi e abbronzate, lui e le sue parole dolci.

Io sognavo la pasta al forno di nonna, con le polpette e la mozzarella.

Pure la mortadella in mezzo ci metteva.

© RitaLopez

“Zio Pasquale”

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Pasquale vendeva le sigarette di contrabbando all’angolo tra via Crisanzio e via Trevisani, nel Libertà.
Sistemava una cassetta della frutta, una di quelle di legno, in senso verticale, e ci metteva sopra, in bella mostra, un pacchetto di Camel, uno di Marlboro e uno di MS. Non di più.
Quando ne vendeva uno, lo rimpiazzava con un altro, che andava a prendere all’interno del portone di una casa lì vicino.
Era un gigante, Pasquale. Sui 50 anni. Capelli grigi e lunghi fino al collo e baffi alla Stalin.
Indossava una maglietta bianca che, all’altezza della pancia gonfia di birra, sembrava sul punto di esplodere da un momento all’altro, per quanto era tesa.
La sua collana d’oro massiccio, col crocifisso, brillava da lontano.
Il pacchetto di sigarette sistemato nella manica corta della maglietta… La birra in una mano… La sigaretta nell’altra…
Ci passavo spessissimo là davanti e un pomeriggio, quando il sole ancora non era calato dietro il fantasma della vecchia Manifattura dei Tabacchi, poco prima di arrivare all’angolo della strada, “Marlon Brando”, un mio coetano, col suo motorino smarmittato, piombò sul marciapiede e mi bloccò la strada.
“Damm nu vas”. Dammi un bacio.
“Ma levati!!!” gli risposi io, sprezzante.
“Damm nu vas o nun t fazzc passà”. Dammi un bacio o non ti faccio passare.
“Sparisci!!” sibilai.
M’afferrò un braccio ma non ebbi neanche il tempo di replicare, perché su Marlon Brando piombò la peggiore, mastodontica, rumorosa “calata” dietro la nuca, che io avessi mai visto.
Marlon Brando si girò di scatto ed io ammirai stupefatta l’impronta rossa della mano gigantesca impressa tra capo e collo.
“Chess je la figghia d soreme e tu non la da tuccuà”. Questa è la figlia di mia sorella e tu non la devi toccare, lo minacciò Pasquale.
E insomma io, da allora, ero per tutti “la nipote” di Pasquale.
Sarei potuto andare in giro anche nuda e nessuno, dico nessuno, mi avrebbe dato fastidio.
E poi, un giorno, acciuffarono “zio Pasquale” e lo misero dentro.
Il quartiere non fu mai più sicuro come una volta.

 

Mimmo

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“Pizzeria? Buonasera. 6 pizze per favore. No, no, nun veng je a pigghiarl. Mand un uagnon)

(trad. No no, non passo io a prenderle. Mandi pure il ragazzo, per favore).

U uagnon, il ragazzo, era Mimmo.

Mimmo faceva il garzone alla pizzeria vicino casa. Tutto il pomeriggio, fino alla sera.
Credo che avesse un esercito di fratelli e sorelle e ognuno di loro doveva lavorare, perché i genitori non arrivavano a fine mese.

Mimmo veniva con le pizze in mano, riposte nei cartoni.

Era più piccolo di me.

Quando entrava in casa riempiva la stanza di puzzo di fritto.

Mi guardava con gli occhi allampanati.

Aveva le ginocchia con le croste e un perenne moccio al naso, una striscia lunga e verde che sembrava la bava di una lumaca nucleare.

Io, nella mia superbia, avrei voluto gridargli in faccia:

“Ma che cavolo hai da guardare???? Non vedi che sono più grande di te e tu sei solo una piccola caccola ambulante???!!! Smamma, moccioloso.”

Nonno gli dava la mancia e Mimmo andava via.

Una sera, lì nel Bronx, il mio quartiere, tornavo a casa. Ero sola.

Si avvicina un tipo, sulla trentina.

Aveva giacca e cravatta e una valigetta di cuoio, tipo quelle da esattore delle imposte.

Mi si avvicina e comincia a darmi fastidio.

Lo guardo nella maniera più schifata che mi fosse possibile, ma quello niente, non se ne va.

Dietro di me c’era Mimmo con le sue pizze in mano. Ma io non lo sapevo.

O meglio, non lo sapevo fino a quando lo vedo all’improvviso che posa i cartoni con le pizze su un’auto, si avvicina fulmineo al tipo e gli scippa la borsa da esattore delle imposte.

Lo aveva fatto per mandarlo via da me. Oh mio eroe!!!

Il tipo viscido lanciò un urlo e si mise a correre dietro Mimmo.

Ma Mimmo era più veloce del vento.

Li guardai fino a che voltarono tutti e due di corsa dietro l’angolo.

Mimmo davanti e il viscido dietro.

Quando una sera decidemmo di nuovo di mangiare le pizze, Mimmo arrivò con i suoi cartoni fumanti in mano.

Riempì la stanza di un odore soave di panzerotti fritti e calzoni di cipolla.

Mi guardava con occhi trasognati.

Io, nella mia gratitudine, avrei voluto mormoragli all’orecchio:

“Oh piccolo Mimmo!!! Mio eroe!!! Guardami pure tutte le volte che vuoi, ti permetto anche di parlarmi, se ti fa piacere. E se non fosse per quella striscia lunga e verde che sembra la bava di una lumaca nucleare, ti darei pure un bacio!”

Stella

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Io e lei eravamo incompatibili.

Non potevamo stare insieme perché finivamo sempre per litigare.

Avevamo una carissima amica in comune, che voleva bene a tutte e due, ma io e lei proprio non ci sopportavamo. Questione di pelle.

Non so, forse io ero gelosa del suo senso di indipendenza assoluto.

Non so, forse lei era gelosa della mia determinazione cieca.

Ci evitavamo e quando c’era la nostra amica in comune, ed eravamo costrette a stare insieme, litigavamo. Sempre così.

Si ammalò di AIDS quando ancora noi a malapena sapevamo cosa fosse l’AIDS.

I mass media lo presentavano come una sorta di “punizione divina”, di peccato da espiare.

Ci perdemmo di vista per un po’ e poi quando io avevo già una bimba piccola, la nostra carissima amica in comune decise bene di farci rincontrare.

Lei era già avanti con la malattia, ma fisicamente ancora non si vedeva quanto stava male.

Abbiamo passato il pomeriggio a giocare con la mia bimba, tutti i rancori da parte.

Eravamo solo delle donne perplesse davanti a due gambette e alle guance tonde di una bimba piccola e paffuta.

Il nostro astio stantio evaporato nell’aria in migliaia di goccioline di stupore.

