L’ora del capitone

capitone

Ci accalchiamo attorno al vecchio tavolo di legno, graffiato dal tempo, io e gli altri bambini.

Nonna afferra il capitone per la testa.

Incredibilmente è ancora vivo, completamente stordito dalle lunghe ore passate nel contenitore di terracotta, al buio e quasi senza ossigeno, ma vivo.

Il  corpo lungo e nero antracite sul dorso, quasi bianco nella parte inferiore, lucido e viscido.

Nonna prende un foglio della Gazzetta del Mezzogiorno, lo stropiccia ben bene e si aiuta con quello, per evitare che l’animale le sgusci dalle mani.

Lo tiene fermo sul tagliere con la sinistra, con la destra impugna un lungo coltello e inizia a tagliargli la testa.

La lama del coltello va avanti e indietro, posizionata proprio sotto le fessure branchiali, avanti e indietro, avanti e indietro, i piccoli occhi dell’animale puntati su di me, i miei occhi fissi su di lui, avanti e indietro, sempre più a fondo, il resto del corpo mucoso che si dimena, la muscolatura incredibilmente potente, la coda che sbatte in alto e in basso, producendo un tonfo sordo sul tavolo, la lama che penetra più a fondo, avanti e indietro, avanti e indietro, la Gazzetta intrisa di sangue, la bocca che ancora si apre, posso vedere i denti conici e tutti uguali, e mi manca il respiro, eppure non riesco a staccare gli occhi dalla scena, la mandibola che si allarga, avanti e indietro, e la testa che alla fine si stacca, e la osservo, e qualcosa dentro ancora si muove e palpita.

“Moc, ci iè tèst!” (accidenti quanto è duro!) dice nonna. Si tira su gli occhiali scivolati sulla punta del naso con il dorso della mano sinistra, ed è un attimo.

Il corpo senza testa del capitone guizza di vita propria e balza dal vecchio tavolo di legno.

Tutti noi bambini saliamo rapidi sulle sedie e urliamo e ridiamo con gli occhi spalancati.

“Auanddàtue, Auanddàtue!” (acchiappatelo, acchiappatelo!) urla nonna.

Ma siamo paralizzati dal terrore e dall’eccitazione.

L’animale decapitato striscia sotto il tavolo, gira attorno alle gambe delle sedie, scappa senza meta, ora a destra ora a sinistra, senza sapere dove va, perché non ha più la testa, non ha più gli occhi per vedere, e alla fine si intrufola proprio tra i piedi di nonna.

Lei si china e lo agguanta con le pagine della Gazzetta del Mezzogiorno.

“Disgraziato!” dice.

Lo ripone sul tagliere e riprende il coltello.

Scendiamo uno a uno dalle sedie e ci avviciniamo nuovamente attorno al tavolo.

Guardo la testa staccata del capitone. Non si muove più. Ma i suoi occhi ancora mi guardano.

Le mani di nonna sono piene di sangue e di vita e di violenza e di carezze.

© RitaLopez

 

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