Lorenzino, detto “Varichina”

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Lo incontravamo spessissimo di sera, tornando a casa, in via Crisanzio, vicino alla Manifattura dei Tabacchi, nel cuore del quartiere Libertà, il quartiere dei veri figli del popolo.

Lorenzino, detto “Varichina”, sculettava sul marciapiede con i suoi jeans strizzati sui genitali e tenuti su da una cintura di pelle.

Indossava una pacchianissima camicia a motivi floreali con il colletto a punta, annodata sopra la sua gonfia pancia pelosa.

Aveva una montagna di capelli spinosi che viravano tra il biondo e il rossiccio e degli occhiali spessi come vetri di bottiglia per via della forte miopia procuratagli dal diabete.

“Uèèèè Lorenzì. Ricchiòoon!!!”, lo sfottevano i ragazzini senza cuore che sfrecciavano contromano sulla strada, in sella ai motorini smarmittati.

Urlavano e ridevano sguaiatamente.

Mamma tirava per le braccia me e mia sorella. Affrettava il passo, costringendoci ad arrancarle dietro, a fatica.

Ma io avevo gli occhi puntati su Lorenzino e soprattutto le orecchie bene aperte.

E infatti la sua risposta non si faceva mai attendere:

“Disgraziaaat!!! Rdìt, rdìt! L’ femmn hann’ a murì e tutt’ ddò avìt’ a frnèsc!”

(Disgraziati! Ridete, ridete, tanto le femmine moriranno e tutti qua dovrete venire!), rispondeva Lorenzino, battendosi il deretano con entrambe le mani.

“Sto ‘nzivùs!” (Questo sporcaccione!), mormorava mamma, strattonandoci ancora di più per le braccia.

Ma Lorenzino era immune, oramai, agli sfottò continui dei crudeli ragazzi del quartiere Libertà.

“Ciao beeeelllloooo!!!” si rivolgeva al passante che, a testa bassa, attraversava in tutta fretta la strada per non incrociarlo sullo stesso marciapiede.

Procedevamo su via Crisanzio, noi in una direzione e Varichina nell’altra.

Camminavo con la testa completamente voltata per non perdermi la vista di Lorenzino che si allontanava sempre di più. Potevo sentirlo cantare  a squarciagola “Staaasera mi butto, stasera mi butto, mi butto con teee!!!”, mentre ancheggiava come una checca pazza e si passava la mano nella zazzerra spinosa.

Lorenzino che viveva in un tugurio fetente.

Lorenzino famoso sia tra gli accattoni che tra i notabili.

Lorenzino parcheggiatore abusivo, guardiano delle battone, armato di secchio e ramazza per pulire gli androni bui dei vecchi palazzi del Libertà e guadagnarsi cinque mila lire.

Lorenzino dagli insospettabili, innominabili, impronunciabili amanti di una città del sud ipocrita e bigotta.

Pioniere inconsapevole del gay pride e dell’orgoglio omosessuale.

Morì solo, Lorenzino,  ripudiato dalla famiglia e dai suoi frequentatori abituali, che si erano divertiti con lui a poco prezzo, all’insaputa di mogli e  fidanzate.

Stroncato dal diabete che gli aveva causato l’amputazione prima di una gamba e poi dell’altra.

Hanno fatto un film su Lorenzo De Santis.

Lo avresti  immaginato mai,  Varichina?

Se lo avessero chiesto a me, allora, quando mamma mi trascinava verso casa, là in via Crisanzio, avrei scosso vigorosamente la testa.

© RitaLopez

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