Per un attimo ho visto quanto le nostre strade fossero diverse, quanto distanti viaggiavamo ormai.

Ho visto le nostre direzioni divergenti, proiettate su traiettorie che mai più si sarebbero incrociate.

Non so se anche lei vide quello che stavo vedendo io. Sicuramente sì.

Eravamo concentrate a giocare con questa piccola creatura al centro della stanza e tutti i nodi si erano sciolti.

Non sapevo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei vista e di sicuro non lo sapeva neanche lei.

Quella volta ci siamo perfino abbracciate. Non aveva ancora 30 anni.

©RitaLopez

Ross

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Aveva quel suo  strano modo, quasi solenne, di costruirsi le sigarette, che persino il mondo sembrava fermarsi quando si accingeva a prepararsene una. Anzi il mondo si fermava, sospeso e in attesa, attorno a lei e attorno a me.

Rollava la cartina su cui aveva sistemato il tabacco quasi fosse un rito sacrale, più e più volte, con un gesto costante e preciso delle dita. La umettava quindi con la saliva per formarne un cilindro sottile e perfetto e solo quando poneva la sigaretta tra le labbra, accendendola con quei cerini odorosi, inspirando il fumo con avidità, fin dentro i polmoni, il mondo intero riprendeva a funzionare.

Ho vissuto con lei più di un anno, quando io di anni non ne avevo ancora 20, mentre lei era più vicina ai 30.

Ross era un concentrato di saggezza ed esperienza.

Ross era il riassunto di mille vite vissute a morsi ed io, ragazzina catapultata a calci in culo nel mondo, non potevo non adorarla.

Portava  un coltello a serramanico dietro la tasca dei jeans e quando ci capitava di rientrare tardi, col notturno di un piazzale Flaminio ormai deserto e silenzioso, non provavo nessuna paura con lei al mio fianco.

Mi voleva bene, mi aveva preso sotto la sua protezione.

Sarà stato per i miei occhi sperduti o per i miei lunghi capelli che non permettevano la comunicabilità.

Sarà stato per quell’aria smarrita che avevo. Ma di certo l’approccio con la mia nuova vita in una città enorme, sconosciuta e meravigliosa come Roma, non sarebbe stato lo stesso senza di lei.

A volte spariva per qualche giorno. Viaggiava rigorosamente in autostop, da sola.

Quando era a corto di soldi  lavorava in un pub sul lungotevere e rincasava nel cuore della notte.

Udivo il rumore rassicurante  delle chiavi nella toppa e tiravo un sospiro di sollievo.

Ross non aveva paura di niente. E accanto a lei, anche io non avevo paura di niente.

Faceva freddo in quella stanza in cui abitavamo e ogni volta che studiavo, le rubavo il suo giaccone di pelle di montone.

Mi piangeva il cuore restituirglielo ogni volta che  doveva uscire.

E poi è andata via anche lei.

“Sei grande ormai”, così mi disse, mentre io avevo gli occhi rossi e gonfi di lacrime.

“Te la caverai anche senza di me”, aggiunse.

Mi lasciò un po’ di piatti, qualche bicchiere, un vecchio frigorifero scassato, ma soprattutto mi lasciò la sua giacca di pelle di montone.

Ed ebbe ragione. Me la cavai da sola.

©RitaLopez

La schedina

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Ho sempre lavorato durante gli anni dell’università.

Baby sitter, cameriera, ho fatto le pulizie, ho servito al pub….

Le solite cose che facevamo per mantenerci gli studi.

Ma il lavoro più strano che mi sia capitato è quando andavo a copiare le schedine del totocalcio ad un famoso produttore cinematografico a piazza della Libertà.

Lui giocava i sistemi ed io dovevo copiare a mano le schedine, ad una ad una, perché ancora non c’era il servizio telematico.

Si trattava di copiare circa 50, 60 schedine, a seconda del sistema che si giocava.

Più facile di così.

Ci mettevo mezz’ora, massimo quaranta minuti e quando finivo mi dava 50.000 lire.

CINQUANTA-MILA- LIRE!!!!

I miei amici per la stessa cifra dovevano lavorare come manovali dalle 7,30 di mattina fino alle cinque di pomeriggio.

50.000 lire ogni sabato, 200.000 lire al mese. Ero praticamente ricca.

Mi prendevano tutti  in giro per questa cosa qua ed io davvero non ci potevo credere.

Ogni sabato salivo sul 32, facevo il mio lavoro pulito, il produttore tirava fuori dalla tasca posteriore un mazzo di bigliettoni da 50  ed io uscivo con i soldi in tasca.

Ogni volta incredula per la fortuna che mi era capitata.

Un volta, mentre ero intenta a copiare, mi chiese  “Ma cosa ci fai con questi soldi, non è che ti droghi, ti fai le canne o qualcosa del genere?”

Pensai bene ovviamente di rispondergli di no.

Cosa ne sapeva lui che io fino all’altro giorno andavo a suonare sotto la metropolitana per comprarmi il biglietto del treno per tornare a casa?

Cosa ne sapeva lui che io ogni sabato pregavo il Creatore onnipotente ed eterno che non facesse mai 13, perché altrimenti quella pacchia sarebbe finita?

Il doposcuola

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Questa cosa del doposcuola Nonna secondo me se l’era inventata, oltre che per arrotondare, per riempire il vuoto vertiginoso dell’anima, dopo che il destino le aveva strappato via il suo ragazzo.

Il “doposcuola” raccoglieva nel pomeriggio, dopo-la-scuola appunto, i bambini del quartiere per aiutarli a fare i compiti.

Nonna aveva sì e no la seconda elementare ma i compiti te li faceva fare bene. Eccome!!

C’era Enzo il figlio del contrabbandiere di sigarette, e Nicola l’emigrante che era appena tornato dall’America ed era un macello quando parlava e quando scriveva. C’era Rosa la figlia di “Gina Lollobrigida” che aveva il banco di frutta al mercato e pure Vito il figlio di Colino lo Schignato, il salumiere.

C’era l’umanità intera dell’umanissimo e variopinto quartiere Libertà.

Si sedevano attorno al grande tavolo di legno dell’unica stanza di casa di Nonna.

Lei a capotavola e loro tutti attorno e siccome non c’erano abbastanza sedie, a me toccava il vecchio sgabello poggiapiedi.

Ma da quella postazione potevo vedere tutto quello che accadeva sotto il tavolo.

Enzo, il figlio del contrabbandiere,  tirava un calcio nello stinco al povero Nicola l’emigrante. Rosa, la figlia di “Gina Lollobrigida”,  teneva lontane le mani di quello che le stava seduto accanto, perchè voleva pizzicarle le cosce. Vito, il figlio di Colino lo Schignato, si scaccolava e appiccicava le caccole sotto il tavolo.

