Autore: ritaio

Casilina blues

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Le 4,30 di mattina ed è ancora buio pesto.

Sono qui, all’incrocio della Casilina, ad aspettare la corriera che mi porta al lavoro.

C’è un cane che abbaia in lontananza, mentre fumo la mia prima sigaretta.

Inspiro forte e penso a te che dormi ancora nel nostro letto, il respiro calmo che ti fa sollevare il petto bianco, e l’amaro mi sale in bocca.

Spengo la sigaretta, ancora a metà, sotto la scarpa, prima di montare sulla corriera silenziosa, stipata di operai come me, addormentati con la testa poggiata al vetro umido o alla finta pelle del sedile.

Hanno la borsa col pranzo sulle gambe.

Sprofondo nel primo posto libero e chiudo gli occhi, cercando di rubare ancora un’ora di sonno.

E invece penso a te che ti sveglierai tra poco, nel nostro letto, e mi si stringe lo stomaco.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per poter vivere.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per stare con te.

Dodici ore al giorno.

Di ogni giorno della mia vita.

Di ogni giorno della mia vita.

Una linea rosa solca il cielo all’orizzonte, mentre la Casilina inizia a trafficarsi.

Fisso il vetro appannato e rivedo mia madre, con gli occhi lucidi d’orgoglio, il giorno che  mi presero in fabbrica,

e il mio amico Maurizio che si sbatte l’anima seduto al bar del paese,

e te, che continui a ripetermi che dobbiamo ringraziare il cielo perché almeno io lavoro.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Scendo dalla corriera insieme agli altri, ognuno diretto al proprio destino, a capo chino, a passo deciso.

Mi riaccendo una sigaretta e penso che non voglio ringraziare nessuno.

Che io sia dannato: non voglio ringraziare nessuno.

© RitaLopez

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E non mi sentirò mai sola

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“Quando morirò voglio essere portata a Bari”, così ho risposto alla mia Dona, quando me lo ha chiesto.

C’era questa specie di piccolo monumento funerario che nonna aveva comprato quando era viva, grande abbastanza per ospitare quattro o cinque corpi, non di più.

Il primo ad essere calato là dentro fu suo figlio, poco più che ventenne,  ucciso in un agosto infuocato, su una polverosa provinciale dell’entroterra pugliese, da un pirata della strada che neanche ebbe la misericordia di fermarsi a prestargli soccorso.  Il bastardo lo lasciò così, accasciato sul volante, con la testa fracassata e la materia grigia, che faceva capolino dal cranio spaccato,  ancora palpitante.

Da bambina giocavo attorno a questo sepolcro, mentre nonna metteva fiori freschi sulla tomba e mi diceva: “pur jì  ja venì dò, arricuerdàteve.” (anche io devo venire qui, ricordatelo.)

Ma prima di nonna ci andò mio padre.

E dopo mio padre, mio nonno.

E alla fine toccò a nonna.

“L’ultimo posto della tomba è il mio!” diceva mia madre l’altro giorno a me e alle mie figlie, un tantino sbigottite del fatto che si parlasse di morte così, tra un bicchiere di vino ed un altro, come se si parlasse di scarpe, o di smalto per unghie, o di cosa preparare per cena.

Mi hanno fatto sorridere: non sono abituate ai discorsi sui morti e sulla morte come era normale che si facesse da noi, con la gente delle mie parti, quando io ero bambina.

E’ stato allora che la mia Dona mi ha chiesto: “ma tu mamma, quando morirai, dove vuoi essere sepolta?”.

E quando le ho risposto che volevo tornare a Bari, mi ha detto: “Ma il sepolcro sarà al completo!”.

“Si dovranno stringere” le ho risposto.

“Ci stà disci?” è intervenuta subito mia madre, “ti so ditt ca non ci sta cchiù  u post dopp à me”.

“Cioè, spiegami, voi dovete stare tutti insieme e io no? Voglio venire anch’io” ho replicato.

“Nun puet venì”, mi ha risposto.

“E io mi faccio cremare. Ci sarà posto per un po’ di cenere! O no?”.

“Sì, accusì sì”.

“Ok. Allora è stabilito. Avete capito bene ragazze? Quando muoio, mi fate cremare, mi portate a Bari e mi mettete in un angolino, lì in quel sepolcro, insieme a loro”.

Non scherzavo. Non scherzavo affatto. E loro lo hanno capito. Ho preteso che me lo promettessero.

Hanno annuito in silenzio.

Ed ora io, non so perché, mi sento più tranquilla.

Non ci avevo mai pensato alla mia morte. Non mi interessava.

Ma adesso la certezza di tornare insieme a quelli che ho amato, a due passi dal mare, per sempre, mi riempie il cuore di gioia.

E non mi sentirò mai sola.

©RitaLopez

Il piccolo Gianni

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E così ce l’hai fatta piccolo Gianni.

Sei un “dottore della testa” come dicevi da bambino, quando ti si chiedeva: che vuoi fare da grande?

Il mio piccolo Gianni, che mi guardava stupita quando tornavo a casa per Natale, neanche il tempo di disfare lo zaino e me lo trovavo alle costole a tempestarmi di domande.

“Come sta tua madre Gianni?” e intanto ti scrutavo per cercare i segni delle botte da qualche parte sul tuo corpo.

“Sempre uguale”, tagliavi corto.

Tutti sapevano che tua madre stava male da tempo.

Era “malata di testa” come dicevano i vicini.

Gridava tutto il giorno e poi piangeva.

Litigava con tuo padre e poi piangeva.

Ti menava e poi piangeva.

Il mio piccolo Gianni con i graffi sulle braccia.

Il mio piccolo Gianni con le stanghette degli occhiali rotte e un elastico delle mutande sistemato sulla montatura e messo attorno alla testa, perché non cadessero dal naso.

“Come hai fatto a romperli?”

“Sono caduto” mentivi.

Disfacevo lo zaino per cercare il libro che mi avevi chiesto come regalo di Natale: “Il linguaggio del corpo” di Alexander Lowen.

“Come puoi leggere questa roba alla tua età?” ti domandavo.

“Voglio diventare un dottore della testa”.

Stamattina mi hanno detto della tua Laurea a pieni voti in Psichiatria e Psicoterapia.

Mi hanno detto che eri bellissimo mentre discutevi la tesi, con una camicia bianca sulla pelle abbronzata e un paio di occhiali dalla montatura leggera che ti stavano proprio bene.

Tuo padre si è anche commosso.

E tua madre…tua madre sarebbe stata fiera di te.

© RitaLopez

La mansarda all’Esquilino

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Dalla mansarda di 50 metri quadri nel cuore dell’Esquilino, là dove abitavi, si sentivano le voci allegre dei venditori di frutta e verdura che sistemavano, la mattina presto, le loro bancarelle al mercato di piazza Vittorio.

Ti osservavo mentre ancora dormivi nel sacco a pelo adagiato sul pavimento.

Ammiravo le tue doti intellettuali, la tua preparazione politica, le tue capacità di oratore coinvolgente e conturbante alle assemblee, quando tutti gli studenti assiepati nell’Aula Magna pendevano seri e concentrati dalle tue labbra.

Guardavo i tuoi libri sparsi per il monolocale, sulle sedie, per terra, ai piedi del letto, accanto ai fornelli della cucina, e mi sentivo una piccola sprovveduta e ignorante al tuo confronto.

Solo una piccola sprovveduta e ignorante.

Amavo la tua passione rivoluzionaria, il tuo credere nella possibilità di risvegliare le coscienze assopite della gente umile, della gente più debole, come quella che io conoscevo bene.

Ti sommergevo di domande, ti chiedevo spiegazioni, mi nutrivo dei tuoi discorsi accalorati e dopo, tutto mi sembrava chiaro e ovvio.

Lì nella mansarda all’Esquilino tutto era possibile, tutto sarebbe stato possibile.

Persino la rivalsa mia, della mia famiglia, della gente del mio quartiere, della mia città, che pure allora mi sembrava così lontana, così inestricabilmente legata ad un recondito ambito del mio cervello. Quasi il ricordo di un’altra vita.

Te, la tua mansarda, le tue promesse, le mie speranze: tutto mi è tornato in mente perché ho visto la tua foto sul giornale.

Ho letto avidamente l’intervista al grande economista e politico, e non ho riconosciuto una sola parola dei discorsi infuocati del ragazzo di piazza Vittorio, neanche un’ombra sottile, neppure un flebile richiamo, un’eco lontana.

Eppure sono sicura che tu fossi sincero allora, che tu non mentissi neanche lontanamente a me, agli studenti, o a te stesso.

Tuo padre ti pagò il master in America ed io non vidi più né te, né i tuoi libri, né la mansarda all’Esquilino, dove tutto mi era sembrato possibile, mentre quella che ero, e che sempre sarei stata, la mia famiglia, la gente del mio quartiere, la mia città, sono qui, attaccati come ventose tenaci al mio cervello e al mio cuore.

©RitaLopez

 

L’ablativo assoluto e l’odore di cime di rapa

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Elvis Presley, il ragazzo del piano di sotto, teneva il volume dello stereo a palla. Come al solito.

Faceva un caldo che potevi metterti anche a piangere ed io studiavo nella stanza dove era il tavolo grande, con la finestra spalancata. Ed era difficile concentrarmi sulla democrazia ateniese con Elvis che con l’accento barese urlava:“Bibappalula sciis mai beiiiiibeee”.

E mio padre, come al solito, si affacciava alla finestra: “Uagliò!!” gli urlava in canottiera “E abbascia sta radio. C’è fighjama ca sta studje…”

e poi, voltandosi velocemente verso di me, mi chiedeva “Che studi?”.

“Storia” rispondevo di malavoglia.

“…ca sta studje storia. E ci ccazz!”.

Come se avesse importanza quello che stavo studiando.

Non aveva importanza. Certo non per me.

Studiavo come una pazza.

Studiavo con disperazione, con la rabbia in corpo.

Come se Clistene mi avrebbe un giorno riscattato dalla mia condizione.

Come se l’aoristo e l’ablativo assoluto mi avrebbero permesso di scollarmi finalmente di dosso le strade viscide del mio quartiere, con tutti i personaggi che lo popolavano.

Studiavo con la voracità di un lupo affamato, con la bava alla bocca.

Come se la consecutio temporum mi avrebbe concesso la facoltà di cancellare per sempre l’odore di cime di rapa che impregnava l’aria della cucina.

Come se grazie a Saffo o a Orazio sarei un giorno potuta sfuggire alle cozze sgusciate, ai bibappalula di Elvis, al mio accento da meridionale ogni volta che aprivo bocca, alle preghiere sussurrate di nonna, alla tosse soffocante di mio padre, di notte, che toglieva il sonno a lui e a noi.

Studiavo come chi vuole farsi del male, vuole ferirsi.

Pur di non fare la fine di Rosa, la mia amica di infanzia già fidanzata in casa con Mario, che ogni domenica pranzava dai futuri suoceri, portando un vassoio di paste di mandorla.

Pur di cancellare gli androni bui e maleodoranti del posto dove abitavo e le urla dei venditori ambulanti di pesce fresco.

Aiutami Saffo. Aiutami Orazio.

Non mi hanno aiutato. Quei bastardi. E’ stato tutto inutile. Ovviamente.

©RitaLopez

Il Generale Marzano

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Entro in una farmacia in via di Santa Maria Maggiore.

Subito dopo entra anche il generale Marzano.

Non lo conosco ma la farmicista, una signora distinta sulla sessantina, salutandandolo lo chiama così.

Il generale Marzano è un uomo possente, vicino più agli 80 che ai 70, e ha dei grandi baffi grigi.

La sua testa e le sue mani sono attraversate da un evidente tremolio.

Si siede spossato su una sedia vicino all’apparecchio per misurare la pressione.

“Generale non si sente bene? Perché è uscito stamattina?”

Percepisco che la farmacista è preoccupata, aggrotta le sopracciglia, e poi a bassa voce mi sussurra:

“Ha un inizio di Alzheimer, vive da solo, qua vicino….Esce di casa e dimentica le chiavi all’interno dell’appartamento…un disastro!”, e poi, ad alta voce, rivolta a lui: “Ha preso le chiavi di casa generale?”.

“Sì.” risponde il generale, le tempie umide di sudore per il gran caldo, “Eccole!” gliele mostra come un bambino diligente, facendole tintinnare in aria.

“E dove pensa di andare ora, generale Marzano?”

“Devo andare a Piazza Venezia, c’è mio figlio che mi aspetta”.

Dalla faccia della farmacista capisco che non c’è nessun figlio che lo aspetta a Piazza Venezia.

“Generale fa molto caldo, non può andare da solo fino a piazza Venezia, è lontano. La prego torni a casa. Non posso lasciare il negozio, altrimenti l’avrei accompagnata io….”

“Lo accompagno io il generale” dico d’istinto.

“Oh! grazie mille”, mi sussurra la farmacista “abita a due portoni da qui”.

Mi avvicino al generale e lo invito ad alzarsi prendendogli piano un braccio.

A fatica si mette in piedi. E’ altissimo. E’ una montagna enorme scossa da tremolii gentili.

Arriviamo sotto il portone di casa. Prende da bravo le chiavi dalla tasca e apre con la mano tremante, ma comunque avvezza ad un gesto ripetuto chissà quante volte, per chissà quanti anni.

Gli reggo l’anta del portone per lasciarlo passare.

“Buongiorno Generale”, gli dico prima di chiudere.

Si volta verso di me e si porta la mano tesa e tremolante vicino la tempia sudata in segno di saluto.

Mi metto sull’attenti, la schiena rigida, le gambe unite, e mi porto anch’io la mano destra alla testa.

Rimango così fino a che entra nell’ascensore.

Richiudo il portone.

Vado. E’ tardi.

© RitaLopez

Solo per un attimo

Senza titolo

(III sec. a.C.)

Non so bene come andarono i fatti, perché io non ero ancora nato.

Non ne avevo avuto ancora il tempo.

