Pessimo Vincenzo

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Non avevo soggezione di te solo perché andavo in classe con tua sorella: sapevo che non mi avresti importunato più di tanto.

Però lo devi ammettere, Vincenzo: tu eri proprio fastidioso.

Davi fastidio alle ragazzine del quartiere, al maestro, ai vicini di casa, ai passanti sconosciuti.

Tu e la tua cricca di teppisti come te.

“Hanno bucato le gomme della 126 della maestra Florinda!”

“Scommetto che in mezzo c’era Vicìnz!”

“Hanno rotto la vetrina della salumeria dello Schignato!”

“Stavolta l’ho visto: Vicìnz e gli amici suoi sono stati!”

“Hanno toccato il culo a Mariastella, la commessa della merceria!”

“Stu disgraziat di Vicìnz!”

Eri pessimo, Vincenzo. Lo devi ammettere.

Eppure c’era qualcosa in te che mi piaceva. Lo devo ammettere anche io.

Mi piaceva, lo devo ammettere, quando ti arrampicavi sul paraurti d’acciaio della filovia arancione, che attraversava tutta via Crisanzio, e fischiavi a labbra strette per chiamarmi.

“Ma guarda quello!” diceva allibito un signore dietro di me.

Mi faceva sorridere, lo devo ammettere, vederti guidare il motorino smarmittato nell’afa dei pomeriggi estivi, con quell’altro bellimbusto dell’amico tuo, appollaiato dietro. Rigorosamente senza casco. Rigorosamente contromano. Rigorosamente a torso nudo.

Ero contenta, lo devo proprio ammettere, di quel sottile turbamento, che mi guardavo bene dal far trapelare, quando mi fissavi dritto negli occhi e, soffiandomi il fumo della sigaretta in faccia, mi proponevi:

“Quando vuoi divertirti, chiamami!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

Che venivi bocciato ogni anno.

Che facevi disperare tua madre.

Che a quelle due anziane turiste tedesche che si erano perse nei vicoli e che ebbero l’ardire di chiederti:

“Scusa pello pampino! Dofe essere stazzione?”

rispondesti: “Signò! Se mi dai 2000 lire te lo faccio toccare!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

“Diventerai una suora”, mi dicesti un giorno.

“E tu farai la fine di tuo fratello che sta in galera”, ti risposi.

I muscoli della faccia irrigiditi.

Gli occhi severi.

E sicuramente non può essere stata quella frase, sicuramente c’era dentro di te qualcosa, già da tempo, pronta a scattare. Deve essere così.

E insomma volevo dirti che sono orgogliosa di te,  che sei  il meccanico più bravo del quartiere.

Che hai tre figli belli come il sole.

Che avevi pochissime speranze di sfuggire al tuo futuro di contrabbandiere di sigarette.

Che ogni volta che ti guardo mi vengono in mente le due turiste tedesche, a cui  volevi farglielo toccare per 2000 lire, e mi viene da ridere.

© RitaLopez

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