Nonna, tutta vestita di nero, con i suoi occhi da messicana, guardava la parte superiore del tavolo, e lì tutto sembrava andare bene.

Poi iniziava ad interrogare per vedere se avevano capito le tabelline e i capoluoghi dell’Italia.

“Il capoluogo della Puglia?”
Vabbè quello era facile!!! Bariiiiiii!!! Dicevano tutti quanti in coro.

“E il capoluogo della Campania?” Un paio alzavano la mano e rispondevano “Napoli!!”.

E il capoluogo del Piemonte? Iniziava a farsi più difficile.

Il figlio del contrabbandiere mi guardò ed io con la bocca sillabai To-ri-no.

Torino!!!! Disse Enzo. E nonna: “E brav a Enzo. L’unico è stato!!!”.

“E della Sicilia???” Questa volta toccava aiutare l’emigrante. Pa-ler-mo. Sillabai di nascosto.

Palermo?? Chiese Nicola timidamente. “Eh! Sì, sì, Palermo, Palermo. Ialz la voce can nun sendc!!!” (trad. alza la voce, non ci sento).

“Mò l’ultima: il capoluogo del Friuli Venezia Giulia?” Azz!! Questa era difficile!!! Dove minchia sta il Friuli Venezia Giulia? Mi guardarono tutti. Io feci cenno di no con la testa, che questa proprio non la sapevo.

“Venezia?” azzardò Vito il figlio dello Schignato. Temerario!!

“Ma ci Venez e Venez!! Cap di ciuccio!! Trieste è.!!! Mè,  vabbè,  avast mò. Facim la merenda.”

(Trad. ma quale Venezia e Venezia somaro! E’ Trieste. Va bene, basta ora. Facciamo merenda).

E preparava pane con olio e sale per tutti i suoi nuovi figli.

(© R.L. )

Quando lei è entrata nella mia vita

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Quando lei è entrata nella mia vita io non ero niente di più che una ragazzina a cui era crollato il mondo addosso.

Non so dire perché mi accorsi di lei solo in quel momento.

Forse perché ero sicura che niente e nessuno avrebbe potuto rendere più insopportabile il mio dolore. Forse perché tutto quello che avevo dato per scontato fino ad allora, non lo era più, e tutto quello che non avevo mai notato prima, adesso prendeva davanti ai miei occhi una nuova forma e una nuova consistenza.

E poi eravamo così diverse.

Lei veniva da un quartiere in, da una famiglia “bene”, da genitori laureati, nonni intellettuali. La sua casa era piena di libri e dischi di musica classica e non si sentiva quel terribile odore di cime di rapa e pesce fritto come a casa mia. Tutti parlavano un italiano perfetto e ti apostrofavano con gentilezza. Aveva una stanza tutta per sé, con  i poster di Klee e Andy Warhol alle pareti. Conosceva Bach e Vivaldi, Sartre e Simone de Beauvoir. Io non avevo neanche la più pallida idea di chi minchia fossero, in realtà.

Davvero non so cosa ci trovasse in me.
Davvero non so perché diventò mia amica: se fu solo per pietà o perché, abitando ai bassifondi, assumevo ai suoi occhi quel no so che di esotico.
So solo che entrò nella mia vita. Ed io nella sua. E fu un ciclone.

Fu un ciclone perché le nostre vite da adolescenti si intrecciarono all’unisono colmandosi perfettamente l’una con l’altra,  fino ad un inverosimile e perfetto equilibrio, per fondersi saldamente in nuova vita, pronta ad esplorare territori mai conosciuti, in un susseguirsi di emozioni da capogiro.

Io mi innamoravo della letteratura francese e degli impressionisti  e lei ampliava il suo lessico con fantastiche e impronunciabili parolacce. Mi emozionavo ad ascoltare Toccata e fuga in re minore  e i Concerti Brandeburghesi , mentre lei riempiva i suoi scaffali con gli LP dei Led Zeppelin e dei Pink Floyd e imparava la differenza basilare tra “fare sega” e “fare una sega”.

Veniva a trovarmi a casa mia. Le avevo insegnato le strade da evitare e quelle più raccomandabili. Non mi sentivo neanche più a disagio a doverla ospitare in cucina, visto che io una stanza per me non l’avevo mai avuta e non facevo neanche più caso se si sentisse quel terribile odore di cime di rapa e pesce fritto.

Viaggiavamo su un mondo parallelo e distante. Io e lei.

Mi aiutò a sopravvivere.

E per un po’ dimenticai perfino che mi era appena crollato il mondo addosso.

©RitaLopez

Topolino

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“Ecco, signora, prenda questo.”
“Che cosa è?” chiedeva mia madre nel letto dell’ospedale Rizzoli di Bologna, all’infermiera.
“E’ morfina, signora, le calmerà il dolore”.
“Morfina? E che è la morfina”.
“E’ una droga mà”. Rispondevo io senza tatto.
“Una droga??? Madonna mè!!! Non la voggh, non la voggh!!!”.
“Signora” replicava l’infermiera nel suo adorabile accento bolognese “questa qua a Piazza Mazziore la vendono a zinquanta mila lire!!!”.

E così mentre mamma dormiva tutto il tempo io andavo a trovare Filippo, il ragazzino calabrese, due o tre stanze dopo.

Filippo, 14 anni circa, caduto col motorino nel suo paese sperduto dell’Aspromonte, completamente solo lì nel grande ospedale Rizzoli.

Filippo che non parlava una parola di italiano.

Filippo che sembrava uno spiedino vivente per tutti i ferri che gli uscivano dal braccio e dalla gamba sinistra.

Gli portavo il cornetto con la crema e Topolino, che gli dovevo leggere io, perché lui  non sapeva leggere.

Ogni volta che un’infermiera gli si avvicinava iniziava ad agitarsi nel letto con la sua gamba e il suo braccio buoni, buttava le lenzuola per terra, ma la cosa peggiore è che  sputava proprio in faccia alle poveracce.

Una mira infallibile. Certe sputazze giganti dritto sulla faccia delle infermiere.

E poi imprecava in calabrese.

Quelle non capivano, mi chiedevano “Cosa è che dice sto qua?” ed io ovviamente inventavo, ma ad un certo punto Filippo urlava “BOTTANA!!!!”.

E che cavolo Filì!!! Come lo traduco questo??? Questo lo capiscono anche loro!!!

Dopo 4 o 5 giorni gli sono andata vicino col solito cornetto con la crema e Topolino e  gli ho detto:

“Filì, mia mamma esce, ed io vado via. Devi fare il bravo eh?”.