So soltanto che mia madre quel giorno aveva iniziato ad avere le doglie: si preparava per farmi nascere.

So soltanto che camminò tanto, alla ricerca di un posto tranquillo dove poter partorire in pace.

Riuscivo a sentirla, comodamente adagiato dentro la sua pancia.

All’improvviso ha avuto un sussulto, quello l’ho sentito bene. Forte e chiaro. Ho sussultato anch’io.

Sicuramente ha visto qualcosa, o qualcuno, che l’ha spaventata. Si è messa a correre, più veloce che poteva. Ho sentito  il suo respiro farsi sempre più corto, sempre più corto. Quel qualcosa, o qualcuno, continuava a seguirla. Senza tregua.

Avvertivo la sua paura, l’affanno, l’angoscia, mentre le doglie  continuavano, aumentavano implacabili, sempre più ravvicinate. Sempre più forti.

So soltanto che quel qualcosa, o qualcuno, alla fine l’ha raggiunta. Le ha fracassato la testa, fratturandole il cranio.

Mia madre è caduta sulla terra umida e odorosa.

Ancora viva. Il suo cuore che ancora batteva.

Giusto il tempo perché io nascessi e fossi per un attimo accecato dalla luce abbagliante del sole. Solo per un attimo.

Poi, più niente.

***

(Settembre 2001)

Sensazionale scoperta. Stamattina un gruppo di archeologi ha trovato lo scheletro, osteologicamente ben rappresentato, di un giovane adulto di sesso femminile e i resti ossei di un feto a termine, adagiato tra i suoi femori.

Alcune lesioni riscontrate  sul cranio della donna,  fanno supporre a una morte per cause violente.

Per ora è tutto. Il prossimo notiziario alle ore 13. Pubblicità.

©RitaLopez

“Cosa vedi?”

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Era giugno, ricordi?

Mi dissero della morte di tuo padre un pomeriggio di afa soffocante.

Fino a pochi giorni prima ridevamo nella grande piazza di pietra bianca, accecati dalla luce.

Ridevamo ad alta voce insieme agli altri. Eravamo come rondini impazzite nel cielo.

E poi ti ho rivisto un pomeriggio, al calare della sera, seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Fissavi un punto all’orizzonte, le mani in tasca.

Mi sono avvicinata, mi sono seduta accanto a te.

“Cosa stai guardando?” ti ho chiesto, “Cosa vedi? Sembri irraggiungibile”.

“Non posso spiegartelo”, mi hai risposto, continuando a fissare lontano, “ma è spaventoso”.

Avrei voluto prenderti la mano e stringerla, ma mi sentivo inopportuna.

Inopportuna come le rondini che urlavano impazzite nel cielo.

E poi successe anche a me.

A giugno, un mese così bello e così straziante.

Dopo giorni di autolesionismo, mi sono ricordata di te.

Sono venuta a cercarti.

Ti ho trovato al solito posto. Eri seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Gli occhi puntati all’orizzonte, a fissare un punto imprecisato.

Di nuovo mi sono seduta accanto a te.

“So cosa vedi”, ti ho sussurrato con le mie ultime forze.

“E’ spaventoso”.

Senza distogliere lo sguardo dal punto in cui il cielo diventa mare e il mare diventa cielo, mi hai preso la mano.

Le rondini vorticavano e urlavano impazzite sopra di noi.

©RitaLopez

Mia sorella Tullia

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Portarono Tullia al tempio che non aveva ancora compiuto 10 anni.

Ero gelosa di mia sorella maggiore, scelta per diventare una Vestale, la sacerdotessa della Dea del fuoco perenne di Roma.

Mi infastidivano gli elogi di mia madre, gli occhi lucidi e gonfi di lacrime ogni volta che a casa si parlava di lei.

Morivo di invidia quando incontravo Tullia per strada, insieme alle altre sacerdotesse.

Persino i magistrati si inchinavano e le lasciavano passare.

Tullia era tra le più belle. Il velo bianco, che le copriva il capo, abbagliava come il marmo di Roma sotto il sole d’estate.

Ci guardavamo un attimo.

Mi sorrideva ogni volta.

Ma io non ricambiavo il sorriso.

Mai.

Volevo essere al suo posto.

Ecco cosa volevo.

L’ho incontrata per le strade del Foro quando ero bambina, e poi adolescente, e poi ancora quando sono diventata la moglie del ricco patrizio che non ho mai amato.

Tullia mi ha sempre cercato con lo sguardo e con lo sguardo mi ha sempre sorriso.

Ma questa mattina Tullia non mi guarda.

Questa mattina portano Tullia al Campus Scelleratus per essere sepolta viva: è così che puniscono una Vestale quando perde la sua verginità.

Mia sorella è sdraiata su una lettiga, legata alle braccia e alle gambe con delle cinghie di cuoio.

E’ come se fosse già morta.

Mia sorella, la vergine impura, procede nel corteo funebre che la porta alla tomba.

La folla è silenziosa e costernata.

Giungiamo presso Porta Collina.

Tullia verrà introdotta in un sepolcro sotterraneo, dove hanno preparato una tavola imbandita, una fiaccola accesa, pane, acqua in un vaso, latte ed olio, quasi a volersi discolpare della morte di un corpo fino a quel momento considerato sacro e solenne.

Mi intrufolo tra la folla e mi avvicino più che posso alla lettiga, dove mia sorella è sdraiata. La raggiungo. Sono accanto a lei. La guardo. E’ ancora bellissima, nonostante indossi il suo abito funebre.

Mi guarda. E’ sperduta. Le sorrido.

Io sorrido a mia sorella Tullia.

Fra un attimo il sepolcro verrà chiuso.

La sua memoria cancellata per sempre.

© RitaLopez

Se ti avanzano li riporti indietro

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“Allora: questi sono per i libri”.

Metteva i soldi sul tavolo.

Guardavo le sue mani mentre contava le banconote e mi sentivo i crampi allo stomaco.

“E questi sono per mangiare. Di più non posso.”

Un moto convulso mi agitava il petto, non so dire se per rabbia o per disperazione.

“Guarda che sono troppi!” mentivo.

“S’avànzan l’annùsce ‘ndret”. (Se ti avanzano li riporti indietro).

Lasciava i soldi in bella mostra, perché il giorno dopo sarei dovuta partire all’alba, prima che lei si svegliasse.

Mi salutava già dalla sera.

“Iàpr l’ecchje” (apri gli occhi).

Sapevo che non avrei mai potuto ripagarla. Mai.

Anche se un giorno fossi diventata ricca, sarebbe stato impossibile ricambiarla di quello che faceva per me, anche se ci avessi aggiunto il massimo degli interessi.

Non sarebbe mai stata la stessa cosa.

Ci sono attimi, gesti, azioni che acquistano una valenza talmente elevata, che non potrà mai essere eguagliata.

Ci sono doni che hanno la solennità dell’imparagonabile.

Ed io mai avrei potuto ripagarla. Lo sapevo.

Mi alzavo dal letto che era ancora buio.

Mi mettevo lo zaino pesante sulle spalle.

Mi avvicinavo al tavolo. Prendevo i soldi.

Prima di metterli in tasca li contavo.

Mi avviavo verso la porta.

A metà strada, tornavo indietro.

Riprendevo i soldi dalla tasca.

Li ricontavo.

Ne lasciavo metà sul tavolo.

Chiudevo più piano possibile la porta alla mie spalle.

©RitaLopez

Zenobia di Palmira

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Per anni abbiamo combattuto insieme, io e la mia Regina, la bellissima Zenobia, fiera al pari di un’Amazzone, coraggiosa quanto una leonessa.

L’elmo fiammante sulla testa, i capelli acconciati in sottilissime treccine, lunghe fino alla vita, gli occhi di nero carbone, cupi, senza ombra di paura: mi toglievano il fiato.

Abbiamo combattuto fianco a fianco, io e lei.

E l’amavo.

L’amavo per come aveva eliminato l’uomo che era stata costretta a sposare, il re fantoccio che Roma aveva posto a capo della nostra gloriosa Palmira, perché facesse da Stato cuscinetto contro i pericolosi Persiani.

L’amavo per il suo sogno di indipendenza da Roma.

Per la sua visione delirante di un grande Impero d’Oriente, che comprendesse la Siria e poi  l’Egitto e poi l’Asia Minore e poi l’Arabia.

Ero accanto a lei quando infuriava nella battaglia.

Quando conquistava nuovi territori.

Ed ero accanto a lei quando la sera, davanti al fuoco, beveva felice insieme ai suoi soldati.

Sì, l’amavo.

L’Imperatore di Roma fu costretto ad intervenire di persona.

Soggiogò con la forza ed il denaro le tribù locali e sottomise la fiera Zenobia.

Ero ancora con lei quando ne fecero il trofeo più nobile e prezioso, e le legarono i polsi con lunghe catene d’oro.

I suoi occhi di nero carbone, cupi, senza neanche una lacrima, erano fissi sulla nostra città conquistata.

Piangi ora mia Zenobia?

Piangi ora, per la nostra Palmira gloriosa?

Mai, come in questi giorni tristi, io sento di amarti, mia superba Regina Guerriera.

© RitaLopez

 

 

Corri Gaetà, corri!

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Oltrepassavo i binari ricoperti dall’erba della vecchia ferrovia e venivo a prenderti a casa tua.

Pigiavo forte l’indice sul pulsante del citofono. Il suono era talmente forte che potevo sentirlo sotto il tuo balcone spalancato del primo piano.

Si affacciava tua madre con i suoi occhi da assassina e uno strofinaccio tra le mani.

“Che vuoi?” mi urlava.

“Fate scendere Gaetano per favore?”.

Ti sentivo mentre ti precipitavi dalle scale, saltando i gradini a due, a tre alla volta. Il mio naso schiacciato sul vetro del portone chiuso.

Mi sorridevi mentre toglievi il catenaccio al Ciao rosso, legato al palo del cortile.

“Così tardi?” chiedevi.

“Ho dovuto finire i compiti, prima”.

Mi sistemavo dietro il sellino del Ciao, sul ferro freddo e scomodo, che dopo un po’ ti segava le gambe e abbracciavo la tua vita, quasi all’altezza della mia faccia.

“Corri Gaetà, corri!” ti incitavo, mentre sfrecciavamo come due dannati tra le auto in coda, sorpassandole a destra e a sinistra, in uno slalom che sembrava essere questione di vita o di morte.

L’aria tiepida del pomeriggio gonfiava le nostre magliette colorate.

Presto i palazzi della periferia si diradavano e solo quando gli uliveti secolari diventavano più fitti, si preannunciavano le prime ville.

Svoltavi in una strada sterrata, spegnevi il Ciao e lo accostavi sotto un ulivo dal tronco contorto.

Proseguivamo a piedi fino all’ingresso della Villa grande, nascosta dagli alberi di magnolia, e seguivamo la recinzione, fino a giungere nella parte retrostante. Nascosti dai possenti fichi d’India, potevamo intravedere la grande piscina con l’acqua turchese e i bagliori dorati che esplodevano sulla superficie.

Spiavo i fratelli che abitavano lì, un ragazzo e due sorelle più piccole, che facevano il bagno, ogni pomeriggio, nella loro piscina. Guardavo estasiata i  corpi già abbronzati, e i tuffi  dal trampolino, il prato verde smeraldo su cui correvano a piedi nudi, le siepi curate di bosso fitto, il tavolino di vimini con i bicchieri colmi di menta ghiacciata, il patio ricoperto dalla vite americana, l’acqua turchese in cui si tuffavano e da cui riemergevano…

Io guardavo loro, e tu guardavi me, mentre fumavi la mezza sigaretta rubata a tuo padre, che ti eri portato da casa.

“Noi teniamo il mare vero. E il mare vero è meglio”.

Mi giravo e ti fissavo, infastidita, senza crederti.

“Andiamo mò?” mi chiedevi impaziente.

A malincuore mi staccavo dalla terra rossa su cui mi ero accovacciata.

Rimontavamo sul Ciao rosso.
“Madonna mia è tardi! Mò chi lo sente mio padre”, realizzavo guardando l’orologio.

“Corri Gaetà, corri!”.

Sfrecciavamo verso il cuore della città, come due dannati.

L’odore del porto, sempre più intenso, sempre più prepotente, nelle mie narici.

© RitaLopez

 

L’ora del capitone

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Ci accalchiamo attorno al vecchio tavolo di legno, graffiato dal tempo, io e gli altri bambini.

Nonna afferra il capitone per la testa.

Incredibilmente è ancora vivo, completamente stordito dalle lunghe ore passate nel contenitore di terracotta, al buio e quasi senza ossigeno, ma vivo.

Il  corpo lungo e nero antracite sul dorso, quasi bianco nella parte inferiore, lucido e viscido.

Nonna prende un foglio della Gazzetta del Mezzogiorno, lo stropiccia ben bene e si aiuta con quello, per evitare che l’animale le sgusci dalle mani.

Lo tiene fermo sul tagliere con la sinistra, con la destra impugna un lungo coltello e inizia a tagliargli la testa.

La lama del coltello va avanti e indietro, posizionata proprio sotto le fessure branchiali, avanti e indietro, avanti e indietro, i piccoli occhi dell’animale puntati su di me, i miei occhi fissi su di lui, avanti e indietro, sempre più a fondo, il resto del corpo mucoso che si dimena, la muscolatura incredibilmente potente, la coda che sbatte in alto e in basso, producendo un tonfo sordo sul tavolo, la lama che penetra più a fondo, avanti e indietro, avanti e indietro, la Gazzetta intrisa di sangue, la bocca che ancora si apre, posso vedere i denti conici e tutti uguali, e mi manca il respiro, eppure non riesco a staccare gli occhi dalla scena, la mandibola che si allarga, avanti e indietro, e la testa che alla fine si stacca, e la osservo, e qualcosa dentro ancora si muove e palpita.

“Moc, ci iè tèst!” (accidenti quanto è duro!) dice nonna. Si tira su gli occhiali scivolati sulla punta del naso con il dorso della mano sinistra, ed è un attimo.

