“Cosa vedi?”

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Era giugno, ricordi?

Mi dissero della morte di tuo padre un pomeriggio di afa soffocante.

Fino a pochi giorni prima ridevamo nella grande piazza di pietra bianca, accecati dalla luce.

Ridevamo ad alta voce insieme agli altri. Eravamo come rondini impazzite nel cielo.

E poi ti ho rivisto un pomeriggio, al calare della sera, seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Fissavi un punto all’orizzonte, le mani in tasca.

Mi sono avvicinata, mi sono seduta accanto a te.

“Cosa stai guardando?” ti ho chiesto, “Cosa vedi? Sembri irraggiungibile”.

“Non posso spiegartelo”, mi hai risposto, continuando a fissare lontano, “ma è spaventoso”.

Avrei voluto prenderti la mano e stringerla, ma mi sentivo inopportuna.

Inopportuna come le rondini che urlavano impazzite nel cielo.

E poi successe anche a me.

A giugno, un mese così bello e così straziante.

Dopo giorni di autolesionismo, mi sono ricordata di te.

Sono venuta a cercarti.

Ti ho trovato al solito posto. Eri seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Gli occhi puntati all’orizzonte, a fissare un punto imprecisato.

Di nuovo mi sono seduta accanto a te.

“So cosa vedi”, ti ho sussurrato con le mie ultime forze.

“E’ spaventoso”.

Senza distogliere lo sguardo dal punto in cui il cielo diventa mare e il mare diventa cielo, mi hai preso la mano.

Le rondini vorticavano e urlavano impazzite sopra di noi.

©RitaLopez

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