L’uomo e la macchina

 

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La costruzione della Eastern Railroads, la  linea ferroviaria che  dal confine della Virginia occidentale arriva fino al fiume Ohio, fu un’impresa monumentale.

E’ là che sono nato e cresciuto, in un villaggio annidato sulle alte e sterminate colline degli Appalachi.

Il mio bisnonno era uno delle migliaia di afro-americani liberati dalla schiavitù, ansiosi di iniziare una nuova vita per se stessi e per le proprie famiglie.

E la ferrovia, che trasformò la storia della nostra regione disseminata di fattorie, fu la sua occasione e quella di migliaia di disperati e fiduciosi come lui.

Per costruire il tunnel che attraversa la Big Bend Mountain, gli operai lavorarono contemporaneamente da entrambe le estremità della montagna.

Tre anni di scavi, utilizzando la forza delle braccia, facendo saltare la roccia con gli esplosivi.

Tre anni per la costruzione dei ponti, e la posa dei binari, servendosi dei cavalli e dei muli per i carichi più pesanti.

Senza sosta. Dal mattino alla sera. Tre anni.

Il mio bisnonno usava il martello e la forza di cento locomotive nel braccio, per trivellare a mano i fori, profondi fino a 14 piedi nella roccia, dove poi veniva messa la dinamite.

Tutti i giorni, con un martello da nove chili in mano. Per tutto il giorno, con i muscoli e la concentrazione, facendosi strada, a fatica, metro dopo metro, attraverso la Great Bend Mountain.

E poi arrivarono le trivelle a vapore e gli operai  erano preoccupati, perché in altri cantieri avevano già soppiantato le macchine agli uomini. Le trivelle erano veloci, non si facevano male, non si stancavano, non si ammalavano.

E quando la prima trivella fece la sua comparsa davanti al tunnel della Great Bend Mountain, il mio bisnonno scommise davanti a tutti che avrebbe battuto  la macchina.

“Vincerà chi scaverà il buco più profondo nel giro di cinque minuti”, disse.

La gara feroce, la battaglia epica, ebbe inizio.

L’uomo e la macchina. Fianco a fianco.

Un colpo, forte come l’acciaio, per l’Africa tutta intera, dannazione!

Un colpo per gli anni vissuti da schiavo, cazzo!

Un colpo per le catene ai polsi, ‘fanculo!|

Un colpo per tutti gli operai del cantiere che stavano là, a guardarlo, trepidanti.

Un colpo per la sua Polly Ann che lo aspettava a casa,  con suo figlio nella pancia.

Scadde il tempo.

La macchina cessò il suo rumore infernale e il mio bisnonno abbassò il martello e sputò per terra.

Le narici dilatate, il fiato corto, gli occhi rossi e infuocati di polvere, la camicia fradicia di sudore.

All’improvviso si accasciò e morì. Il martello ancora in mano.

La sua buca era profonda 27 piedi, rispetto ai 21 della macchina: aveva battuto la trivella.

E quindi signori, se vi trovate nei pressi della Great Bend Mountain e sentite il fischio di un treno lacerare il silenzio degli Appalachi, ricordate che il tunnel fu portato a termine interamente col lavoro fisico di centinaia di uomini.

Con la loro fatica, il loro sudore, il loro sangue.

Grazie all’orgoglio di un afro-americano, il mio bisnonno,  il cui nome era John Henry.

(Dedicato a te. So che leggi ogni giorno il mio blog dall’America lontana. Grazie.)

© RitaLopez

 

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