Il corpo senza testa del capitone guizza di vita propria e balza dal vecchio tavolo di legno.

Tutti noi bambini saliamo rapidi sulle sedie e urliamo e ridiamo con gli occhi spalancati.

“Auanddàtue, Auanddàtue!” (acchiappatelo, acchiappatelo!) urla nonna.

Ma siamo paralizzati dal terrore e dall’eccitazione.

L’animale decapitato striscia sotto il tavolo, gira attorno alle gambe delle sedie, scappa senza meta, ora a destra ora a sinistra, senza sapere dove va, perché non ha più la testa, non ha più gli occhi per vedere, e alla fine si intrufola proprio tra i piedi di nonna.

Lei si china e lo agguanta con le pagine della Gazzetta del Mezzogiorno.

“Disgraziato!” dice.

Lo ripone sul tagliere e riprende il coltello.

Scendiamo uno a uno dalle sedie e ci avviciniamo nuovamente attorno al tavolo.

Guardo la testa staccata del capitone. Non si muove più. Ma i suoi occhi ancora mi guardano.

Le mani di nonna sono piene di sangue e di vita e di violenza e di carezze.

© RitaLopez

 

La Vespa di Vito

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Vito vendeva le bombole a gas sotto casa di nonna.
Ogni sera tirava giù la serranda arrugginita del negozio, facendo il casino infernale di mille mitragliatrici.
Montava sul Vespone azzurro. Lui al posto di guida e la moglie dietro, seduta con tutte e due le gambe da un lato, che cercava di tirarsi giù la gonna che sembrava doversi scucire da un momento all’altro attorno alle cosce floride.
La moglie di Vito e la sua meravigliosa circonferenza media di 180 cm dalle spalle alle ginocchia: una mano che teneva giù la gonna e l’altra che premeva, contro il suo petto, il torace del figlio più piccolo che le sedeva in grembo.
Un secondo figlio stava in mezzo ai genitori, spiaccicato tra le spalle del padre e il seno ingombrante della madre. Gli si vedeva solo la faccia, messa di lato per poter respirare, e le gambe sottili a cavalcioni del sellino.
Il terzo figlio, più grandicello, si sistemava invece in piedi, in mezzo alle gambe di Vito. Poggiava anche lui le mani sulle manopole, accanto a quelle del padre, e faceva finta di guidare.
Io e nonna li salutavamo dal balcone.
“Sciate chian!!!” Andate piano! diceva nonna.
Ma pure volendo, come poteva andare più veloce di così la Vespa di Vito, con tutta quella gente ammucchiata sopra?
Li guardavo allontanarsi piano piano, sul Vespone azzurro simile ad un lento sommergibile, lungo la via piena di gente e piena di grida e piena di vita, fino a che diventavano un puntino indistinguibile in fondo in fondo.

© RitaLopez

Tutta la vita e l’ amore del mondo

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17 anni e il cuore infestato dai fantasmi.

17 anni quando siamo diventati amici, nel periodo più maledetto delle nostre vite.

Fatti incontrare da un destino infame e beffardo in una notte appiccicosa di zanzare.

Te lo ricordi?

Costretti a vorticare su una giostra terribile,

senza alcuna alternativa, se non quella di tenerci stretti dentro la tua macchina usata,

parcheggiata dove la notte era più buia, proprio sul bordo della scogliera,

mentre la nostra città bianca era così illuminata, in lontananza, da sembrare in fiamme.

Tenevo la testa sul tuo petto e chiudevo gli occhi.

“Tienimi stretta” pensavo.

E tu mi stringevi, senza che io avessi parlato,

e la giostra  per un attimo si fermava dal suo terribile vorticare.

Le mani forti di chi lavorava in raffineria di giorno.

Le mani leggere del ragazzo che accarezzava la mia schiena di sera.

Te lo ricordi?

Ci sono amori intensi ma disperati,

amori stretti in un abbraccio dal sapore straziante,

simile al ruggito di un leone catturato.

Amori evidentemente diretti verso una sconfitta clamorosa,

come avviene agli eroi di un film senza pretese, che laceri e ridotti a brandelli, se ne fottono e vanno avanti.

Eppure tutta la vita del mondo era racchiusa in quell’abbraccio,

in quel respiro caldo senza parole,

e nelle lacrime che, alla fine, non riuscivo a trattenere.

Tutta la vita e l’amore del mondo dentro quella tua macchina usata,

parcheggiata al bordo della scogliera.

Con l’anima in fiamme.

Con il cuore tremante.

E niente. Io me lo ricordo.

Me lo ricordo bene.

©RitaLopez

Di Sara e delle sue varie morti

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La prima volta che si sentì morire era solo una bambina,

calzettoni di cotone  fin sotto le ginocchia sbucciate e occhi di fuoco ardente.

Le mani grinzose ed indiscrete di un uomo, che poteva essere suo nonno,

su per le cosce muscolose e abbronzate dal primo sole caldo di aprile.

Quella fu una morte inconsapevole e istantanea.

E morì di nuovo, anni dopo,

quando due coetanei, che potevano esserle fratelli,

la presero nel vicolo disabitato là sotto la vecchia ferrovia,

tra l’immondizia ammassata che puzzava di rancido, lungo i bordi dei marciapiedi,

mentre un mare di finestre, lassù in alto, la osservavano nel buio della notte,  con gli occhi chiusi e le orecchie tappate.

Quella fu una morte vergognosa e urlata.

Ma morì anche quella volta che l’uomo dal cui seme era stata generata, suo padre,

l’abbandonò per sempre,

subito dopo un litigio di parole sbraitate uno sulla faccia dell’altro,

senza neanche il tempo di chiedere scusa,

senza neanche il tempo di fare pace.

Quella, signori,  fu una morte devastante.

E morì ancora molto tempo dopo,

quando l’uomo di cui era  innamorata, il suo sposo,

le mise addosso le mani, con rabbia, con violenza,

lasciandole i segni sul collo per un paio di settimane,

e quelli sull’anima per sempre.

Fu una morte a sorpresa. Una morte incredibile.

E di tante altre morti mi raccontò Sara,

quell’ultima volta che andai a trovarla,

seduta nel buio della sua cucina

davanti a una bottiglia di pessimo whiskey.

Eppure ogni volta era rinata, risorta con rabbia dalle pastoie di dolori bastardi.

Era temprata come l’acciaio Sara. Dura come roccia.

Una miracolosa araba fenice dalle possenti ali, vibranti di orgogliosa e indomabile forza.

Morì definitivamente di cirrosi epatica, così mi dissero.

Ma non ci ho mai creduto.

Sara non poteva morire.

Il suo fuoco ardente, lo stesso che le faceva brillare gli occhi da bambina,  l’avrà trasformata in brezza marina,

o in un gospel armonioso,

o in questa farfalla dalle ali nere che sta svolazzando adesso, davanti alla mia finestra.

©RitaLopez

 

‘A grazzia

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“A ma scì a Lurde”.

“Dobbiamo andare a Lourdes?? Dobbiamo chi?”

“Noieddù”.

“E perché?”

“Percè quannn si fatt u concors, sò addomandat ‘a grazzia a la Madonn”.

In effetti avevo superato il concorso, dopo decine di altri concorsi, per permettermi anche io il lusso di poter lavorare.

“Scusa, nonna” replicai stringendo la cornetta del telefono nella mano sudata, “ma l’hai chiesta tu la grazia, non io”.

“Mè! I so ditt a la Madonn ca t’prtav pur a te. E mo addà vinì. Affòrz”.

(Ho promesso alla Madonna che avrei portato anche te. E ora devi venire. Per forza).

Sapevo di non avere alternative.

Sapevo che sarebbe venuta fino a Roma, se occorreva, e mi avrebbe trascinato con lei pure per i capelli, se occorreva.

Tentai l’ultima carta: “Ma ho la bimba piccola…”

“Làssl a mammt.” (Lasciala da tua madre. Sua figlia cioè).

Argomento chiuso.

E così prendiamo questo aereo da Bari, insieme a un gruppo di anziani scalmanati che frequentavano la sua parrocchia, lì nel mio malfamato quartiere Libertà.

Mi metto l’anima in pace, pronta a tutto, pronta ad accettare persino la situazione surreale in cui mi toccherà vivere nei prossimi due giorni.

Uno dei vecchietti che sta nel nostro gruppo ha portato un bidone di plastica da cinque litri.

Deve riempirlo con l’acqua benedetta, per poterla distribuire a quelli della parrocchia del Libertà, che non sono potuti venire.

Dopo quasi due ore di volo, completamente ubriacata da canti religiosi, inframmezzati da applausi spaccamani, e l’urlo periodico, simile ad un grido di guerra, di “Vivammariaaaa!!!!”, atterriamo all’aeroporto, che dista una decina di chilometri da Lourdes.

C’è un pullmann che ci porta a destinazione.

E una volta raggiunto l’albergo è quasi notte, ma gli anziani scalmanati, compreso nonna, si riuniscono in una delle sale per dire il rosario.

Intanto io li aspetto, sprofondata in una delle poltrone del bar.

Bevo un martini.

Forse due.

Forse anche tre.

Il giorno dopo andiamo alla grotta di Bernadette.

Davanti alla statua della Madonna, nonna dice:

“Madonna mè, sì vist?? La so prtat” (Madonna mia. Hai visto? Te l’ho portata).

Ed è stato in quel momento, negli occhi neri di questa donna dalla pelle scura di messicana, nel sorriso esplosivo di chi mostra amore e riconoscenza, che ho visto tutta la potenza del vero miracolo, la luminosa forza di chi possiede una fede cieca e incondizionata, l’onestà di chi vuole mantenere una promessa, l’umiltà elevata a coraggio, il coraggio che non conosce impedimenti, l’attitudine positiva verso la vita….

Quando siamo scesi dal pullmann che ci riportava all’aeroporto, al momento di prendere le nostre borse dal portabagagli, ci siamo accorte che erano tutte bagnate.

L’acqua proveniva dal bidone di plastica da cinque litri, riverso orizzontalmente, che il vecchietto che viaggiava con noi aveva diligentemente riempito con l’acqua benedetta.

Sicuramente non aveva avvitato bene il tappo.

Il bidone era completamente vuoto.

Prima di salire sull’aereo, al bar dell’aeroporto, il vecchietto ha chiesto al ragazzo del bar di riempire il bidone di acqua del rubinetto.

Sull’aereo nonna ride.

Mi sussurra nell’orecchio: “Ai voglia co st’acqua a aspettà la grazzia, chidd cristiàn!”

(Stanno fresche quelle persone che chiederanno la grazia con quest’acqua!).

Rido anch’io.

©RitaLopez

Una sola strada

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Sono scappato mille volte di casa.

Mille volte, gettando i libri di scuola nella spazzatura dietro l’angolo.

E mai mi sono voltato indietro,

ma col cuore a pezzi mi sono bevuto anche l’anima

e mi sono fumato anche il cervello.

 

         Ed ho pensato ogni notte di scappare da quel vicolo puzzolente di verdure rancide.

         E ogni notte invece sono rimasto, imprecando,

        perché l’idea di lasciarti così solo, e indifeso, e malato, mi faceva stare male.

       Mi ubriacavo da solo, per stordirmi e riuscire a farcela.

       Mi ubriacavo da solo, per darmi forza e coraggio.

 

Ho provato tutto quello che c’era da provare

e ho peccato tutto quello che c’era da peccare.

Ho rubato, ho testimoniato il falso, ho desiderato le donne degli altri,

le ho desiderate così tanto da amarle senza ritegno e senza scrupoli,

seminando figli che neanche io conosco.

 

         Ho fatto i lavori più umili del mondo quando c’era da lavorare,

         senza mai leccarmi le ferite sulle mani spaccate.

         E quando da lavorare non c’era,

         ho anche rubato, per dare da mangiare ai miei figli.

         Una schiera di piccoli marmocchi con gli occhi più grandi delle loro guance.

 

Solo quando ho raggiunto il fondo dell’abisso

ho visto per la prima volta la mia anima.

L’ho toccata con la punta delle dita.

Era lì, con la sua lieve consistenza.

E ho pianto.

 

       La gente pensa che non ci sia nulla che possa scalfirmi.

       La gente pensa che io sia temprato come l’acciaio, solido come una roccia.

       Solo io conosco la vulnerabilità della mia anima. La tocco con la punta delle dita.

        E’ lì, con la sua lieve consistenza.

        Le sorrido.

 

La strada per la perdizione e quella per la santità è una sola.

E non è detto che il “santo” e “colui che si è perduto” non siano la stessa persona.

©RitaLopez

Piazza Navona e Cenerentola

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Mi piaceva entrare a piazza Navona dall’angolo di via Agonale, perché così l’avrei vista di botto tutta intera e mi avrebbe investito con la sua bellezza da togliere il fiato. Ogni sera.

Sfioravo con lo sguardo i corpi nudi e possenti dei quattro fiumi e glorificavo la mia fortuna di trovarmi, in quel preciso momento della mia vita, in questa mastodontica città eterna. Io che ero nata e cresciuta in un quartiere vischioso e denso del sud, catapultata nel cuore della bellezza infinita.

Il Danubio mi piaceva più di tutti. Avrei voluto arrampicarmi sulle sue cosce possenti, accucciarmi tra le sue braccia e adagiare la testa sulla sua spalla muscolosa, per ammirare con lui la facciata del Borromini, che splendeva di bianco nel buio della sera.

Proseguivo fino alla fontana del Moro, all’altra estremità della piazza.

Era lì che si radunavano i miei amici.

C’era Fabrizio, magro e allampanato, che suonava la chitarra e Manola l’argentina, con la sua voce soave e straordinaria che riscaldava la piazza, anche nel freddo di quelle sere d’inverno.

Piazza Navona di 30 anni fa non aveva nulla a che vedere con la bolgia di turisti e bancarelle che affollano come in un finto carosello la piazza di oggi.

Soprattutto nelle sere d’inverno, era un posto incantato.

Riuscivi a sentire persino il rumore dei tuoi passi sul selciato e il gorgoglio dell’acqua delle fontane.

