Il Generale Marzano

50297508

Entro in una farmacia in via di Santa Maria Maggiore.

Subito dopo entra anche il generale Marzano.

Non lo conosco ma la farmicista, una signora distinta sulla sessantina, salutandandolo lo chiama così.

Il generale Marzano è un uomo possente, vicino più agli 80 che ai 70, e ha dei grandi baffi grigi.

La sua testa e le sue mani sono attraversate da un evidente tremolio.

Si siede spossato su una sedia vicino all’apparecchio per misurare la pressione.

“Generale non si sente bene? Perché è uscito stamattina?”

Percepisco che la farmacista è preoccupata, aggrotta le sopracciglia, e poi a bassa voce mi sussurra:

“Ha un inizio di Alzheimer, vive da solo, qua vicino….Esce di casa e dimentica le chiavi all’interno dell’appartamento…un disastro!”, e poi, ad alta voce, rivolta a lui: “Ha preso le chiavi di casa generale?”.

“Sì.” risponde il generale, le tempie umide di sudore per il gran caldo, “Eccole!” gliele mostra come un bambino diligente, facendole tintinnare in aria.

“E dove pensa di andare ora, generale Marzano?”

“Devo andare a Piazza Venezia, c’è mio figlio che mi aspetta”.

Dalla faccia della farmacista capisco che non c’è nessun figlio che lo aspetta a Piazza Venezia.

“Generale fa molto caldo, non può andare da solo fino a piazza Venezia, è lontano. La prego torni a casa. Non posso lasciare il negozio, altrimenti l’avrei accompagnata io….”

“Lo accompagno io il generale” dico d’istinto.

“Oh! grazie mille”, mi sussurra la farmacista “abita a due portoni da qui”.

Mi avvicino al generale e lo invito ad alzarsi prendendogli piano un braccio.

A fatica si mette in piedi. E’ altissimo. E’ una montagna enorme scossa da tremolii gentili.

Arriviamo sotto il portone di casa. Prende da bravo le chiavi dalla tasca e apre con la mano tremante, ma comunque avvezza ad un gesto ripetuto chissà quante volte, per chissà quanti anni.

Gli reggo l’anta del portone per lasciarlo passare.

“Buongiorno Generale”, gli dico prima di chiudere.

Si volta verso di me e si porta la mano tesa e tremolante vicino la tempia sudata in segno di saluto.

Mi metto sull’attenti, la schiena rigida, le gambe unite, e mi porto anch’io la mano destra alla testa.

Rimango così fino a che entra nell’ascensore.

Richiudo il portone.

Vado. E’ tardi.

© RitaLopez

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...