“Parti?” mi ha chiesto come un cristo sulla croce.

Annuii con la testa.

“Si na bottana puru tu!!”

Mi risparmiò la sputazza.

Neanche un bacetto  mi volle dare.

(© Rita Lopez )

Angelo

“’Sti cammurristi!!! Propr dò avevana sta!!! Manca li cani!!!”
(trad. Questi delinquenti!!!! proprio qua dovevano abitare!! Per carità)
Mio padre si riferiva ai nostri vicini di casa, il cui cognome, solo a pronunciarlo, incuteva timore.
La Gang, il Clan, la Famiglia il cui nonno era il boss dei boss della malavita barese.
Un guaio che il mio coetaneo Angelo fosse uno di loro.
Angelo. Mai nome era stato più inappropriato per uno che di angelico non aveva neanche l’unghia del dito del piede.
Angelo aveva una carica sessuale come pochi.
Aveva la pelle scura, i capelli scuri, gli occhi scuri di un diavolo.
Angelo era dinamite.
Ci guardavamo quando ci incrociavamo per strada, io concentrata sullo sculettamento studiato e sui suoi occhi che sentivo bruciare sul mio fondoschiena…. e lui consapevole dello scombussolamento ormonale che mi provocava.
Angelo, turbamento dei miei poveri sensi che neanche avevano avuto il tempo di svegliarsi.
Angelo, quando mi guardi così, mi sento male….
Un amore senza speranze il nostro.
Un giorno che tornavo da scuola, lì lungo la strada vicino casa nostra, mi viene incontro fissandomi. Ossignore!!!! Sostengo il suo sguardo minacciandomi di uccidermi se lo avessi abbassato. Si ferma di fronte a me e mi porge un biglietto. Ho le mani sudate, il cuore a mille, le palpitazioni. Senza fermarci oltre, ognuno procede per la sua strada.
Nel chiuso della mia stanza leggo il biglietto stropicciato di Angelo.
E mentre lo leggo arrossisco e penso con orrore se capitasse sotto gli occhi di mio padre.
Ma ho la conferma: Angelo è proprio dinamite.
……………………………………….
Ero già a Roma quando mi dissero che era morto ammazzato con due colpi di pistola dietro la schiena.

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Lorenza

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All’inizio pensavo fosse un travestito.

E invece no. Era proprio una donna.

Una donna con un paio di gambe lunghe e muscolose come quelle di un calciatore e due spalle larghe quanto un armadio.

Lorenza.

Lorenza che batteva all’angolo di via Tor di Quinto.

Quando di sera andavo a prendere le sigarette a Ponte Milvio, prima che Pallotta chiudesse, Lorenza era già lì.

Lei, più o meno 40 anni, alta 2 metri, calze a rete e mezze chiappe di fuori.

Io, poco più di 20 anni, jeans sdruciti e giacca di fintissima pelle consunta.

Eravamo la coppia più improbabile di Ponte Milvio e zone limitrofe, vero Lorenza?

Dapprima dei timidi saluti e poi una chiacchiera dietro l’altra.

Fermarmi a parlare 10 minuti ogni sera con lei era diventato un rito.

Raccontava dei suoi due figli, uno era già all’università.

Raccontava dei litigi con il suo padrone di casa e delle sue piante grasse, raccontava di quanto fosse brava a cucinare e la sera dopo, per dimostrarmi che non diceva balle, tirava fuori dalla borsa una fetta di torta.

Si portò a casa anche i miei jeans sdruciti per sistemarci due toppe con la macchina da cucire.

E il giorno prima di dare l’esame mi faceva le raccomandazioni, per poi chiedermi la sera dopo: “Allora? come è andata?”.

Oh Lorenza!! “Core de Roma”!! che fine hai fatto?

Quelle sere d’inverno in cui mi stringevo nella mia giacca di fintissima pelle consunta e battevo i piedi dal freddo, mentre tu eri lì imperterrita, salda come una roccia, intrepida come una principessa guerriera, con le calze a rete e mezze chiappe di fuori, dimmi se non erano pura, irraggiungibile, sublime Poesia.

© R.L.

Milano

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Di dove sei?
Di Milano.
Di Milano???!!! La ragazzina era venuta giù in Puglia in vacanza e noi, lì alla spiaggia, l’avevamo notata subito.
Dire Milano, quando io avevo 8 o 9 anni, era come dire America, Luna, Marte.
Dove diavolo era  Milano??? Lontano lontano lontano…..
Si diceva “Eh!!! Mica vado a Milano!!!” per dire “stai tranquillo, torno subito!”.
“La milanese” come la chiamavamo noi, aveva questo modo splendido di parlare, questo accento incantevole, che ci faceva sentire quattro buzzurre senza speranza.
Era incredibile, ma quando c’era la milanese con noi, l’accento nostro veniva disperatamente storpiato, per sembrare meno brutale, il meno terrone possibile, il più vicino possibile ad un linguaggio umano.
La milanese ci rendeva migliori, solo per il fatto di essere lì con noi.
Oh! Grazie milanese, grazie!!!
E poi un giorno che facevamo il bagno col mare agitato e le onde ti portavano su su in alto, sentire le urla di mia madre che mi richiamava dalla riva, gesticolando come una Menade infuriata, fu peggio che avere le convulsioni.
“Mo addà ascìii!!!! Mo proprio!!! Vin dòooo!!!! T’accidooooo!!!!”.

(trad. Vieni fuori!!! immediatamente!!! vieni qui!!! T’ammazzooooo!!!)

Dolce tenera madre del sud.

E’ la tua mamma? Mi chiese la milanese col suo incredulo accento milanese.
Sì, risposi, senza osare alzare lo sguardo per vedere la reazione scritta sulla sua faccia.
Se in quel momento uno tsunami mi avesse sommerso e  mi avesse risucchiato giù nel profondo degli abissi, sarebbe stato meglio.

 

Peppino

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“E quello chi è nonna?”
La bambina  stringendo con una mano la mano della nonna, indicava con l’altra la tomba a destra, quella proprio sotto il cipresso.
Conosceva a memoria ogni tomba, ogni volto di giovane, vecchio, ragazzo, donna, bambino, che la fissavano seri, lì nel cimitero monumentale della sua bianca città del Sud, in mezzo a tutta quella folla di sepolcri tra il barocco scadente e il rococò pacchiano.
Eppure, ogni volta, amava riascoltare le storie di ciascuno.
“Quello è Minicuccio, il bambino che scì a frnesc nel calderone pieno di acqua bollente e splash!!!!…manca li cani fighhia mè!!”
La nonna accompagnava lo “splash” con un gesto rotatorio del braccio, permettendo alla bambina di vedere davvero, con i propri occhi, gli schizzi bollenti che esplodevano nell’aria, mentre il povero Minicuccio scalciava e annegava nell’acqua rovente dell’enorme calderone, in cui venivano messe a bollire le bottiglie di salsa.

