Il cappotto

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A volte affiori prepotente dai ricordi. Come adesso.

Ti prepari ad uscire con me,

mentre io ti aspetto, religiosamente in silenzio, sulla soglia di casa tua.

Siamo nel pieno dell’inverno, forse gennaio.

Ho i guanti alle mani e le mani sprofondate nelle tasche della mia giacca di pelle.

“Ma pure josce avìt assì?”.  Anche oggi dovete uscire? grida tua madre dalla cucina.

Sta friggendo qualcosa, si sente un buon odore.

“Non preoccuparti mà” le rispondi. E intanto  mi guardi, ironico: “Ho il loden!”.

“Ci iè ca tin?”. Cos’è che hai? incalza lei, dalla cucina.

“Il cappotto, mà!” urli, mentre mi prendi per il braccio spingendomi ad uscire sul pianerottolo.

E non è vero. Non hai nessun cappotto. Chiami cappotto la sciarpa fatta a mano, a righe orizzontali, marroni e nere, con le frange lunghe alle estremità.

Te la avvolgi 4 o 5 volte attorno al collo.

Rido.

Ridono anche i tuoi due fratelli col moccio al naso e le scarpe sformate.

Usciamo per strada e il vento freddo di tramontana ci taglia le guance,

soprattutto agli incroci con le  vie che corrono fino al mare.

“Madonna! Madonna che freddo!” balbetto.

“Tieni il mio cappotto” mi dici, srotolandoti senza esitare la lunga sciarpa dal collo.

“Non esiste proprio” replico, sentendomi una stupida.

“Allora facciamo a metà” mi proponi.

Ti stringi a me, avvolgi la sciarpa attorno al collo di entrambi e ci fai un nodo.

Camminiamo legati e ridiamo. Ridiamo forte.

E hai ragione: non fa più freddo.

Anzi, è primavera di nuovo.

© RitaLopez

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