Corri Gaetà, corri!

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Oltrepassavo i binari ricoperti dall’erba della vecchia ferrovia e venivo a prenderti a casa tua.

Pigiavo forte l’indice sul pulsante del citofono. Il suono era talmente forte che potevo sentirlo sotto il tuo balcone spalancato del primo piano.

Si affacciava tua madre con i suoi occhi da assassina e uno strofinaccio tra le mani.

“Che vuoi?” mi urlava.

“Fate scendere Gaetano per favore?”.

Ti sentivo mentre ti precipitavi dalle scale, saltando i gradini a due, a tre alla volta. Il mio naso schiacciato sul vetro del portone chiuso.

Mi sorridevi mentre toglievi il catenaccio al Ciao rosso, legato al palo del cortile.

“Così tardi?” chiedevi.

“Ho dovuto finire i compiti, prima”.

Mi sistemavo dietro il sellino del Ciao, sul ferro freddo e scomodo, che dopo un po’ ti segava le gambe e abbracciavo la tua vita, quasi all’altezza della mia faccia.

“Corri Gaetà, corri!” ti incitavo, mentre sfrecciavamo come due dannati tra le auto in coda, sorpassandole a destra e a sinistra, in uno slalom che sembrava essere questione di vita o di morte.

L’aria tiepida del pomeriggio gonfiava le nostre magliette colorate.

Presto i palazzi della periferia si diradavano e solo quando gli uliveti secolari diventavano più fitti, si preannunciavano le prime ville.

Svoltavi in una strada sterrata, spegnevi il Ciao e lo accostavi sotto un ulivo dal tronco contorto.

Proseguivamo a piedi fino all’ingresso della Villa grande, nascosta dagli alberi di magnolia, e seguivamo la recinzione, fino a giungere nella parte retrostante. Nascosti dai possenti fichi d’India, potevamo intravedere la grande piscina con l’acqua turchese e i bagliori dorati che esplodevano sulla superficie.

Spiavo i fratelli che abitavano lì, un ragazzo e due sorelle più piccole, che facevano il bagno, ogni pomeriggio, nella loro piscina. Guardavo estasiata i  corpi già abbronzati, e i tuffi  dal trampolino, il prato verde smeraldo su cui correvano a piedi nudi, le siepi curate di bosso fitto, il tavolino di vimini con i bicchieri colmi di menta ghiacciata, il patio ricoperto dalla vite americana, l’acqua turchese in cui si tuffavano e da cui riemergevano…

Io guardavo loro, e tu guardavi me, mentre fumavi la mezza sigaretta rubata a tuo padre, che ti eri portato da casa.

“Noi teniamo il mare vero. E il mare vero è meglio”.

Mi giravo e ti fissavo, infastidita, senza crederti.

“Andiamo mò?” mi chiedevi impaziente.

A malincuore mi staccavo dalla terra rossa su cui mi ero accovacciata.

Rimontavamo sul Ciao rosso.
“Madonna mia è tardi! Mò chi lo sente mio padre”, realizzavo guardando l’orologio.

“Corri Gaetà, corri!”.

Sfrecciavamo verso il cuore della città, come due dannati.

L’odore del porto, sempre più intenso, sempre più prepotente, nelle mie narici.

© RitaLopez

 

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