E Minicuccio, che quel giorno infame rimase a galleggiare nel calderone, a braccia aperte e con la faccia tutta rossa e spellata, adesso la guardava da un portaritratti di ottone ovale.
Il cimitero aveva un che di familiare, di magico, era quasi un posto incantato, per niente affatto un luogo di dolore.
E anche la nonna era magica e familiare, col suo vestito nero, nero come la pece dei suoi capelli neri, senza un filo bianco, nero come la sua pelle e i suoi occhi neri  da messicana.
La nonna diceva: “Ecco zio Pasquale, fagli ciao con la mano!!!”.
“La vid a zia Marietta? mandale un bacio, accussì!!!” fino a quando arrivavano alla tomba di Peppino.
La nonna passava più di un’ora a sistemare i fiori  freschi, a pulire, a lucidare, a strofinare forte la tomba, a baciare la tomba, a parlare con la tomba.
La bambina intanto giocava là attorno, raccoglieva lumache e coccinelle.
Il cielo limpido, l’aria fresca, l’odore dei cipressi: tutto era magico e familiare.
Fino a quando, stufa, correva dalla nonna, le tirava la gonna e le chiedeva: “Andiamo via ora?”
La nonna annuiva con la testa. Gli occhi lucidi.
Peppino, il ragazzo della foto, sorrideva.
Aveva gli stessi capelli neri corvini e gli stessi occhi da messicano.
“Sciamaninn, sciam!!” (Andiamocene, andiamo!)

© RitaLopez

Lo schignato

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Tra il portone di casa mia e il salumiere all’angolo della strada, Colino lo Schignato, cioè senza denti, correvano appena 200 metri. Il mondo intero.
Un tragitto in cui tutto poteva accadere. Un segmento di vita aperto a ogni possibile e impensabile avventura.
E arrivò il giorno in cui mia madre mi chiese di fare la mia prima commissione da sola.
“Ci vai da Colino lo Schignato a prendere due etti di mortadella?”.
Io? La mortadella!? Da Colino lo Schignato?! Da sola????
Ci vado Ma’. Ci vado eccome.
Neanche duecento passi, percorsi col petto in fuori e la testa alta.
Neanche duecento passi, fiutando qualsiasi segno di pericolo attorno. Come un cucciolo di tigre nella foresta.
Feci il mio ingresso trionfale nella salumeria. I soldi ben stretti nel pugno della mano.
Aspettavo silenziosa il mio turno.
Quando toccò a me, Colino lo Schignato mi sorrise. Aveva solo gli incisivi di sotto. La sua bocca era un pozzo nero che catalizzava il mio sguardo.
“Dì minènn”. Dimmi, bambina.
Sciorinai a memoria la frase che, durante il percorso, mi ero ripetuta più volte nella mente.
“Buongiorno Signor Lo Schignato. Ha detto mamma se mi dai due etti di mortadella”.
Il silenzio piombò freddo come il gelo di una notte d’inverno nella salumeria.
Colino lo Schignato rimase col suo coltello alzato per aria. Immobile.
Avvertii tutti gli occhi e il peso del creato intero su di me.
Poi qualcuno sogghignò. Qualcun altro sgomitò al suo vicino.
Prima un riso soffocato, poi qualche risata più forte, fino a che tutti iniziarono a ridere senza ritegno, piegandosi in due, dandosi pacche sulle spalle.
Tutti, tranne Colino.
Affettava in silenzio, ma l’istinto mi diceva che al posto della mortadella, avrebbe voluto avere me tra le mani.
Portai la mortadella a mamma, ma da Colino non ci volli andare più.

 

©RitaLopez

Manuele

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Nonna abitava in uno di quei vecchi palazzi popolari e decadenti di fine 800, nel cuore del Libertà.
C’erano un androne buio e puzzolente di umidità e antiche scale di pietra grigia.
Per raggiungere il pianerottolo di casa di nonna, quello che per me era il mondo incantato, dovevo passare davanti alla porta perennemente aperta del tugurio, composto da una sola stanza, dove viveva il vecchio Manuele.
Manuele era un povero cristo a cui, tempo addietro, era stata completamente amputata una gamba. La moglie aveva tagliato la parte di pantalone che non gli serviva più e ci aveva fatto una tendina per la minuscola finestrella sopra il lavatoio così che i raggi di sole, in quei pomeriggi afosi, non entrassero nella stanza.
Era un gigante, o almeno a me così sembrava, e non aveva i denti, tranne i due incisivi laterali. Lunghi. E gialli.
Se noi bambini facevamo casino, i grandi ci dicevano: “Mo ià chiamà Manuel! (Ora chiamo Manuele!).
Ogni santo giorno dovevo passare davanti alla sua porta spalancata.
Il  groppo in gola. Passo dopo passo. Gradino dopo gradino. Costretta ad avere fegato.
Sbirciavo con la coda dell’occhio mentre superavo la sua soglia. Manuele era seduto, intento a mangiare cozze crude e ricci di mare, che apriva con la lama del suo coltello a serramanico. Il vento sollevava la stoffa del pantalone che faceva da tendina, lasciando entrare, a tratti,  la luce accecante del sole.
Un giorno, prima di salire le scale, mi accorsi con orrore che lui era proprio lì sul pianerottolo e mi bloccava il passaggio.
Manuele con la sua coppola grigia in testa, ritto sulle stampelle, era come una gigantesca montagna. Un Ciclope con una sola gamba. La cosa più terrificante che io avessi mai visto.
Il groppo in gola. Passo dopo passo. Gradino dopo gradino. Costretta ad avere fegato. Più del solito. Più degli altri giorni.
Quando mi sono trovata di fronte a lui, non so perché non abbia fatto la cosa più logica che c’era da fare: chiedergli “permesso”. Gli ho dato invece un calcio sullo stinco dell’unica gamba buona.

“Ora mi ammazza”, ho pensato.
Manuele ha aperto la bocca in una specie di sorriso, anche se a me sembrava un ghigno malefico, mostrando  i due incisivi gialli e lunghi, simili alle zanne di un elefante.
Il mio cuore deve aver cessato di battere. Manuele si scostò. E mi fece passare.

Sissignori, la montagna gigantesca, il Ciclope con una sola gamba, ridendo col suo ghigno terrificante, lentamente si scostò e mi fece passare.

