La maglia azzurro cielo

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Era nella camera da letto di nonna, appeso all’angolo tra due pareti.

Era un vecchio tabernacolo di legno scuro, scuro come il legno scuro del letto, scuro come l’armadio, scuro come il comò possente e severo, con lo specchio contornato da una cornice di legno scuro. Santa Rita era dentro il tabernacolo, vestita di nero, da suora, e si infilzava un pugnale nello sterno.

O se lo infilzava o cercava di estrarlo. Non l’ho mai capito.

E non so neanche se è vero che nella vita intrisa di mitologia di questa santa, si inserisca davvero l’episodio di un pugnale che le trafigge lo sterno.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di teatralizzare a tutti i costi la religiosità, di rendere plateale e passionale persino la spiritualità, di drammatizzare all’ennesima potenza la vita dei santi o degli eroi…non lo so.

La camera da letto buia, con i mobili scuri e il tabernacolo scuro, era illuminata soltanto dalle lucine gialle che circondavano la statua di Santa Rita vestita di nero  che si trafiggeva lo sterno con il pugnale (o che cercava di estrarlo. Ripeto: non l’ho mai capito).

Nonna aveva attaccato all’interno del tabernacolo le fotografie ingiallite, in bianco e nero, dei suoi cari morti nel tempo.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di avere davanti agli occhi appena svegli e, come ultima immagine prima di addormentarsi, le persone che abbiamo amato, di continuare a parlarci, di mescolare la morte e la vita, la vita e la morte, sempre, con insistenza, fottendosene quasi, come se nulla fosse accaduto, come se quelli che non ci sono più continuino, a dispetto di tutto, ad essere presenti, a respirare nelle nostre case. A vivere insomma.

Il numero di quelle fotografie aumentava  di anno in anno.

Ricordo i volti rigidi e solenni dei miei avi, in bella posa, nei loro abiti migliori, perché andare dal fotografo a farsi fotografare era considerato un evento importante.

Quel tabernacolo con le foto dei morti non mi ha mai infastidito. Non mi ha mai messo a disagio. Era normale per me. Una cosa simile era in quasi tutte le case in cui bazzicavo da bambina.

Ma un giorno, tempo dopo, nonna attaccò nel tabernacolo anche la foto di mio padre.

E questa volta la foto era a colori. La prima foto a colori dentro il tabernacolo.

Gliela avevo scattata proprio io. Era d’estate, eravamo nella barca di zi’ Pietro, su un mare di azzurro cielo.

Lui indossava una maglia azzurra, azzurra come il cielo, azzurra come il mare di azzurro cielo e, incitato da me, sorrideva prima che io scattassi, strizzando gli occhi per via del sole in faccia.

Ecco: quella foto a colori era un violento flash psichedelico in mezzo a tutto quel buio di legno scuro,

era l’esplosione di un dolore lancinante nel torpore della penombra della stanza,

era l’urlo straziante di una preda catturata,

una forma di vita messa sotto vetro, in una soluzione di alcool e formalina, e che ancora voleva palpitare,

era una richiesta di aiuto, un buco nero,

un punto di implosione selvaggia che tutto fagocitava: il resto delle foto in bianco e nero, Santa Rita vestita da suora, il tabernacolo illuminato dalle lucine gialle, il letto scuro, il comò con lo specchio, la camera da letto in penombra ed infine anche me,

rigida sulla soglia della stanza,

le braccia penzoloni,

i pugni stretti,

le mascelle serrate.

© RitaLopez

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