C’erano gruppi di ragazzi che chiacchieravano o suonavano la chitarra e veri pittori che dipingevano veri quadri con veri colori.

Mi sentivo Cenerentola vestita da principessa, ma come Cenerentola, prima di mezzanotte, dovevo correre a prendere l’ultimo autobus.

Mi dirigevo a passo veloce verso piazza S. Agostino e poi, sempre più in fretta, per i vicoli scuri e ormai deserti, fino a correre più forte che potevo in direzione di piazza Augusto Imperatore, col terrore di perdere l’autobus ed essere lasciata sola, nel buio più totale, lì, accanto al solitario e spettrale Mausoleo di Augusto.

Montavo sull’autobus con l’affanno in gola e non riuscivo neanche a parlare, ma il conducente mi diceva: “A nì!! E che ce fai in giro da sola, a st’ora? Siedite qua vicino. Famme compagnia. Famo dù chiacchiere!”

Roma era anche questo.

Io che raccontavo col fiatone, al conducente, della mia infanzia, e di mio padre, e dei miei studi, all’interno di un autobus arancione che correva a tutta velocità sul lungotevere, mentre il freddo della notte bagnava di brina i vetri della mia improbabile carrozza.

E come nella favola, il conducente fermava i suoi quattro cavalli bianchi proprio davanti alla mia abitazione. Non alla fermata dell’autobus, ma esattamente davanti al posto dove abitavo.

Proprio davanti.

Venivo depositata con cura, all’ingresso, adagiata amorevolmente come una principessa.

Roma era anche questo.

“Grazie…Lei è troppo gentile”, dicevo al conducente prima di scendere, il mio respiro ormai normalizzato.

“Ciao nì”.  E ripartiva.

©RitaLopez

La vita sognata

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Avevi una gran voglia di diventare donna in fretta, perché ti sentivi troppo grande ormai per i giochi da bambina. E tu bambina non volevi più esserlo.

E così come fanno i rami di vite in estate, sei cresciuta in fretta, perché era questo che volevi, vero Agnese?

Sì, però a quel punto non vedevi l’ora di scappare dal piccolo mondo in cui eri vissuta, come fa un bruco che per troppo tempo è stato comodamente adagiato nel suo bozzolo stretto.

Via da quelle quattro pareti, dolorosamente amate, silenziosamente odiate.

E così come fanno le farfalle, sei volata lontano, perché era questo che volevi, vero Agnese?

Sì, però subito dopo hai iniziato a sognare di un amore che non ti facesse sentire poi così tanto libera, ma che ti incatenasse con gradevoli legacci di parole sussurrate e ti attanagliasse la bocca dello stomaco con i suoi piacevoli malori nauseanti.

E così come fa una regina superba, appena hai trovato l’amore ti ci sei avvolta nel suo lungo e impenetrabile mantello, perché era questo che volevi, vero Agnese?

Sì, ma hai subito iniziato a sognare un lavoro, e una casa e dei figli.

Sempre scomodamente proiettata nel futuro, vero Agnese?

Così scomodamente da crollare distrutta sul letto ogni sera, senza mai la sensazione di alzarti da quello stesso letto, ogni mattina, con la gioia di avere davanti un nuovo giorno, ma con il malessere tipico di chi ha il collo contratto, a forza di essere  proteso in avanti, sempre e solo in avanti, senza mai godere o capire o vedere ciò che avevi in quel momento.

I figli sono cresciuti e sono andati via. Tuo marito ti ha lasciato tempo fa e tu sei in pensione.

Ti osservo mentre apri le imposte scrostate della tua finestra, per annaffiare i gerani.

Gli occhi spenti.

Giusto il tempo di annaffiare i gerani e richiudere di nuovo le imposte.

Cosa sogni adesso, Agnese? Cosa sogni?

©RitaLopez

A.D. 17 febbraio 1600

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E’ già da ore che una folla rumorosa e impaziente si è radunata nella piazza, proprio sotto la pira, composta da una enorme catasta di legna.

Ma il silenzio cala improvviso in questa fredda mattina dell’anno del Signore 17 febbraio 1600, quando un lungo corteo, partito dalle carceri dell’Inquisizione, si fa largo tra la folla e giunge qui, nel cuore di Roma, a Campo de’ Fiori.

Il corteo, composto da un gran numero di confratelli, accompagna il frate di Nola, il maratoneta del pensiero, il mago rinascimentale.

L’eretico.

L’uomo viene spogliato e legato e gli viene imposta la mordacchia, uno strumento terribile di tortura, che gli serra la lingua e gli impedirà di urlare quando le fiamme lo avvolgeranno, così che le bestemmie non possano ferire le orecchie degli ecclesiastici e di tutto il Sant’Uffizio assiepato sugli spalti.

Ecco, si dà fuoco alla pira e le fiamme iniziano ad avvolgere il corpo corruttibile di Giordano Bruno e bruciano le sue carni, ma non brucerà mai il suo Pensiero.

Brucia il paradigma della Strega, di chi ha a cuore libertà e dignità, ma non brucerà l’Idea che valicherà le frontiere geografiche e temporali.

Non brucerà l’amore per la Filosofia che è libera ricerca e non dogma.

Non brucerà nella pira la capacità di distinguere ancora, per chi vorrà distinguere, l’arroganza del potere, là dove dilaga.

Non brucerà la capacità di stanare ancora, per chi vorrà stanare, la meschinità accademica, là dove si annida.

Non brucerà l’ardore per l’Infinito,

e per l’Infinito Universo,

concepito dall’amore di un Infinito Dio,

composto da Mondi Infiniti,

Infinitamente da amare.

© RitaLopez

 

La massa

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Una montagna di farina sul tavoliere di legno, un piccolo cratere fatto con la mano, proprio nel centro della montagna, che assumeva ora l’aspetto di un vulcano e poi il lievito di birra sbriciolato all’interno del cratere, insieme ad un fiotto di acqua bollente.

Il vulcano in eruzione.

Ti guardavo mentre con le tue braccia forti, dopo esserti tirata su le maniche, iniziavi ad impastare.

Non parlavi mai quando impastavi.

Eri troppo concentrata nella tua battaglia con la pasta anzi “la massa”, come si dice da noi, che ancora priva di forma e compattezza, cercava di sfuggirti dalle mani, per correre verso i bordi del tavoliere, mentre tu la riacchiappavi e la riportavi al centro.

La piegavi e la ripiegavi e di tanto in tanto ti inumidivi le dita nell’acqua calda e sembravi, per un attimo, quasi accarezzarla, per poi usare invece la forza e la veemenza dei pugni chiusi.

La farina ti sporcava i vestiti neri di lutto ed anche le lenti degli occhiali.

“Ialz sti mmaniche” (tirami su le maniche), era tutto quello che mi dicevi, a volte.

Ti fermavi con le mani sporche sospese in aria, mentre io ti sistemavo le maniche per bene.

E poi riprendevi.

Niente avrebbe potuto fermarti. Niente.

Né la tragedia che si era abbattuta su di noi, né il dolore cieco e bastardo.

Né la povertà in cui sguazzavamo, né la notizia che ci avevano appena sfrattato di casa.

In quel tuo ripetere e riproporre quel rituale antico, quando meno ce lo aspettavamo, proprio nel momento in cui  l’aria sembrava esplodere e farci impazzire, in quel tuo essere completamente e testardamente immersa nel prendere a pugni una  massa bianca e informe, c’era tutta la determinazione del mondo.

C’era il coraggio testardo di chi si rialza sempre. Comunque.

C’era la priorità da dare ai bambini, alla gioia che ci sprizzava negli occhi quando dicevi : “A ma fa dù frittelle?” (Le facciamo le frittelle?).

Quando la massa era finalmente domata, trasformata in una meravigliosa palla liscia e levigata, la riponevi in uno strofinaccio pulito e poi la posavi in un recipiente sul comò di legno, nella tua camera da letto.

Al buio. Bene avvolta in una coperta di lana.

L’odore della massa che cresceva, riempiva la casa.

Inebriava le mie narici e fotteva sempre la tristezza in agguato.

Annusavo forte e mi sentivo fortunata.

Nonostante tutto.

© RitaLopez

Hegeso figlia di Proxenos

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Passeggiavamo per i vicoli del nostro quartiere malfamato.

Io bambina e tu al mio fianco.

Saltellavo mentre mi tenevi la mano nella tua, così grande, così forte.

“Stai un po’ ferma” mi dicevi sul punto di innervosirti.

Facevo tre passi e poi ricominciavo a saltellare.

E me lo ricordo, me lo ricordo benissimo quando ho visto in una vetrina quella collana che mi piaceva tanto.

Ti ho tirato con la mano, obbligandoti a fermarti. Il mio naso schiacciato sul vetro.

“Me la compri, Pà?”.

“Costa troppo”.

“Dai, per favore”.

“Un’altra volta”.

“Mamma me l’avrebbe comprata”.

Mi hai tirato per il braccio dentro il negozio. Strattonandomi. Facendomi male quasi.

Sono uscita con la collana al collo. Ma mi veniva da piangere.

Mi bruciava sulla pelle, ne sentivo il peso, come se portassi un macigno. E mi vergognavo di me.

Era come averti tradito.

E me lo ricordo, me lo ricordo benissimo che mi hai letto dentro.

E solo come un padre può fare, hai voluto alleviarmi del peso di quel macigno appeso al collo e anche all’anima.

“Gelato?” mi hai chiesto ammiccando.

Ho accennato di sì con la testa, cercando di trattenere le lacrime.

Quella collana la custodisco ancora. Su un ciondolo d’argento, tempo fa, vi ho fatto incidere queste parole: “Hegeso figlia di Proxenos”.

Il desiderio, la vergogna, il dolore, l’amore: mi porto tutto quanto appeso al collo quando la indosso.

Sono ancora Hegeso, figlia di Proxenos. Lo sono sempre stata. Lo sarò sempre.

© RitaLopez

Aminah e gli altri

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“E tu chi sei?” le chiese Dio quando la vide arrivare.
“Sono Aminah. Vengo da un piccolo villaggio della Nigeria. Ho 10 anni.”
“E perchè sei qui?” continuò Dio aggrottando le sopracciglia.
“Perchè mi hanno fatto esplodere in mezzo ad un mercato. Sono esplosa in centinaia di piccoli pezzettini. BUUMMM ho fatto! E mi è saltato un dito da una parte e un braccio dall’altra e la testa da un’altra parte ancora. E sono saltate in aria, insieme a me, altre 20 persone. E chi mi ha fatto esplodere ha detto che era nel nome di Dio”.

E Aminah divenne David, 8 anni.
“…e così questo tipo con la kefiah al collo aveva questo fucile enorme…sai? kalashnikov si chiama… ed io l’ho visto solo per un attimo, mentre uscivo dalla sinagoga. Ero insieme a mio fratello. Gli stavo giusto dicendo che avrei riferito alla mamma dello schiaffo che mi aveva dato quella mattina, quando all’improvviso il tipo ha sparato…ed io ho visto cadere mio fratello, accanto a me. Il suo cervello sulla strada, insieme alla kippah che portava in testa …e poi sono caduto anch’io. “Nel nome di Dio!!!” così ha urlato il tipo”.

E David divenne Mohammed, 12 anni.
“…e questo soldato enorme dell’esercito della stella di David, grande grande grande, come un armadio, capisci? mi ha preso per il collo e mi ha trascinato come un tacchino morto…Solo la punta delle mie scarpe toccava la polvere della strada…Ero come uno scudo. Il suo scudo. Nel nome di Dio”.

E Mohammed divenne Rawa, 9 anni.
“…e la prima notte di nozze ho avuto una forte emorragia…io piangevo…non volevo farlo…volevo solo tornare a casa, dalla mamma…ma lui, che era più vecchio anche di mio padre, diceva che adesso ero sua moglie, la sua sposa bambina, sposa nel nome di Dio…e non potevo rifiutarmi…”

E Rawa divenne Jean Paul, e Jean Paul divenne Alì, e Alì divenne Jacob, e Vania, e Franz, e Maria…
Dio col cuore gonfio di rabbia si inginocchiò e iniziò a sbattere infuriato i pugni per terra.

E imprecava. Sissignori, Dio imprecava.

Quando si fu calmato, sollevò la testa.

Aveva gli occhi pieni di lacrime.

“Nessuno di loro sarà perdonato” disse. “Nessuno. Te lo prometto”.

© RitaLopez

Per niente al mondo

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La tazza di latte, ogni mattina, anche se a me non piaceva.

E poi quella terribile pellicina sottile che si formava sulla superficie e che mi procurava una serie irrefrenabile di conati di vomito.

Era impossibile farti capire che a me il latte, soprattutto caldo, mi faceva schifo.

Eppure questa situazione, quella della tazza fumante di ogni santissima mattina, la trovavo paradossale e divertente allo stesso tempo.

Una sensazione di disgusto totale solo alla vista del liquido bianco che avrei dovuto ingurgitare ma, ti giuro, trovavo divertente la tua ostinazione, il fatto che per te non c’era, non poteva esserci, un altro modo di fare colazione.

Ed in fondo io quello volevo. L’incredibile e rassicurante sensazione di trovare ogni mattina, sul tavolo della cucina, quella roba là che io, inevitabilmente, non avrei bevuto neanche se costretta da un plotone di esecuzione.

Ma come facevo a spiegarti che a me andava bene così?

Mi gridavi per le scale, mentre scendevo i gradini a due, a tre alla volta: “E nudd mangj?!?” (non mangi niente?).

Ed io,  che già ero pronta a balzare per strada, ti rispondevo: “Non ho fameeee!!!”

Ma come, come facevo a spiegarti che, in fondo, io quello volevo?

Come facevo a spiegarti che non avrei scambiato le mie colazioni e le mie tazze di latte con relativa disgustosa patina in superficie, con niente altro al mondo?

E da nessuna altra parte del mondo avrei voluto trovarmi, se non in quella vecchia cucina, fredda come un frigorifero, con gli occhi di Cristo che dalla parete mi fissavano quasi imploranti … (tanto non lo bevo il latte!!!).