©RitaLopez

Flaminio

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La migliore acustica della intera metropolitana di Roma era alla fermata di Flaminio.
La voce lì era amplificata magnificamente ed anche il suono della chitarra.
Bastava un solo giorno per risollevare le nostre finanze colate a picco.
Ormai ci conoscevano: i venditori ambulanti, la gente che andava di corsa al lavoro, gli addetti alla distribuzione dei biglietti.
Io e il mitico Daniele, che una volta si scorticò a sangue il dito, ma continuò stoicamente a suonare perché dovevamo pur tornare a casa, giù in Puglia, e non avevamo i soldi per comprarci il biglietto.
Però, alla fine, riuscimmo a racimolare i soldi.
Andammo in biglietteria alla stazione Termini con la busta di plastica bianca piena zeppa di spiccioli.
L’impiegato dietro lo sportello ci guardò con aria minacciosa, ma alla fine tirò un lungo respiro, si armò di santa pazienza e si mise a contare gli spiccioli.
Ad uno ad uno.

La rubrica

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Mi porse la rubrica telefonica con i numeri di telefono scritti da lei, pazientemente, in bella grafia….

“Vid, a nonn, iacchje u numer di zi’Iangelin, ca nun teng l’acchial.”
(trad. “Guarda un pò, bella di nonna, riesci a trovare il numero di zia Angelina? non ho gli occhiali).

Andai alla lettera A e scorsi i nomi col dito. Nessuna zia Angelina.

“Non c’è, nonna. Zia Angelina non c’è”.

“Ci sta disc? u sò scritt je. Acchiamend bell bell!!)
(trad. “Ma cosa dici? L’ho scritto io con le mie mani. Guarda meglio!!).

Riguardai e lessi ad alta voce: “Annina, Alimentari, zio Antonio u ciecat, Aiuto-ai-pompieri….”.

Mi interruppe.

“Zi’ IAN-GE-LI-NA!!!! Accmmenz co la I. E va’ pur alla scola, va’…..”
(trad. Zia IAN-GE-LI-NA!!!! Inizia con la lettera I. E vai pure a scuola, vai…).

Giusto.
Somara che ero.
Ian-ge-la. Diminutivo Iangelina.
Inizia per I.

Gesùbambino

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La notte di Natale di chissà quale anno…. so solo che portavo le trecce e mi mancavano i denti incisivi inferiori.
Attorno al grande tavolo rotondo, la mia famiglia: numerosa e meravigliosa e rumorosa.
Facevamo nascere Gesùbambino.
Come in una famiglia “NORMALE”.
Io portavo il piccolo Bambinello di plastica tra le mani, unite a coppa, e passavo attorno al tavolo in modo che tutti potessero dargli un bacio, prima di riporlo nella mangiatoia.
Così mi aveva detto di fare la maestra, a scuola.
Arrivò il turno di mio padre. Prese il Bambino dalle mie mani e lo avvicinò alla bocca per baciarlo, ma fece finta di inghiottirlo.
Iniziò a tossire e a battersi il petto con il pugno, mentre tutti gli altri ridevano e ridevano, tanto da farsi uscire le lacrime dagli occhi.
Non potevo crederci….
Mio padre aveva appena inghiottito Gesùbambino!!!!
Grandi sciagure si sarebbero abbattute sicuramente sulla nostra famiglia.
No, non era possibile. Non poteva essere!!
Come avrei mai potuto raccontarlo ai miei compagni di scuola? E alla maestra poi?
Un momento così solenne, trasformato in una incredibile tragicomica….al di là di qualsiasi immaginazione.
E poi qualcuno mi ha detto “battigli forte sulla schiena!!!”.
E così iniziai a battere più forte che potevo, con le mie braccia corte, sulle spalle di mio padre, fino a che non sentii un “TUNG!!!”….
Era Gesùbambino che come un razzo era fuoriuscito dalla bocca di papà, atterrando sul piatto di fronte a lui.
Eravamo salvi!!!
Gesùbambino fu posto nella mangiatoia. Tra uno scroscio di applausi.
Come in una famiglia “NORMALE”.
Il sacro, come sempre dalle mie parti, unito al profano.
E la notte di Natale era davvero magica!!

Le scale

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Siamo state mesi e mesi a casa di nonna, io e mia sorella.
Papà lavorava fino a sera e mamma era in ospedale, con la terza sorella più piccola, malata.
In un ospedale specializzato del Nord.

Il bagno di casa di nonna misurava un metro per un metro; c’era spazio solo per la tazza del cesso, addossata ad una delle pareti.

Io e mia sorella eravamo costrette a lavarci nella grande bacinella di plastica azzurra, al freddo della vecchia cucina, con la stufa elettrica puntata addosso, e ci veniva da ridere.

Irresponsabilmente inconsapevoli del dolore di quei mesi, incoscientemente sorde alla tristezza di quei giorni.

Io e mia sorella, 6 e 4 anni appena, le scarpe consunte di vernice nera, i cappelli colorati di lana in testa e le nostre casacchine alla Mao Tse Tung, cucite a mano da mamma tempo addietro.
E poi un giorno, mentre giocavamo per le scale del vecchio palazzo di nonna, insieme agli altri bambini, uno di loro, più grande, mi fa:

“Domani torna tua madre. Tua sorella è morta.”
E sarà stata quell’aria strafottente, quasi di sottile soddisfazione per essere stato il primo a darmi la notizia, o il gesto delle dita della mano, quando si fanno roteare insieme l’indice e il medio,  per far intendere che uno è passato a miglior vita.
Sarà stata quella sua piccola faccia di cazzo compiaciuta, o la posizione delle gambe leggermente divaricate, quasi di sfida, al limite dell’appagamento…
L’ho spinto per le scale.

Di certo non si aspettava che la piccola mocciosa dalle scarpe consunte e la ridicola casacca alla Mao Tse Tung avrebbe reagito.
E’ rotolato dall’alto della scalinata, giù, giù, giù, fino agli ultimi gradini.

Sorprendentemente sbalordito dall’audacia dell’odiosa ribelle.

Nessuno ha fiatato. Né lui, né gli altri bambini ammutoliti.

Non pensavo a mia madre, non pensavo a mia sorella, morta in un piccolo letto con le grate di ferro ai lati, là nell’ospedale del Nord.
Mi dispiaceva soltanto che il piccolo bastardo non si fosse spaccato la testa.

Egoisticamente concentrata su quell’unico  pensiero.

© RitaLopez

850

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“Ma perché ogni volta fai finta di aprire e chiudere la portiera, se è rotta?”
“Prcè si no, li drocati ci vengono a mett la droca dò inda!!!”
Ogni volta questo teatro, prima di entrare nella vecchia 850 di nonna.
Capitava a volte che mi distraessi e aprissi la portiera senza pensarci, per poi richiuderla  immediatamente e aspettare che nonna fingesse di aprire con la chiave.
Aveva preso la patente apposta per andare  al cimitero a trovare il suo ragazzo.

