Il silenzio

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Dalle due alle quattro di pomeriggio nella casa dei miei nonni regnava il silenzio assoluto.

Il silenzio più totale, il silenzio più ovattato, perché nonno dalle due alle quattro si chiudeva nella camera da letto, quella  dai vecchi mobili di noce scuro, illuminata soltanto dalle lucine soffuse e  aranciate del tabernacolo della Madonna Addolorata, e dormiva.

E la casa piombava in un silenzio surreale.

Le donne lavavano i piatti e spazzavano la cucina, sussurrandosi i racconti  tra le labbra e a volte scoppiavano a ridere e ridevano in silenzio, soffocando le risate con i palmi  delle mani, per non fare rumore, fino  a diventare rosse per lo sforzo, fino quasi a soffocare.

Noi bambini facevamo i compiti e a volte ci tiravamo i calci da sotto il tavolone lungo e scrostato, e litigavamo.
“Stateve citti!!!” (fate silenzio!!)  urlava mormorando nonna, come solo lei era capace di fare, mimando un grido strozzato in gola.

Proprio così: urlava mormorando.

Gli occhi spalancati, il dito indice davanti al naso.

Mi piaceva quel silenzio, anche se era innaturale e forzato.

Mi piaceva come ti può piacere una cosa preziosa, come è preziosa qualsiasi cosa di cui senti la mancanza.

Dell’acqua quando hai sete, o del pane quando hai fame, o del sonno quando sei stanco.

Era divertente quel silenzio, perché ci obbligava a camminare in modo buffo, in punta di piedi, a compiere in modo grottesco i nostri movimenti,  per privarli di qualsiasi suono, a chiederci cento volte l’un l’altro “che hai detto?”.

Dalle due alle quattro di pomeriggio era possibile udire  il ticchettio dell’orologio alla parete, lo sgocciolio dell’acqua dal rubinetto del lavandino di pietra, il respiro lento e rassicurante delle persone stipate nella vecchia cucina.

Era un bel silenzio.

Alle quattro meno cinque nonna preparava il caffè.

Alle quattro spaccate, là nella camera da letto dai vecchi mobili di noce scuro, nonno fischiava con tutto il fiato che aveva in gola nel suo fischietto nero, quello dei tempi di quando era vigile urbano:  potevamo rompere la quiete forzata.

Quel fischio era come una doccia fredda sulla pelle arroventata dal sole, un’allegra sirena, un martello che infrange un grande vaso di cristallo rompendolo in migliaia di piccoli e aguzzi frammenti.

La casa ripiombava all’improvviso, come per incanto, nel frastuono più festoso.

“Porto io il caffè a nonno!”

“No, voglio portarglielo io!”

“No, oggi tocca a me!”

Litigavamo ancora, noi bambini, per chi dovesse portargli il caffè a letto.

Quando era il mio turno, nonna mi posava tra le mani il piattino con la tazzina ricolma del  prezioso liquido fumante e profumato.

“Non ‘u si facènn cadè”, mi diceva.

Procedevo portando la reliquia nella camera di nonno, come in una processione, seguita dagli altri bambini.

La Madonna Addolora, là sulla parete,  puntualmente mi fissava con gli occhi sgranati, quasi a presagire una catastrofe.

Ed io puntualmente facevo cadere un po’ di caffè sulle lenzuola.

“E u sapev je!!” (lo sapevo!) diceva nonno, “Semb’ tu sì!! Chiu cchiàno adda fà!”.

Abbassavo lo sguardo mortificata. Gli occhi di tutti addosso. Pure quelli della Madonna Addolorata.

Nonno si tirava su da letto e si sistemava le bretelle sulla canottiera.

“Mè,  mo la storia!”

Noi bambini correvamo di nuovo in cucina, prendendoci a  spintoni, a gomitate, per afferrare gli sgabelli di legno più comodi e sederci il più possibile vicino a lui che, come ogni pomeriggio, ci avrebbe raccontato “la storia”.

© RitaLopez

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