Per niente al mondo avrei rinunciato alle lattine di CocaCola usate come salvadanai, ben nascoste negli stipiti della credenza, in fondo a tutte le pentole di alluminio.

E con niente altro al mondo avrei scambiato le mie calze rammendate cento volte, che mi procuravano un fastidio enorme, là dentro le scarpe vecchie.

Ti giuro, mai mi è mancato qualcosa.

Né la colazione della mattina, né la paga settimanale, né le settimane bianche, né il corso di danza o di nuoto o di pianoforte, né i vestiti nuovi… Niente di niente.

Come facevo, come faccio a spiegarti che non ne ho mai sentito la mancanza?

Non mi è mancato nulla. Ti giuro. Mai.

© RitaLopez

La bambina dai capelli turchini

Guardai attraverso le sbarre della finestra e lo vidi. Era poggiato con le spalle al lampione, al bordo del marciapiede.
Subito dopo la “Bambina” lo raggiunse.
Era bellissima.

Pinocchio 2.0 : riscriviamo sogni e bugie

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Si era laureata in Psicologia con il massimo dei voti.
Un dottorato sulla devianza giovanile e poi il concorso al Penitenziario.
Superato brillantemente, anche quello.
Mi sfugge il suo nome, ma noi, i ragazzi del Penitenziario, la chiamavamo “La Bambina dai Capelli Turchini”, per via del colore corvino dei suoi lunghi capelli, con i riflessi azzurri.
Avete presente quando il cielo è completamente oscurato, appena prima che sprofondi nella notte più buia, ma in fondo in fondo si percepisce ancora, nettamente, una nota di azzurro nell’aria?
Ecco, i suoi capelli erano di quel colore là.
Li portava perennemente legati, tenuti stretti, in basso, dietro la nuca.
Era brava, seria, puntuale.
Era una che aveva passato la sua adolescenza china sui libri, a studiare. E si vedeva.
A noi, giovani e impetuosi “devianti” sociali piaceva un sacco, perché aveva negli occhi quell’aria ingenua da…

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E non ti ho più pensato, Pà.

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Questo è uno di quei giorni, Pà, in cui devo stare da solo.

Devo lasciare che i  pensieri  che si affollano nella mia testa trabocchino liberamente, senza che io possa trattenerli.

Devo lasciarvi andare, te e i miei pensieri,  prima che impazzisca.

Posso solo guardare questo flusso impetuoso, simile a quello di un fiume in piena e  farmi travolgere dalla sua corrente.

Siamo io e te, nella vecchia cucina.Tu chino a battere  i chiodi col martello. Io seduto sul tavolo, mentre addento una pera matura e  dondolo le gambe dinoccolate.

Ti guardo le spalle e penso ai tuoi polmoni malati.

So con certezza che un giorno me ne andrò da questa topaia. Via da questo posto dimenticato da Dio, via da questi vicoli impregnati dell’odore malsano  di verdure rancide e di piscio di gatto, via da questa cucina che puzza di cavolo bollito e ribollito.

Ti guardo sull’uscio di casa mentre mi saluti col braccio alzato. Le tue mani, Pà.

Le tue mani hanno il dorso coperto di piccole venuzze azzurrine.

Perché, prima di andare,  non  le ho ricoperte di baci?

Perché non ho annusato le tue dita gialle di tabacco?

Appena voltato l’angolo, ho buttato i miei libri nel primo cassonetto dell’immondizia.

E non ti ho più pensato, Pà. Per lunghi anni, ti confesso, non mi sei mancato.

Ero troppo affamato di vita, e di storie, e di viaggi in autostop, e di ragazze facili.

E di sbronze notturne  sul vecchio molo, mentre qualcuno degli amici leggeva  i passi vertiginosi di Bukowski.

E i furti deplorevoli in un vecchio alimentari del centro, quando non avevo soldi ma la fame mi si attorcigliava tenacemente tra le budella.

E i  lavori saltuari e malpagati, lì nel  quartiere malfamato in cui abitavo.

Affamato di studi folli e disperati,  rubati nel cuore della notte, alla luce di una torcia elettrica sotto le coperte.

Affamato dei  baci di donne che mai mi avrebbero amato e degli abbracci della madre che  mai ho conosciuto.

Mille volte sono caduto, mille volte  sono stato  ferito.

Processato come un delinquente. Imprigionato come un cane.

Ma ogni volta, Pà, mi sono rialzato.

Solo quando la mia fame si è placata ho ripensato a te, chino a lavorare con la pialla vicino al camino della vecchia  cucina.

Se chiudo gli occhi, sento ancora adesso  la nostalgia che mi prende alla gola, l’ansia di rivederti prima che sia troppo tardi, la smania di raggiungere il nostro vecchio vicolo puzzolente di verdure rancide e piscio di gatto.

Faccio gli ultimi metri di strada di  corsa e spalanco la porta accostata della nostra topaia.

Ho un tuffo al cuore quando ti vedo, seduto vicino la finestra, mentre mi volti le spalle, il bastone tra le mani.

Non mi hai sentito. Il tuo udito è peggiorato.

Sei semplicemente assorto a guardare attraverso i vetri. Forse è proprio me che aspettavi.

Pà, credimi, se non me ne fossi andato, se non avessi toccato il fondo del fondo, non ti avrei mai amato così come ti amo ora.

Se questa vita non mi avesse bruciato come un ciocco di legno, se non avessi combattuto su  campi di battaglia così impervi, se non avessi ricevuto così tanti calci in faccia, e non mi fossi trasformato nel  peggiore dei reietti  per poi rinascere come uomo nuovo, non ti avrei mai amato così tanto come ti amo adesso.

Penso che il cuore sia sul punto di  esplodermi nel petto. Mi avvicino piano, per non spaventarti.

Ti volti e mi sorridi. Allora mi inginocchio e prendo  le tue mani ricoperte di piccole venuzze azzurrine e le sommergo  di baci.

Dura pochi attimi. All’improvviso mi rendo conto che sto solo sognando, che sei solo il  frutto della mia immaginazione.

La sedia impagliata è là, vicino la finestra, ma è vuota.

Sulla mensola accanto al camino c’è un piccolo burattino di legno.

Mi avvicino, lo prendo con me ed esco.

La porta cigola alle mie spalle.

©RitaLopez

 

 

 

 

Ciccillo u’ furnar

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Mi piaceva andare a prendere il pane al forno di Ciccillo.

Il contrasto tra il freddo pungente che mi pizzicava le guance e il tepore da braccia materne che mi accoglieva quando entravo, era quanto di più appagante avessi potuto immaginare.

Ciccillo lavorava in canottiera, anche in inverno.

Canottiera bianca, pantaloni ascellari tenuti su dalle bretelle e coppola nera in testa.

Si muoveva con la sua grossa pancia all’interno del forno, strisciando i piedi sul pavimento antico di pietra bianca di Puglia, e preparava il pane, le focacce, le pizze, i dolci.

Attizzava il fuoco come un vecchio stregone della foresta, come un domatore buono di serpenti, e mentre aspettavo la mia pagnotta di semola gialla da un chilo, mi porgeva una pastarella di farina di mandorle.

Ciccillo non era un fornaio qualunque.

Ciccillo faceva un pane che “parlava”.

Uscivo per strada stringendomi al petto la pagnotta calda appena sfornata.

L’odore di pane fresco sotto il naso…

Non potevo resistere: ne staccavo un pezzo e lo mangiavo.

Io non so come spiegarlo, ma il suo pane era allegro, sapeva di “buono”, di festa, di abbracci, di baci. Sapeva di vita semplice, di calore e di miracoli.

E poi successe l’irreparabile, la tragedia senza ritorno.

Il mostro colpì anche Ciccillo. E la sua casa. E il suo forno. E persino il suo pane.

Morì uno dei suoi figli. Ucciso sulla provinciale mentre tornava a casa in motocicletta, investito da un camion.

Io non so come spiegarlo, ma  il suo pane, in quel periodo, cambiò sapore.

Adesso che rifacevo la strada per tornare a casa e masticavo il solito pezzo di pagnotta, io potevo sentire nella bocca lo strazio di Ciccillo, il vuoto del cuore, il baratro senza fondo.

Il suo dolore risaliva su fino ai miei occhi, mentre addentavo la crosta scura.

Ed io davvero non so come spiegarlo, ma certo non poteva essere frutto della mia immaginazione.

Il suo pane “parlava” davvero, perché a me sembrava che facesse lo stesso effetto anche agli altri della mia famiglia.

Avremmo riconosciuto il pane di Ciccillo tra mille, ad occhi chiusi, semplicemente masticandolo.

©RitaLopez

Lucignolo

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Conobbi Lucignolo quando ero ancora un ragazzo povero.

Si trovava a passare dalle mie parti, col suo gruppo di seguaci, una banda di giovani scapestrati come lui.

Io in quel periodo mi ero perso. Completamente.

Tutto quello che mi circondava mi stava stretto, il mio futuro aveva l’aspetto di un buco nero.

Odiavo perfino il mio nome: Pinocchio.

Lucignolo aveva tutto quello che mancava a me: la sfrontatezza, il coraggio, la risata contagiosa, la voglia di vivere, il senso dell’avventura.

Ed io ne fui attratto come una monetina da dieci lire su una calamita.

Il periodo con Lucignolo non è stato semplicemente quello delle prime sbronze, della prima canna, della mia prima ragazza, delle manifestazioni con le barricate, delle letture folli e disperate…

Il periodo con Lucignolo è stato la consapevolezza concretissima di me stesso, la presa di coscienza stupita e ubriacante della mia vita, delle possibilità sconfinate che avevo di fronte, del potere mio e solo mio di desiderare e volere e ottenere a tutti i costi qualcosa, anche col rischio di farmi male.

Andavamo a fumare di sera, sdraiati sul vecchio molo e Lucignolo sapeva parlarti e guardarti negli occhi, con la passione di chi è felice di stare lì, in quel momento, a guardare le stelle nel cielo buio, e respirare.

Niente era scontato, o superfluo, o banale. Aveva la capacità di trasmetterti la grinta, di crederci e farti credere.

La vita era per lui un meraviglioso campo di battaglia.

“Scegli con coraggio” diceva sempre.

La sera prima che partisse, mi chiese se volessi andare via con lui.

Pensai a mio padre vecchio e malato, alla catapecchia dove abitavamo, con il fuoco dipinto all’interno del camino, rosso e arancione, come quello vero e crepitante, e capii che no, non ce l’avrei fatta.

Mi sono iscritto all’università. Mi sono laureato. Ho trovato un lavoro. E poi una brava ragazza, che ho sposato. Ho due figli. Sono uno stimato avvocato.

Tutti nella storia di Pinocchio raccontano di me, e di come abbia messo la testa a posto.

Nessuno si rende conto che io ho scelto questa vita, ma non perché me l’abbiano imposta, non perché era quella che voi ritenete la più giusta, o la più retta, o perché è così che si fa.

Semplicemente l’ho scelta. Io. Consapevolmente.

E senza Lucignolo avrei continuato ad essere un burattino per sempre.

Così è la storia. Credetemi.

©RitaLopez

Il maestro e il salumiere

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Decisero di sfondare la porta, alla fine.

Era dalla sera prima che non lo vedevano. In genere il maestro scendeva per strada a chiacchierare con il salumiere lì all’angolo, suo amico di infanzia, senza moglie e senza figli pure lui.

Ma quel giorno piovigginoso di novembre i vicini non lo avevano visto e allora, all’imbrunire, prima di ritirarsi ciascuno nelle proprie case, decisero di forzare la porta per vedere cosa fosse successo.

Con gli altri andò anche il salumiere, il suo vecchio amico.

Arrancava leggermente su per le scale per via della pancia e dell’età, e arrivò sul pianerottolo col fiatone.

Avevano già aperto la porta.

Il maestro era riverso per terra, nel bagno, non era neanche riuscito a tirarsi completamente su i pantaloni.

Un colpo al cuore. Secco. Cadendo aveva battuto la testa contro la vasca da bagno, sporcandola di sangue. Gli occhiali erano ancora poggiati sul naso. Rotti.

Fu così che il salumiere lo vide.

Lo sapeva, il maestro, che si era portato via anche la sua vita? La vita del suo amico?

Le partite a carte lì al negozio, durante i pigri pomeriggi d’inverno.

Le ore passate a ricordare, per l’ennesima volta, le vendemmie e le mietiture e le sagre di fine estate.

La guerra. Il boom economico. Gli anni di piombo. Il governo ladro.

Ed ogni sera, quando il salumiere chiudeva la sua bottega, ciascuno si rintanava nella propria casa, quasi con un senso di gratitudine per aver fregato la morte ancora per un giorno, sperando di nascosto, pudicamente, di potersi rivedere il giorno appresso, illudendosi, come sempre accade, che tutto possa rimanere così per sempre.

All’improvviso si ricordò che aveva lasciato la bottega aperta.

Con le gambe tremanti scese per le scale, diretto al suo negozio.

Lo trovarono, più tardi, accasciato dietro il bancone.

Un grande pezzo di mortadella, pronta per essere affettata, gli era rotolata vicino ai piedi.

La “malattia” di Pasolini

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Era una di quelle domeniche sonnolente in cui bisognava andare a trovare i parenti.

E questi, di parenti, dovevano essere proprio lontanissimi, perché io non li avevo mai visti.

Eravamo nella 127 azzurra, io dietro, mio padre alla guida, suo fratello più grande accanto a lui, davanti.

Quando ero bambina eravamo circondati da parenti.

Avevamo parenti dappertutto, dovunque.

E questi parenti, marito e moglie, che abitavano in periferia, io sinceramente non so neanche chi fossero e non mi ricordo neanche le loro facce.

Ma il loro figlio, quello me lo ricordo bene.

Avrà avuto poco più di 20 anni ed io, bambina, lo trovavo bellissimo.

Avevo un lontanissimo pro-pro-pro-cugino, così angelico, e così delicato, e così gentile… e non lo sapevo.

