Mese: marzo 2017

17 marzo e Fabricius diventa uomo

E’ l’alba del 17 marzo, la festa dei Liberalia, dedicata al dio Liber, il cui tempio è sull’Aventino. Sono già sveglia da ore e tra poco, dalla mia finestra, spierò nella stanza di Fabricius, che abita di fronte a me.

Il mio amato, che ha compiuto 16 anni, festeggerà oggi, insieme agli altri ragazzi della sua età, il passaggio allo stato di uomo.

Fabricius si toglierà la bulla, la collana che i bambini ricevono quando sono ancora in fasce, come simbolo di protezione, e la deporrà sul piccolo altare dei Lari, che si trova in un angolo, in ogni casa di Roma. Lascerà anche una ciocca dei suoi bei capelli e la prima rasatura della sua barba sottile.

Poi il mio amato si sfilerà la toga praetexta, bordata di porpora, ed io mi sentirò morire alla vista di quelle spalle e di quelle braccia che mi stringono forte, di nascosto, nel buio dell’ingresso di casa mia, mentre i miei fratelli più piccoli giocano nell’atrio.

Sua madre gli porgerà la toga virile, quella che portano gli uomini, bianca, come i petali del giglio.

Farà colazione con un uovo, che rappresenta il principio di tutto, e con una focaccia di latte e farro.

Uscirà per strada, Fabricius, e guarderà alla mia finestra, sapendo che io sono dietro le imposte.

Il cuore mi batterà nel petto.

Seguirà la processione diretta al tempio, sull’Aventino, mentre le sacerdotesse del dio Liber, con i lunghi capelli intrecciati con rami di edera, offriranno torte fatte con olio e miele.

Ci saranno sacrifici, e musiche, e maschere appese agli alberi.

Un grande fallo, in cima ad una pertica, precederà la processione, per augurare fertilità alla terra e agli uomini.

Aspetterò dietro la finestra fino al tramonto, ad attendere il ritorno di Fabricius.

Avrò un sussulto quando lui solleverà la testa per vedere se sono ancora lì, dietro le imposte.
Ed io mi lascerò guardare dagli occhi di un uomo.

© RitaLopez

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La fonte Aretusa

Ti ho sempre amato Aretusa. Sempre. Sin da quando avevi la figura di donna e ti tuffavi nelle acque del fiume che scorre placido nel Peloponneso, là nella nostra Grecia lontana. Ti spiavo nascosto tra gli alberi di salice, mentre galleggiavi sulla superficie dell’acqua. Le braccia aperte. Gli occhi chiusi. I seni splendenti, ricoperti di piccole goccioline brillanti di sole. Ho odiato quel fiume che ti accarezzava le gambe nude, con onde leggere. Ho odiato i pesci argentati che guizzavano tra le tue braccia bianche. E ho odiato le alghe, ardenti di passione, che avevano la fortuna di sfiorarti le natiche sode.

Un giorno ti sei accorta che ti guardavo, pazzo d’amore, completamente perso in te, nella tua bellezza. Hai avuto paura e sei fuggita. Ti ho inseguito nei boschi perché volevo dirti che mi dispiaceva, mi dispiaceva averti spaventato così tanto. Ma tu sei diventata acqua, mutata per sempre in fresca sorgente, e sei scomparsa in una fessura profonda della terra.

Ho pregato gli dei di diventare acqua anch’io, per raggiungerti e fondermi con te, dovunque fossi andata.

E così mi sono trasformato in fiume, mia dolce Aretusa. Sono diventato il fiume Alfeo che scorre nell’antico Peloponneso e ti ho inseguita, disperato, calandomi in quella stessa fessura della terra dove tu eri scomparsa.

Ho percorso cunicoli sotterranei, e strette gallerie rocciose.

Ho seguito il mio corso, sinuoso e penetrante, in quello che tu poco prima avevi percorso.

Ho frugato e violato la terra.

Ho raggiunto le sponde del mar Ionio e l’ho attraversato tutto quanto, passando in un tunnel profondo e senza fine, al di sotto delle acque salate. E poi, finalmente, sono riemerso in superfice per ricongiungermi a te, nell’isola di Ortigia luminosa e assolata.

In te sono sfociato, mia amata Aretusa.

Le mie acque per sempre mescolate e confuse con le tue. Stretti per sempre in un solo abbraccio.

Siamo un’unica fonte d’acqua dolce che il mare salato, che pure ci circonda, non riesce a rendere amara.

© RitaLopez