Compà Rafaiele

Sarci-a-rezza.OK_

Non so perché io ed Enza, allora chiamata da tutti Enzù, e che soltanto pochi anni dopo sarebbe diventata Enza la tossica, avessimo preso così a cuore compà Rafaiele.

Sarà stata la tenerezza che ci ispiravano le sue spalle ricurve, quando era intento a riparare le reti, o i suoi occhi velati di cataratta, che per tutta la vita avevano conosciuto  le molteplici  possibilità del mare, in ogni  stagione dell’anno, in tutte le sue mutevoli forme, in tutti i suoi infiniti colori.
Aveva la pelle rugosa, compà Rafaiele, simile alla corteccia di un ulivo saraceno avvezzo al sole cocente d’estate e al vento di maestrale in inverno.

Viveva da solo. Sua moglie era morta tanti anni prima.

Io ed Enzù neanche ce la ricordavamo.

Per me ed Enza, Enzù, insomma Enza la tossica, tutto iniziò come un gioco.

Compà Rafaiele indossava sempre una maglia blu scuro, completamente consunta su entrambi i gomiti, ed un giorno Enza arrivò con un vecchio maglione preso dall’armadio di suo padre, uno di quelli che non metteva più, ma ancora in buone condizioni.

Lo infilammo in una busta di plastica bianca e lo legammo alle maniglie mezzo arrugginite del portone scrostato della casa di Rafaiele.

Fu così che iniziò il nostro gioco.

Non c’era un giorno che non lasciassimo un regalo dietro la porta del vecchio pescatore.

Un pacco di pasta sottratto dalla dispensa di mamma.

Gli spiccioli rubati dal salvadanaio di nonna.

I taralli freschi che zia Marietta mi regalava quando andavo a trovarla.

Un pezzo di focaccia di Ciccillo il fornaio.

E un giorno io ed Enzù vedemmo compà Rafaiele, intento a riparare le reti, che aveva addosso il maglione del padre di Enza. Ci guardammo, con gli occhi che ci brillavano.

E la nostra ricerca di nuovi regali divenne ancora più frenetica.

Il torrone di mandorle più buono del quartiere, fatto dalla mamma di Enza la tossica.

I guanti di pelle che mio padre cercò inutilmente per due giorni interi in tutti i cassetti dell’armadio: “Ma io qua l’avevo messi! Qua!” sbraitava rivolto a mia madre.

La lente di ingrandimento che la maestra riponeva nel portapenne sulla cattedra, perché neanche con gli occhiali ci vedeva più bene.

Ecco, era solo un gioco. Compà Rafaiele, noi giocavamo.

E se tu fossi ancora vivo, adesso, per mettermi l’anima in pace, te lo  direi che non era uno spirito umanitario a portarti  i nostri doni segreti, ma solo un gioco di bambini.

Però, Compà Rafaiele, a noi quel gioco piaceva assai.

E un’altra cosa: io, quella che ero, e la donna inquieta che sono, ed Enza, chiamata da tutti Enzù, e Enza la tossica trovata morta anni dopo sotto il ponte non lontano da casa tua, con  l’ago della siringa ancora in vena, insomma quelle bambine eravamo noi.

Sì, compà: quelle bambine là siamo noi.

©RitaLopez

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