Mentre i grandi parlavano in cucina io e il mio pro-pro-pro-cugino, chiacchieravamo in camera sua.

Aveva una collezione eccezionale di dischi e di posters.

Mi ha detto: “Prendi quelli che ti piacciono. Te li regalo”.

Io guardavo i posters, uno dopo l’altro, ma non conoscevo quei cantanti che piacevano a lui.

Però, tra gli altri, riconobbi subito Massimo Ranieri, e Gianni Nazzaro, e Mino Reitano.

Presi quelli.

Nessuno di quei vandali dei miei cugini aveva la millesima parte di educazione di quel ragazzo.

Sulla via del ritorno, nella 127 azzurra, mio zio si rivolse a mio padre e gli disse:

“Cud uagnòn co li femmn….” (quel ragazzo con le donne…) e sollevando l’indice e il pollice della mano, la ruotava da destra a sinistra e viceversa, come per dire : “Niente. Niet. Nada.”

“Adavèr??” (davvero?) fece mio padre, sbalordito.

Mio zio annuì più volte col capo, su e giù, con aria greve. Gli occhi chiusi. Le sopracciglia arcuate.

Si accostò verso mio padre, mise la mano accanto alla bocca perché io non sentissi, e parlando il più piano possibile sussurrò:  “Tene la malatì d Pasulìn!!!” (ha la malattia di Pasolini).

Oddio! Pasolini era malato? Non lo sapevo!

Ma soprattutto QUEL ragazzo, QUEL mio pro-pro-pro-cugino, così angelico e delicato e gentile, ERA MALATO?

E a giudicare dall’aria tragica di mio zio, mentre svelava il terribile segreto, e dalla sorpresa di mio padre, certo doveva trattarsi di una malattia terribile. Una malattia mortale.

Oh no! Ma perché?

Sono stata male tutto il pomeriggio. E il giorno dopo. E il giorno dopo ancora.

Avevo appeso i posters di Massimo Ranieri, Gianni Nazzaro e Mino Reitano all’interno dell’anta del mio armadio.

Ogni volta che li guardavo, mi saliva un groppo alla gola.

Il giorno che Pasolini morì, mi chiusi in camera e piansi.

Mi rifiutati di uscire anche quando mamma mi chiamò per la cena.

©RitaLopez

Colazione da Tiffany

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Siamo passati da Pietralata stamattina presto, per andare in centro.
Io e lui.
E vediamo questo bar che si chiama “Colazione da Tiffany”, proprio nel cuore di Pietralata.
Ci siamo guardati in faccia, io e lui, ed è stato più forte di noi.
Siamo entrati. All’interno di “Colazione da Tiffany” lo stereo in sottofondo mandava il famosissimo stornello “…daje de tacco, daje de punta…quanto è bbona la sora Assunta…”.
Un ragazzo in giacca di pelle era assorto a giocare con un video game. Concentratissimo.
E poi c’erano tre uomini, sulla sessantina, che facevano colazione, lì da “Colazione da Tiffany” e imprecavano contro il loro datore di lavoro che ancora non aveva pagato il salario di ottobre “….li mortacci sua!!!!….”.
E così io le lui ci avviciniamo al bancone e arriva il proprietario, un omone alto quasi due metri, con due baffi lunghi fino al mento, un cerchio d’oro al lobo dell’orecchio sinistro, e una marea di capelli ricci in testa che mi ricorda un sacco uno dei miei zii da giovane, negli anni 70, al tempo in cui faceva l’emigrante in Germania.
Lo guardo affascinata e guardo il poster dietro di lui, quello di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”. Appunto. E penso che mai nome di un bar, di questo bar in particolare, è stato meno appropriato.
Il proprietario guarda me e guarda lui. “Che ve pijate? Diteme!”.
E lui guarda il proprietario, e il proprietario guarda lui, come due che sanno il fatto loro, due uomini di strada e di fatica, due maschi avvezzi a usare muscoli e fiato. Ed io li guardo entrambi.
E a un certo punto lui rompe questo momento che galleggia sospeso e fa al proprietario: “Che sei tu Tiffany?”.
Ditemi che non è vero. Ditemi che non è vero.
Il proprietario, quell’omone, quel cristone del proprietario di “Colazione da Tiffany” dopo due secondi di ghiaccio in cui io avrei voluto sprofondare sotto il pavimento, allarga la sua bocca enorme da Mangiafuoco in un sorriso bello come il sole e fa: “A te e alla donna tua a colazione ve la offro io oggi!!”.
Ridiamo.
Ridono anche i tre operai.
Ride anche il ragazzo, che ha smesso di giocare al video game.

© RitaLopez

 

La casa di Mario

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Tu non ci crederai Mario, ma io invidiavo te e la tua famiglia, che in cinque stavate assiepati come sardine in scatola nel locale di 3 metri per 4, nell’androne buio del vecchio palazzo di mia nonna.

Ogni volta che passavo là davanti, rubavo avida la vista di quel mosaico di sedie impagliate, e pentoloni, e televisore sul frigorifero, e scamorze affumicate appese al soffitto, e ventilatore arrugginito, e fiori sotto il tabernacolo illuminato di San Nicola. Si sentiva odore di frittura di pesce.

Avrei dato qualsiasi cosa per stare lì con voi in quel bazar colorato, denso di chiacchiere, respiri, bestemmie, preghiere.

Avrei scambiato volentieri tutta la cucina di mamma, con i mobili laccati e freddi di formica, dal colore improbabile, per stare un’ora lì, solo un’ora, ed essere anch’io un tassello piccolissimo nel caleidoscopico regno in cui tu sei cresciuto.

E mentre a volte mio padre si fermava a chiacchierare con il tuo, giù nell’androne delle scale, io sbirciavo senza ritegno dentro la vostra casa/cucina/camera-da-letto/salotto e mi stupivo di come  ogni oggetto si incastrasse magicamente in mirabile e perfetto equilibrio con quello accanto e con quello sopra e con quello sotto.

Uno sguardo dentro il locale e uno sguardo a tuo padre.

Aveva tre denti d’oro in bocca e il tatuaggio del volto di Gesù Cristo con la corona di spine sul braccio.

Ogni sera apriva la branda su cui dormire, lasciando la porta del locale semiaperta, perché altrimenti non ci sarebbe stato spazio sufficiente.

I suoi piedi spuntavano di  fuori ed io e mia sorella dovevamo tenerci le mani sulla bocca per non scoppiare a ridere.

Quando poi vi hanno dato la casa popolare, in periferia, è bastato un camion intero a contenere il vostro mondo.

Il locale vuoto era una landa desolata ormai, un deserto di tristezza sconfinata.

Non è pazzesco Mario? Quello che è poco e piccolo e niente per qualcuno, agli occhi di qualcun altro può sembrare grande come il mondo intero, magico come il regno delle favole.

L’ho rivisto il locale dove hai abitato con la tua famiglia.

Ci conservano tre bici e due pneumatici di scorta adesso.

© RitaLopez

40 marchi

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Dicono che la felicità non si compra. E neanche l’amore. Ed è vero.

Ma io ogni domenica sera mi trascino al bordello lungo la Zimmerstrasse, dopo essermi stordito di whiskey, per riscaldare questi mesi grigi di lavoro alla catena di montaggio.

C’è una puttana da cui vado sempre, perché ti rassomiglia.

Ha i capelli lunghi, del tuo stesso colore. Ma non sei tu.

Anche se chiudo gli occhi, so che non sei tu.

Eppure per un attimo, ogni volta, ti vedo. Per un attimo.

Ti vedo nei pomeriggi d’estate, quando si andava a mietere il grano, là dove sono i nostri campi dorati e le cicale ti stordiscono.

Hai il viso arrossato dal sole e piccole gocce di sudore brillano sulla tua fronte e fremo di piacere mentre  le immagino scivolare anche lungo la tua schiena.

Lavoriamo fino al tramonto, senza sosta, e poi torniamo alla fattoria.

Libero il cavallo dalla sella,  lo sistemo nella stalla e faccio più in fretta che posso perché tu sei già dentro casa. So che mi stai aspettando.

Entro anch’io.

Il sole è basso all’orizzonte.

Ti volti all’improvviso ed io rimango abbagliato da te e dal tuo corpo infuocato e penso:

“E’ qui. E’ proprio qui che voglio stare . Tra le braccia abbronzate di questa donna, mentre il sole le fa brillare gli occhi da lontano. Voglio stare qui e da nessuna altra parte al mondo”.

Prima di andare via, lascio 40 marchi sul tavolo.

La felicità non si compra. Ed è vero.

Ma un attimo, un attimo solo per scaldarsi il cuore, quello sì.

Mi incammino a passo sostenuto verso l’appartamento che divido con altri tre operai, ripercorrendo la Zimmerstrasse ormai deserta.

Anche il whiskey ha finito il suo effetto.

Il freddo è pungente, mi tiro su il bavero della giacca.

Domani la sirena suona alle 7. Come al solito.

© RitaLopez

(nella foto: opera del Maestro Eugenio Guarini)

Il giullare e la strega dai lunghi capelli

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Mi piaceva quando venivi a trovarmi nei pomeriggi freddi e umidi e mi portavi i mandarini che avevi comprato per strada e un sacchetto di caldarroste.

Erano mesi e mesi che vivevo con uno straccio al posto del cuore e la mia ruga sulla fronte era accentuata più del solito.

Quella ruga era lì, come una cicatrice indelebile, che penetrava nella mia testa e scendeva fino in fondo al petto, a spaccarmi l’anima in migliaia di pezzi.

Mi piaceva quando entravi e portavi insieme a te l’aria fredda di fuori.

Io e te seduti sul tavolo sgangherato, vicino la finestra, a gambe incrociate.

Io e te.

Io e te a sbucciare le caldarroste.

Io e te a guardare dai vetri appannati lo squallore della strada, mentre la mia stanza si riempiva di luce gialla e odorava di mandarini.

Mi piaceva quando prendevi la chitarra poggiata alla parete e suonavi per me.

Suonavi e sorridevi e riuscivi a farmi cantare.

Sorridevo anch’io.

Eravamo il giullare e la strega dai lunghi capelli.

E proprio quando mi decidevo a raccogliere  i pezzi della mia anima per ricomporli pazientemente, tu dovevi andare via.

Rimanevo seduta sul tavolo, a gambe incrociate, e agitavo la mano quando passavi sotto la mia finestra, per salutarti.

Ti guardavo fino a quando sparivi nel buio, in fondo alla strada.

Solo allora aprivo piano le mani e lasciavo cadere i pezzi della mia anima sul pavimento. Di nuovo.

L’odore dei mandarini era ancora lì.

Ed anche il tocco leggero delle tue labbra sulla mia guancia.

© RitaLopez

Il pugile

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Pensi che mi importi qualcosa di queste ferite, Clodia?

Pensi davvero che mi importi qualcosa?

Non sono neanche in grado di sentirli, questi colpi che mi piombano sulla faccia.

Ho nella bocca il sapore del sangue, riesco a malapena ad aprire gli occhi tumefatti, eppure non provo dolore.

Sono qui a combattere, a sferrare con violenza i pugni sul mio avversario, ma al suo posto immagino di avere di fronte il vecchio patrizio che hai sposato.

Penso alla sua bocca vicino alla tua, dopo che si è ingozzato di cibo, ai suoi occhi umidi di rospo che ti guardano mentre ti spogli e sono sicuro di non avere mai odiato così tanto.

Il tuo sguardo puntato su di me, mentre sono qui sull’arena per farvi divertire, ecco, quello mi fa più male dei colpi.

E la rabbia mi sale dal profondo, mi fa essere più violento, e mi induce a colpire la faccia e la testa del mio rivale, che ha assunto ai miei occhi le sembianze di tuo marito.

Sento il rumore delle ossa del suo cranio che si rompono sotto i miei pugni d’acciaio.

Si accascia per terra, tramortito.

L’ho battuto.

Un profondo boato emerge dalla folla assiepata nella cavea.

Mi siedo esausto, ho le gambe tremanti.

Mi giro a fatica per guardarti sugli spalti.

Ti intravedo, hai gli occhi bassi.

Lui, il vecchio patrizio, ti sta accanto.

Esulta, agitando per aria le sue braccia flaccide e bianche.

Aveva scommesso su di me. E ha vinto.

© RitaLopez

Maddalena

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Una vita intera a preparare di corsa i pranzi e le cene,

ad accudire i figli piccoli, a cambiare i pannolini.

E accanto un uomo pieno di promesse e poca sostanza.

Una vita intera ad alzarsi all’alba, a ritirare i panni stesi prima di uscire per andare al lavoro,

ad aiutare i figli a fare i compiti di pomeriggio, quando andavano a scuola,

a lavare per terra prima di andare a dormire.

E accanto un uomo stanco più di lei, stravaccato sul divano a ronfare davanti alla televisione accesa.

Una vita intera a fare la fila per le bollette, a fare da sola  la spesa del  sabato mattina con le buste stracolme e un macigno nel cuore,

e mai una vacanza, mai un cinema, mai un gelato sul lungomare al tramonto.

E i suoi figli crescevano e le sue occhiaie erano sempre più scure.

E accanto un uomo che non riconosceva più.

Lo guardava di notte, nel letto, mentre russava senza ritegno, a bocca spalancata, appagato da quelle quattro stronzate in cui si era ridotta la sua vita,  incurante di tutto:

della tristezza della sua donna, della sua solitudine, dell’amore di un tempo che era morto e sepolto sotto una coltre di pigrizia e di rinunce e di “lascia perdere”.

Ma quel giorno Maddalena aprì la porta di casa, compiendo il gesto più rivoluzionario, e sognato, e messo da parte, e poi di nuovo agognato, di tutta la vita sua intera.

Aprì la porta di casa, uscì, e non tornò più. A cinquant’anni passati, questa donna di un Sud bigotto ed impiccione, uscì e non tornò più.

Suo marito imprecava in canottiera bianca, facendo sobbalzare  il crocifisso d’oro massiccio appeso al collo .