Usava la macchina solo per quello. Per nient’altro.
Da via Garruba, nel cuore del quartiere Libertà, fino al camposanto, tutta in seconda. Mai la terza.
Nel pieno degli anni 70, nel profondo sud, una donna anziana tutta vestita di nero e col fazzoletto in testa,  guidava pericolosamente per le strade  del  Libertà, con una vecchia 850 usata. In seconda perenne.
Era nonna.
E poi una notte, lì sotto casa sua, ci fu una sparatoria e un proiettile andò a colpire il parabrezza dell’850.
Il percorso per arrivare al camposanto si fece ancora più arduo.

Nonna guidava con la faccia appiccicata al parabrezza, guardando la strada impietosamente assolata delle due di pomeriggio, attraverso il buco del proiettile.

L’850 urlava e strepitava, implorando la terza.

Io, seduta comodamente sul sedile di pelle rossa dai cui bordi fuorisciva l’imbottitura di spugna gialla, non riuscivo a distogliere lo sguardo da nonna che si tratteneva a stento dall’imprecare, solo perchè era una donna estremamente devota.

“Quanto la amo questa donna?”, pensavo.

Già. Quanto l’amavo?

© RitaLopez

I soldatini

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C’era Claudio. E c’ero anch’io.

Il ragazzino autistico più pacioccone di Trastevere e la baby sitter più maldestra del pianeta.

Aveva una collezione di soldatini, Claudio, più di 100. Un intero esercito di piccoli soldatini, con le giubbe di un bel colore azzurro. Armati fino ai denti.

Più di 100 dannati soldatini messi in fila maniacale, allineati al millimetro spaccato, sopra un tavolinetto basso, ai piedi del letto.

E la baby sitter più maldestra del pianeta ne fa cadere puntualmente due o tre, ogni volta che ci passa vicino e, ogni volta, di nascosto, li rimette su.

E Claudio immancabilmente si accorge, non so come, che nel loro allineamento c’è qualche millimetro che non quadra, e pazientemente li risistema.

Facciamo merenda Claudio? “NO”.

E si ingozzano di pane e nutella. Claudio se la spalma anche sulla faccia.

Vediamo i cartoni? “NO”.

E si stravaccano sul divano, sommersi da un mare di peluche, a guardare la tv.

Ti va di ascoltare una favola? “NO”.

E tutto il pomeriggio a raccontare di Mangiafuoco e Lucignolo. I suoi preferiti. Ed anche quelli preferiti dalla baby sitter maldestra.

Claudio, il mio piccolo e pacioccone Claudio, perdutamente barricato in se stesso.

L’unico contatto che ha concesso al mondo esterno sono i suoi NO snervanti.

NO.

Solo NO.

Sempre NO.

E accade che un pomeriggio la baby sitter più maldestra del pianeta, arrotolandosi la lunga sciarpa attorno al collo, maldestramente appunto, come le è congeniale, atterra TUTTI (dico TUTTI) i dannati soldatini. Una strage. Oh cazzo!!!

E il piccolo Claudio esplode come una diga che ha subito una falla, un torrente in piena, una valanga inarrestabile di neve:

“NO, NO, NO, NO, NO, NO, NO, NO, NO, NOOOOO…” all’infinito.

E basta con questi NOOOOOO!!!

Mi hai rotto le palle, lo sai? Non sai dire nient’altro?

Mandami ‘affanculo almeno!

Silenzio tombale.

Lei si china rassegnata a raccogliere i caduti. Uno per uno. Per uno. Per uno…

“VA-FFA-NCULO!!!”.

Non è possibile. Claudio ha parlato. Lei si gira incredula a guardarlo. Il fiato sospeso.

E’ solo un attimo, ma l’ha visto!

Oh sì se l’ha visto! Uno spiraglio sottile come una lama di rasoio sul baratro immenso della sua anima.

Solo un’occhiata. Da capogiro. Come il brivido che si può provare a dondolarsi su un’altalena posta al bordo di un precipizio. Per poi piombare di nuovo nel buio completo.

Ci impiegano tutto il pomeriggio per risistemare i dannati soldatini.

Lui chiuso nel suo abisso da capogiro.

Lei con un leggero sorriso, un accenno di stupore abbozzato sulle labbra.

Gli occhi lucidi e gonfi.

Il cuore colmo di commozione.

© RitaLopez

 

 

Sul vecchio molo

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“No. Non è che non mi piaci. E’ che IO mi sento INADEGUATA.
E’ da sempre che lo sono. Da bambina. INADEGUATA.
In ogni situazione. Con ogni persona. In ogni contesto.
Per non parlare di quelli che mi piacciono.
Per non parlare di TE, che mi piaci più di tutti”.
Quando lo incontravo per strada un ridicolo senso di agitazione iniziava a torturarmi e se avessi avuto la capacità di sdoppiarmi, mi sarei presa a schiaffi in faccia.
Facevo finta di accorgermi appena di lui e lo salutavo distrattamente, ma dentro avevo le palpitazioni a mille.
E lui distrattamente ricambiava il saluto.
E poi un giorno l’ho incontrato all’uscita di scuola, della mia scuola sul mare.
Di nuovo l’agitazione, di nuovo le palpitazioni (E CHE PALLE!!), di nuovo mi sarei presa a ceffoni in faccia.
Ma lui sorrideva. Mi sono girata un attimo, giusto per capire se ci fosse qualche bomba sexy dietro di me.
No. nessuna bomba sexy.
Il Maschio sorrideva a Me.
Il Maschio si era fermato e stava parlando. A Me.
Sorrideva e parlava. A Me.
Okay. Ci siamo ritrovati sul vecchio molo, seduti proprio in faccia agli scogli, le ginocchia penzoloni.
A parlare. A ridere. A fumare. A scrutarci con gli occhi fin dentro l’anima.
Non so quanti attimi o secoli siamo rimasti lì.
Io, lui, il vecchio molo e il mare di fronte.
Bari vecchia e San Nicola in lontananza potevano anche sprofondare in acqua.
Giù negli abissi profondi del mare.
Io non me ne sarei accorta.