I figli, ormai grandi, guardavano per terra, come due bambini messi in punizione.

Tutto il quartiere bisbigliava e avrebbe bisbigliato per mesi.

Ma io, ve lo  giuro, facevo il tifo per Maddalena, godendo come una Menade ebbra e  impazzita.

(©) Rita Lopez

La bici rossa

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Da bambino vivevo ad Harlem, dietro Riverton Square, proprio vicino al ponte Madison.

E’ lì, su quelle strade, che ho imparato ad andare in bici.

Erano mesi che la sognavo: una bicicletta!

L’avevo voluta con tutte le mie forze.

E un giorno con Pà andammo nel negozio di Jack, all’angolo della Fifth Avenue, a comprarne una nuova di zecca.

Ero un bambino, ma sapevo esattamente “quanto” era costata quella bici per mio padre.

Ricordo benissimo le mani di Pà, mentre contava i dollari, posandoli uno dietro l’altro sul bancone di legno scuro del negozio di Jack.

Per un attimo mi sono vergognato del mio egoismo.

Per un attimo mi è balenata in mente l’idea di dirgli “Non fa niente Pà, non la voglio più”.

E invece non ho detto nulla e la bici era mia.

Rossa fiammante. Uno schianto.

Ero il ragazzo più felice di Harlem. E Harlem mi sembrava più bella in groppa alla mia bici.

Me la sarei portata con me anche nel letto a dormire.

E invece dovevo lasciarla legata nel cortile di casa, sotto la tettoia,  per evitare che prendesse l’acqua.

E un giorno non c’era più. C’era solo la catena spaccata lì per terra. Ma niente bici.

Ed io ho pianto.

Ho pianto per me e per la mia bici rossa fiammante.

Ho pianto per tutte le volte che avevo urlato in faccia ai miei:

“Sono l’unico del quartiere a non avere una bicicletta!”

e per tutte le volte che mi veniva risposto: “Adesso non si può”.

Ho pianto per quel dannato quartiere in cui ero nato, in mezzo a gente “tagliata fuori”, in una povertà ingiusta e bastarda che ti faceva lavorare dieci volte tanto per ottenere qualcosa che da qualche altra parte era possibile ottenere con una facilità ridicola.

E soprattutto, ho pianto per le mani di Pà, mentre posava i dollari sul bancone di Jack.

Non ho più voluto una bici in vita mia.

Anche adesso che sono uno stimato avvocato, con uno studio prestigioso nel cuore di Manhattan, se mi capita di scorgere una bici rossa fiammante, ho un tuffo al cuore.

E mi vengono sempre in mente le mani di Pà.

E per un attimo avverto quel senso di vergogna, provata quel giorno, là nel negozio di Jack.

© RitaLopez

 

Il Molesto

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Dopo la sessione estiva, chiuso per un po’ l’incubo degli esami, ci piaceva scarrozzare con le moto nei molli e pigri pomeriggi di Roma.

C’erano Mauro “er lumaca” e Cicalone.

C’erano, oltre a me, Antonella “la fata” e Giulia “l’assassina”.

E ancora Polverone e il Tatuato.

E poi c’era lui: il Molesto.

Il Molesto soprannominato Molesto perché era un attaccabrighe, un tipo litigioso.

Molesto. Appunto.

Ed eravamo tutti lì, con le moto rombanti a sfrecciare sul lungotevere Flaminio, liberi come il vento e leggeri come l’aria.

La potenza e la gloria dei motori tra le nostre gambe, il cuore a mille, con la consapevolezza cieca che non saremmo mai invecchiati.

Ad ogni semaforo rosso ci allineavamo guardandoci fieri e ammiccanti, per poi ripartire aggressivi al prossimo verde.

E tutto andava bene.

Fino a che, ad un incrocio, un tipo dinoccolato ha attraversato la strada all’improvviso, sbucando letteralmente dal nulla.

Il Molesto lo ha scansato per miracolo, ma la moto ha iniziato a sbandare.

Davvero non so come lui e la ragazza che aveva dietro non siano caduti.

Si è fermato 10, 15 metri dopo l’incrocio.

Noi, allibiti. Tutti fermi. Il cuore in gola.

Anche il tizio è rimasto impalato lì all’incrocio, dopo aver rischiato così stupidamente la vita. Freddato dalla paura.

Il Molesto si è girato per vedere se il tizio stava bene e il tizio gli ha urlato “I’M FINE!!!!!”.

Era inglese.

Ma il Molesto, che non era un cima per le lingue straniere, aveva capito “A’nfame!!!!”.

“A’nfame a me??? Oh brutto fjo de na mi…..”.

E’ sceso dalla moto. Ha raggiunto il tipo.

Ed è andata a finire come al solito, come ogni volta che il Molesto era con noi.

Ci abbiamo messo 10 minuti buoni per staccarlo dall’inglese allibito, scompigliato, strattonato e scarmigliato e spiegare il malinteso al Molesto.

Abbiamo passato il pomeriggio in birreria, a prenderlo in giro.

Anche l’inglese è venuto con noi.

© RitaLopez

Una lettera

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“Marito mè, e mò so quasi 3 anni che si sciuto a fatigà alla Germania.

E mò so quasi 3 anni che io sto ccà da sola.

E ti vulia solo dici che nun è stato facile manco pe mè.

Che la vita nun è dura solo pe chi parte, solo pe chi è luntano, ma pure pe chi resta.

All’inizio mi sentia cchiù forte, ma poi, mesi dopo mesi dopo mesi dopo mesi quella forza se n’è scivulata via.

E c’era la vacca c’ ha figliato la notte. Ma tu nun c’eri.  E per fortuna che c’era Bastiano che m’è venuto ad aiutari.

E poi in inverno da sola a spaccare la legna. Ma tu nun c’eri.  E nun finivo manco pe Natale se Bastiano non veniva lui.

E quanno c’è stata la bufera c’ha scassato gli stipiti della finestra, manco allora c’eri. E io mi sarei morta dal freddo se Bastiano nun veniva ad aggiustare tutto quanto.

Io, marito mè, nun aggiu studiato, ma na cosa l’aggiu capita bbona.

L’ammore nun è na cosa accussì, tanto pe dice.

L’ammore si vive, si suda, si lavora, si bestemmia, pe poi fare baldoria,

si ride e si addanna, si addora e si tucca.

E’ come a na pianta che se nun l’annacqui, secca.

Na notte mi so svegliata all’improvviso.

Nel letto nun c’eri tu, c’era Bastiano.

L’aggiu guardato bbuono e mò, marito mè,  te l’aggia proprio cunfessà….

Io ero contenta che c’era Bastiano.

Anzi,  mò te l’aggia proprio dici: io manco me ne piglio scuorno….”

Concetta sollevò la testa dalla lettera che stava scrivendo.

Guardò fuori dalla finestra. C’era la nebbia . La nebbia che nasconde, che cela, che attutisce.

Era l’alba. E bisognava mungere la vacca.

Sospirò. Prese il foglio di carta, lo stropicciò e lo gettò nel fuoco.

La fiamma avvampò improvvisa, per poi riabbassarsi dolcemente nella brace.

(©) RitaLopez

 

 

Maxi e la bancarella a San Lorenzo

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L’ho trovata stamattina, mentre rimettevo a posto la soffitta.

Era nel vecchio baule di legno di pino, mangiato dai tarli, scrostato dal tempo.

Non ci potevo credere. Era lì da quasi trenta anni ed io non lo sapevo.

L’avevo completamente dimenticata. La collana che mi piaceva tanto, fatta a mano da Maxi. Quasi trenta anni fa.

Era dentro il taschino del gilet nero e consunto che avevo comprato a Porta Portese, dimenticato poi nel vecchio baule di legno di pino.

“Ehi!! E questa qui Maxi?? Ma è BEL-LIS-SI-MA!!”

Aveva una bancarella a piazza dell’Immacolata, nel cuore di San Lorenzo.

Mi ero fermata la prima volta un pomeriggio, dopo l’università, a guardare le meraviglie che venivano fuori da quelle sue mani dalle dita abili e veloci.

“Vuoi un braccialetto bambina?” mi aveva chiesto con la sua voce resa cupa e ovattata dal fumo del tabacco.

“Non ho abbastanza soldi” risposi.

Mi sorrise di un sorriso da lasciare senza fiato.

E così, vai con San Lorenzo.

Quasi tutti i giorni a San Lorenzo.

Dopo ogni lezione a San Lorenzo.

Ogni volta che potevo a San Lorenzo.

E quel pomeriggio lui era lì, intento a fare questa collana con i fili di rame e le perline nere.

“La vuoi bambina?” mi chiese Maxi, mentre ammiravo la collana sistemata sul panno nero della bancarella.

La solita risposta: non ho abbastanza soldi.

Il solito sorriso da lasciare senza fiato.

Lo guardavo e pensavo: quanto lo amo, quest’uomo?

E Maxi, che era parecchio più grande di me, e aveva viaggiato il mondo, e aveva amato tutte le donne che voleva, non avrà avuto di certo nessuna difficoltà a leggere nella mia mente da sprovveduta, pronta a lanciarsi nel vuoto.

Mi sedevo accanto a lui. Mi piaceva guardarlo lavorare.

E lui mi parlava senza alzare mai lo sguardo dal suo lavoro.

Si dimenticava la sigaretta accesa posata sul bordo della bancarella.

Ogni volta gliela rubavo e finivo di fumarla io. Mi inebriava l’idea che un attimo primo l’avesse tenuta lui tra le sua labbra.

Poi un giorno mi disse: “Domani vado via”.

Un colpo al cuore. Un pugno nello stomaco. Una fitta alla testa.

“Ed io?” gli chiesi, vergognandomi per il mio tono lamentoso.

“Tu devi studiare” mi disse in un modo che a me era sembrato come quello di un padre rivolto alla propria figlia.

Sentivo di avere le guance rosse, lo sentivo. Porca miseria.

“Quindi non ti vedrò più. Niente più bancarella, niente più perline, niente più San Lorenzo….Mi dimenticherò di te!” piagnucolai.

“Bambina, mica ci si libera mai da quelli che hai amato!”

Maxi sorrise. Ed io non lo vidi più.

Niente più bancarella, niente più perline, niente più San Lorenzo.

Mi dimenticai di lui.

E invece oggi eccola qui, questa collana di filo di rame e perline.

Come ho fatto a non accorgermi che me l’aveva infilata nel taschino del gilet?

Dove sei Maxi, vecchio stregone saggio che sarai diventato?

Rigiro la collana tra le dita: mica ci si libera mai da quelli che hai amato!

 © RitaLopez

Ad Isia

 

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Allora è così che doveva finire, mia dolce Isia. Così.

Su un campo riarso dal sole, con il frinire delle cicale che ti stordisce.

In mezzo alla polvere sollevata dai cavalli e al frastuono di mille spade luccicanti.

Dicevi che sono un guerriero forte Isia, che sono invincibile. Ma non è così.

Questa volta non tornerò da te.

Guardo il sangue che sgorga a fiotti dalla ferita e

colora di rosso vermiglio questa terra che non è più la mia.

Non provo dolore Isia, solo stupore.

Davvero tutto questo sta accadendo a me?

Perdo le forze e mi si piegano le ginocchia.

Sai a cosa penso? Ai tuoi capelli.

Il ricordo dei tuoi lunghi capelli castani, che odorano di lavanda e di salvia,

quello sì che mi procura un dolore lancinante.

Mi sistemo sul mio scudo. E’ sul mio scudo che voglio morire.

Come un forte e valoroso guerriero, il guerriero che hai amato.

Ed ora che la mia vista si è annebbiata e  il clamore della battaglia è lontano,

ecco, ora riesco a vederti chiaramente.

E’ bello abbandonarsi con l’immagine di te, che rende dolce questa morte che mi scivola dentro.

I tuoi capelli Isia.

I tuoi  lunghi capelli sono l’ultima cosa che vedo.

Morire, così, non fa neanche male…

© RitaLopez

 

La guerriera più dolce

Train series - Motion blur of a fast moving train.

Quando mi cammina accanto e la guido dandole il braccio,

sento quanto è fragile. E vulnerabile.

Le guardo la mano. E’ coperta di piccole grinze avvizzite.

Penso a quanto sia totalmente indifesa, e a quanto totalmente si fidi di me e dei miei passi.

E poi l’aiuto a salire sul treno.

Le dico dove mettere i piedi, per non cadere.

Aspetto che il treno parta.

La chiamo dal finestrino, ma so che dietro quegli occhiali scuri non può vedermi.

Provo a chiudere gli occhi per cercare di intuire come ci si possa sentire ad essere quasi completamente ciechi.

Vorrei condividere un po’ della sua personale tragedia, prendermi un po’ del suo dolore e portarmelo via con me.

Riapro gli occhi giusto in tempo per vederla lì seduta, mentre il treno parte piano.

Alzo la mano per salutarla. Non mi risponde.

Il suo Coraggio è la vetta più alta del mondo.

La sua Bellezza è irraggiungibile.

© R.L.

Io e Robert Plant

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Aspettavo sbavando il momento di tapparmi nella mia stanza e mettere sul vecchio stereo, stracciato a meno della metà del prezzo al mercato dell’usato, l’LP dei Led Zeppelin col volume a palla.

Whola lotta love rimbombava al ritmo di mille pulsazioni nelle vene ed io, come una Menade ebbra, giravo su me stessa sotto l’orribile lampadario anni Settanta.

Ed ero lì, sissignore, ero lì sotto il palco mentre loro suonavano, insieme a migliaia di altri che si agitavano come in una danza sacrificale, ma lui, Robert Plant, ammiccava a me, mentre agitava scandalosamente il bacino, ed io non morivo solo perchè non volevo perdermi la vista di lui e della sua criniera da leone mentre cantava:

You need coolin’, baby, I’m not foolin’,
I’m gonna send you back to schoolin‘”.

Mi trovavo nella civilissima e progressista Londra, sissignore, ed ero lì al concerto dei Led Zep, e a nessuno importava che io mi agitassi come una Menade impazzita:

Way, way down inside, I’m gonna give you my love,
I’m gonna give you every inch of my love“.

E poi, mentre ero proprio al culmine di un orgasmo mistico, mi accorgevo con orrore della porta spalancata e di mio padre in pantaloncini e canottiera.

Migliaia di gocce di stupore mi si raggelavano lungo la schiena.

Leggevo il suo labiale “E abbascia ‘sta radio!!!!”,  diceva.

Il primo ad accorgersene fu Jimmy. Smise di suonare.

Dopo di lui anche gli altri.

Robert continuò a cantare, ignaro, ancora per una decina di secondi, dopodichè guardò sbalordito Jimmy, che indicò con la testa mia padre.

Un silenzio glaciale piombò sullo stadio intero.

Altro che bomba nucleare.

Mi ritrovai nella mia stanza di adolescente repressa, nel più malfamato quartiere di una città del Sud.

Dalla finestra potevo udire le grida disperate dei motorini smarmittati di Vito, il figlio di Colino lo Schignato, e della cricca di teppisti con cui giocavo da bambina.

© RitaLopez

Il dolore, la rabbia e quattro polpette dure come sassi

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Andavo a trovarla nei pomeriggi troppo afosi e assolati

rinunciando ad annaspare senza pensieri con i miei amici, là sul vecchio molo.

I suoi capelli di un candore senza fine,

la sua faccia solcata da una ragnatela di rughe profonde

come la terra riarsa delle nostre campagne.

Le sue mani ossute solcate da onde di vene azzurro cielo.

Un’adolescente scapestrata e una vecchia donna incurvata da tutta quella vita che le era passata davanti.

Colpite dallo stesso dolore, accomunate da un unico strazio.

L’intero pomeriggio a sussurrarci parole inutili

in cui cercare disperatamente conforto e che invece

non facevano altro che tormentarci.

E poi verso sera

lei che mi chiedeva “Tìn fàm? Uè mangià dò, cu mè?” (Hai fame? Vuoi mangiare qui con me?)

E siccome non era mai stata una grande cuoca

a malapena accennavo un sì con la testa.

Tirava fuori dal frigo quattro polpette del giorno prima, dure come sassi.

Io e lei sedute in cucina, al tavolo di formica celestino, del più orribile stile anni 50

ad inforcare controvoglia quattro polpette poco invitanti.

Se penso al dolore e alla rabbia

al momento in cui ci si alza all’improvviso, con grinta, virando di botto prima di venire travolti da un’onda gigante,

penso a noi due, sedute al tavolo di formica celestino, ad azzannare polpette dure come sassi.

“Còm sòng?” (Come sono?)

“Buone”, rispondevo.

©RitaLopez

Le cicale di Malia

Creta+I+resti+del+minoico+palazzo+di+Malia

 

“Le cicale cantano a squarciagola qui. Sempre. Ma in questo periodo il loro frinire è assordante.

Sono molti giorni ormai che mio padre, il Re-Sacerdote del grandioso palazzo di Malia, è preoccupato.

La nostra Dea Madre, la Dea dei Serpenti, dal seno prosperoso, dice che una grande sciagura sta per arrivare dal mare sulla nostra isola, la nostra Creta.

E niente sarà più come prima.

Giorno e notte mio padre compie sacrifici, versando nei pozzi sacri le offerte votive, per compiacere gli dei.

Ma io non ci credo.

Io penso che la nostra Dea Madre questa volta si sbagli.

Come possono svanire nel nulla il nostro palazzo, qui a Malia, e quelli grandiosi di Cnosso e di Festo?

Niente è più sicuro dei nostri lunghi corridoi ombrosi dalle pareti affrescate con  grifoni color cremisi e  con i delfini azzurri simboli di gioia.

Niente è più possente del labirinto di  miriadi di stanze disposte su più livelli, dove è bello perdersi in mezzo alla foresta di fitte colonne ricavate dai tronchi di cipresso.

Come possono gli dei non gradire le nostre gloriose processioni dirette alla corte centrale, là dove le donne gareggiano insieme agli uomini, volteggiando sui tori con abilità e coraggio?

Come possono non gradire le larghe scalinate che conducono ai santuari da cui si vede il mare?

Sì, di sicuro la nostra Dea Madre questa volta si sbaglia.

Noi, sovrani dei mari,

noi che viviamo in una natura rigogliosa, che ci permette di riempire di olio e di grano i magazzini stracolmi di giare,

noi che sappiamo leggere e scrivere i caratteri impressi con i nostri sigilli,

noi maestri nella lavorazione della ceramica, così come dell’oro, delle gemme e delle pietre preziose….

Noi siamo benevoli agli dei. ”

Ma gli dei un giorno smisero di apprezzare la devozione dei Minoici.

Li colpirono proprio da dove essi avevano costruito la propria fortuna: dal mare.

Un gigantesco maremoto, provocato dal vulcano della vicina Santorini, distrusse gli antichi palazzi. Niente fu più come prima.

Solo le cicale cantano ancora a squarciagola. Sempre. Il loro frinire è assordante.

© RitaLopez

Dentro il basso di zia Marietta

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Abitava in uno di quei bassi che affacciavano direttamente sulla strada: la cucina in un angolo, il letto nascosto da un separè coi disegni giapponesi, la mensola dove riponeva i taralli fatti in casa, che per metà vendeva e per metà regalava.
I taralli più buoni del pianeta.
Dall’altro lato della parete, disposti in bella mostra, la sua collezione di Madonne e Gesù e Santi Antoni da Padova e Sante Rite da Cascia e al centro, come una star su un palco illuminato, San Nicola di Bari.
Zia Marietta sapeva fare le punture ed io, dopo l’ennesima tonsillite, andavo da lei alle cinque in punto, con un nodo alla gola e un macigno al posto del cuore.
“Permesso?” chiedevo sull’uscio della porta perennemente spalancata.
“Tras tras!” Entra entra!
Il “blob blob blob” dell’acqua del bollitore per siringa dove zia Marietta aveva messo a bollire, da chissà quanto, la stessa dannata siringa che aveva massacrato quasi tutti i culi del quartiere Libertà, mi dava ai nervi.
Il rumore che il piccolo coperchio di alluminio produceva sbattendo sul contenitore, era più snervante di un martello a percussione.
L’agonia aveva inizio.
Tiravo su il gonnellino a pieghe, giusto il minimo indispensabile, mentre zia Marietta, con la siringa in mano, si sedeva pesanemente sulla vecchia sedia impagliata.
Tonf! Le cosce così enormi che non riusciva a tenerle chiuse. Gli occhiali, con i vetri spessi 3 centimetri, le cadevano sul naso.
Mi strofinava il sedere con l’ovatta imbevuta di alcool.
E io facevo un passo avanti.
“Addòvvà?”. Dove vai?
Con pazienza avvicinava la sedia verso di me. E si risedeva. Tonf!
Mi ristrofinava di nuovo con l’ovatta. E io facevo un altro passo avanti.
“Arrèt? Di nuovo?
Per la seconda volta spostava la sedia in avanti. Tonf!
Vedevo i passanti andare avanti e indietro, davanti alla porta del suo basso, incuranti della mia personale tragedia.
Con pazienza, per la terza volta, mi strofinava l’ovatta sulla chiappa.
Ed io, per la terza volta, facevo un passo in avanti e arrivavo proprio sotto la mensola con tutti i Santi e le Madonne e San Nicola sulla caravella illuminata. Senza scampo.
“Figghia mè! Mo u levc u uagg, u vì?? La facim senz u uag!! Figlia mia! Ora lo tolgo l’ago, vedi? La facciamo senz’ago!!
E sfilava l’ago, che aveva fatto bollire e ribollire per ore, con le sue mani callose e batteriche, ancora mezze sporche di farina.
Ero braccata. Il muro di fronte. Zia Marietta dietro. In alto tutti i santi del paradiso che mi puntavano gli occhi addosso.
Forse è stato lì, nel basso di Marietta, che ho imparato a non urlare quando mi faccio male.
Alla fine dell’operazione mi sedevo imbronciata e lei mi porgeva uno dei suoi taralli dalle proprietà stupefacenti.
Dall’alto, sulla mensola, i santi mi fissavano.
“Tanto non piango”, pensavo. Tanto. Non. Piango.

 

© RitaLopez

Gli angeli del fango

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    Erano giorni che una pioggia fitta cadeva ininterrotta su Firenze, ma nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo quella mattina del 4 novembre 1966.

    All’alba l’Arno ruppe gli argini con un impeto sovrumano di acqua gonfia e grigia, violenta come il rutto di un mostro sanguinario.

    L’acqua fangosa, dal colore tetro del cielo, entrò a Palazzo Vecchio.

    Penetrò con la  veemenza di un toro infuriato nel Duomo.

    Violentò le antiche botteghe degli orafi su Ponte Vecchio.

    Più di 30, tra donne uomini e bambini, persero la vita.

    I corpi lividi e galleggianti, le braccia aperte come quelle del Cristo di Cimabue in Santa Croce.

    Quando l’acqua impetuosa, dopo giorni, si ritirò pigra, una spessa coltre di fango e detriti copriva i morti e i manoscritti antichi  e i quadri dei grandi e le opere d’arte.

    Niente cibo. Niente acqua potabile. Niente energia elettrica. Niente di niente.

    Fu allora che arrivarono gli angeli del fango.

    Da tutta Italia arrivarono. Da Nord e da Sud.

    E anche dal resto dell’Europa.

    Arrivarono tutti per Firenze allibita. Per Firenze stordita e martoriata.

    E fu proprio nella Biblioteca Nazionale che Andrè, giunto  da poco dalla Francia per dare una mano, la vide.

    Afferrava con le sue mani dalle lunghe dita i volumi rari, i libri del passato.

    Li tirava fuori dalla melma e li porgeva svelta al suo vicino, che a sua volta li riponeva in una carriola.

    I lunghi capelli castani legati indietro in una treccia mista a terra e fango.

    Il fango anche sulle braccia e sul pullover di lana con le greche colorate e sulle guance arrossate.

    Andrè si fermò. Si fermò a guardarla. E pensò che mai aveva visto niente di più bello.

    Si avvicinò. “Ciao” le disse.

    Il sorriso più radioso del creato illuminò il grigio di Firenze.

    “Come ti chiami?”

    “Manuela” gli rispose la ragazza.

    Sorrideva e non smetteva di raccogliere i libri antichi immersi nel fango.

    Andrè ebbe la netta sensazione di trovarsi di fronte ad un angelo.

    Era in mezzo a centinaia di angeli come lei.  Lui stesso lo era.

    La ragazza gli porse un libro e poi un altro e poi un altro ancora.

    Andrè prese tra le braccia i volumi preziosi che lei gli passava.

    Firenze sarebbe rinata. Lo sapeva.

    Firenze ce l’avrebbe fatta.

    © RitaLopez

Storia vera. Niente chiacchiere.

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Tre figli e un marito partito per la guerra.

Tre figli e 25 anni non ancora compiuti.

Tre figli e neanche un soldo per comprare il pane.

Lei seduta a bordo del letto.

Gli occhi fissi sul tabernacolo della Madonna addolorata col mantello azzurro, gli occhi dipinti di tristezza e le luci psichedeliche attorno alla testa velata.

“Non dirò niente a mia madre. Ma tu Madonna mè, damm sta forza. damm stu curaggie”.

Ma il coraggio era dentro di lei, era scritto nelle sue cellule brune, nella sua pelle di messicana.

Uscì di casa con l’aria di un guerriero ferito ma non ancora pronto per morire.

Attraversò il suo quartiere di case scorticate e arrivò lì dove nessuno poteva riconoscerla.

Respirò a fondo. Pensò ai suoi figli, sfornati con gioia uno dopo l’altro.

Si accasciò scivolando sul muro di una strada dove un tempo le famiglie ricche affollavano le gelaterie illuminate.

Senza fiato.

Si coprì la testa con lo scialle di lana.

Alzò il suo braccio e aprì  il palmo rivolto ai passanti.

Le tremava la mano.

© RitaLopez

Bombe sulla mia città

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Era già buio quando hanno iniziato a bombardare sui tetti della mia città.

Io, la mamma, il papà e mia sorella più piccola eravamo andati a trovare la nonna che abita in periferia.

Stavamo per tornare a casa, ma siamo stati costretti a rimanere là.

Il cielo si è riempito di bagliori accecanti, più accecanti dei lampi bianchi durante i temporali violenti.

Grandi boati tuonavano nell’aria e rimbombavano dentro le nostre pance.

Ho visto le mani rugose della nonna. Tremavano.

Sono andata da lei e l’ho abbracciata stringendole la vita.

Mi è sembrata piccola piccola, quasi una bambina.

Ho chiuso gli occhi e pensavo: “Non voglio morire. Non voglio morire.”

Anche mio papà ha stretto forte la mamma, nascosta in un angolo della stanza, con mia sorella  che le cingeva il collo con le sue braccia corte.

La piccola testa affondata tra i capelli. Per non guardare, per non sentire.

E’ stata una notte molto lunga.

I bombardamenti sono durati un’eternità.

Alle prime luci dell’alba, quando già da tempo tutto era silenzio, papà è uscito per andare a vedere la nostra casa.

Io l’ho accompagnato. Non voleva, ma ho insistito. Sono grande ormai.

C’erano corpi riversi sui marciapiedi, palazzine crollate, macerie dovunque e in lontananza si udivano le grida disperate delle donne.

Mi bruciavano gli occhi e a fatica ho ricacciato le lacrime che volevano esplodere.

Sicuramente era colpa dei gas nell’aria.

Io non piango. Sono grande ormai.

Siamo entrati in casa.

Papà davanti a me. Io dietro di lui.

Si è accasciato piano per terra, le mani tra i capelli.

Ho intravisto in mezzo alle macerie la macchina a pedali di mia sorella. Il suo gioco preferito.

L’ho presa. Gliela riporterò.

Così potrà ancora giocare.

(© RitaLopez)