(© R.L. )

Marianna

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“Ti ricordi, marito mè?
Non volevi che andavo a lavorare ….perchè una fimmina sta male che lavora…..E mo?
E mo ca sì a u camposant…io, com aveva fa’?”
Non era ancora l’alba e Marianna si tirò su dal letto dove, al posto di un uomo, adesso dormivano tre dei suoi figli, mentre gli altri quattro erano accucciati a due a due nel resto della stanza.
Una stanza, la sua casa.
Aveva ancora un paio d’ore prima che la sirena della fabbrica suonasse.
Marianna, la possente, si tirò su i lunghi capelli.
Controllò le teste dei suoi figli, ad uno ad uno, per paura dei pidocchi.
La più piccola, sembrava un angelo!!!!, non aveva ancora due anni.
….e la fabbrica l’aspettava.
Marianna, toro scatenato, mise sul fuoco la pentola di fagioli.
Zitto!!! Zitto!!! Fece segno al figlio che aveva tirato su la testa dalle coperte e la guardava.
“Durm, ca iè nott ancora!!!!”
Francuccio rimise la testa sotto le coperte.
….e la fabbrica l’aspettava.
Marianna, il carro armato, si infilò le calze autoreggenti.
Si arrotolò le spalle e la testa con lo scialle nero di lutto, aprì la porta di casa e respirò a fondo.
Albeggiava.
….e la fabbrica urlò col suo lamento disumano e il suono fece rabbrividire Marianna più del gelo della mattina.
Marianna, la guerriera, si strinse nel suo scialle, alzò la testa e si diresse verso la fabbrica.
Per 40 anni ancora, ogni santissimo giorno, l’avrebbe affrontata.

Andrea e Roberta

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….e così, quando non aveva più voglia di studiare, andava a trovare Andrea.
Andrea, che era Andrea durante il giorno, ma che di notte diventava Roberta.
Roberta che andava a battere dietro lo stadio Flaminio.
Andrea aveva i vestiti più impensabili del pianeta: minigonne di raso verde pistacchio con i pois neri, calze a rete autoreggenti, scarpe misura 45 con tacco da 12, bustini di pizzo senza spalline, sciarpe viola della serie Muppet Show….
“Te vesti sempre come ‘na suora” le diceva Andrea, “…e mettite un po’ de robba seria!!!”.
E così lei si sfilava il poncho peruviano da “intellettuale triste” come diceva lui/lei e si infilava il vestito sexy, quello con lo spacco fino alla mutanda e il cappellino con la veletta.
“Bbella!!!!! Mo sì che sei bbella!!!!”
“Non uscirei di casa conciata così neanche sotto tortura”, rideva lei.
E poi arrivava la sera e Andrea iniziava la trasformazione.
Lei lo guardava truccarsi allo specchio, e infilarsi le calze sulle gambe depilate, lunghe tre chilometri, mentre Andrea diventava Roberta.
“Sò abbastanza “depro”??” le chiedeva quando aveva finito.
Lei annuiva con la testa.
Roberta le dava un bacio sulla fronte e uscivano.
Lei col poncho da “intellettuale triste” a prendere l’autobus e Roberta col bustino di pizzo verso lo stadio Flaminio.
Chissà quando lo avrebbe rivisto di nuovo, Andrea.

© RitaLopez

MMìinze Cule (Mezzo Culo)

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« “A ma fà du panzarott, figghje mè???”(Facciamo due panzerotti, figli miei?)
“Sì, sì mamma!!!” risposero i figli in coro».

Raccontava. Lui per me non era un vecchio come tutti gli altri.
Lui  era a metà strada tra uno  stregone saggio e un personaggio mitologico.

«“Ehh!!! Però nun teng la frisòre !!! (non ho la padella). Marietta, bell’a mammà, và alla casa di MMìinze Cule e addumandaci la frisòre. Ma ricordati,  non la si chiamann MMìinze Cule, ca s’incazz!
Chiamala Iangelìn!”».

Raccontava. Potevo sentire  il profumo del suo alito di tabacco.
Mi avvicinavo di più. Ci andavo matta per quell’odore di tabacco.

«Marietta, tremando, bussò alla porta.

Una vecchia orrida e sdentata aprì.
“Buongiorno MMìinz…Iangelìn”».

Un SUSSULTO tra noi bambini.

«“Ha detto mamma: mi puoi prestare la frisola?”.
“E ci avit fàààà???” Cosa dovete farci? urlò Mezzoculo.
“Du panzarott MMìinz…Iangelìn”».

Un altro SUSSULTO tra noi bambini.

«“E va buò va, ma me n’avit portà nu par pur a meeee!”». (Va bene, ma dovete portarne un paio anche a me!).

Non era accomodato in una canonica poltrona imbottita e variopinta, all’interno di una sala accogliente, riscaldata dal calore di un camino. No.
Lui era rannicchiato in una vecchia sedia a sdraio sgangherata, il pacchetto di Roxy senza filtro in bilico sul bracciolo di legno, e il braciere acceso sotto il tavolo scrostato della vecchia e fredda cucina.

Magro come un chiodo. Le gambe accavallate. Gli occhi torbidi a fissare qualcosa che noi non riuscivamo a vedere. Che ci era proibito. Che avremmo voluto spiare.
Eppure, era su un alto e possente trono dorato, che a me sembrava seduto. Simile ad un vecchio e mite imperatore.
Era il mio mondo. E nessuno, più di lui, sapeva rendere il mio mondo magico.

Raccontava. Ed io viaggiavo in una preziosa palla di cristallo trasparente, sospesa nel fumo della sua sigaretta.

 

© RitaLopez

L’armadio

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La naftalina nell’armadio non era riuscita a cancellare il suo odore dai vestiti. O almeno a lei così sembrava.
Quando era sola apriva piano le ante, afferrava una giacca, un gilet, una camicia e annusava.
“Allora, fai finta che le rotelle sulla bici ci sono ancora. Non ti preoccupare, ti tengo io dietro. Tu pensa a pedalare”:
“No, non è vero, tu mi lasci. Tu mi lasci e io cado!”
“No che non ti lascio, te lo giuro.”
“Su cosa lo giuri?”
“Sulla mia testa”.
C’era il giubbotto di pelle marrone, quello che aveva indossatol’ultima volta, quello che la mamma non aveva potuto mettere in lavatrice.
Sì, quello sapeva di lui più di tutto.
Un profondo respiro.
“Se mi lasci non ti parlo più”
“Pedala pedala. Guarda avanti. Vedi? Ti tengo. Ti tengo e non ti lascio”.
Odiava la naftalina. Aveva un odore forte e pungente che cancellava tutti gli altri odori.
“Lo vedi? Stai andando da sola adesso!!”
“Non è vero, mi stai tenendo ancora tu da dietro.”
“No!!! Non ti sto tenendo più!! Stai andando da sola!!! Stai andando da solaaaa!!!”.
Qualcuno alla porta!!! Richiuse subito l’armadio.