Di Sara e delle sue varie morti

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La prima volta che si sentì morire era solo una bambina,

calzettoni di cotone  fin sotto le ginocchia sbucciate e occhi di fuoco ardente.

Le mani grinzose ed indiscrete di un uomo, che poteva essere suo nonno,

su per le cosce muscolose e abbronzate dal primo sole caldo di aprile.

Quella fu una morte inconsapevole e istantanea.

E morì di nuovo, anni dopo,

quando due coetanei, che potevano esserle fratelli,

la presero nel vicolo disabitato là sotto la vecchia ferrovia,

tra l’immondizia ammassata che puzzava di rancido, lungo i bordi dei marciapiedi,

mentre un mare di finestre, lassù in alto, la osservavano nel buio della notte,  con gli occhi chiusi e le orecchie tappate.

Quella fu una morte vergognosa e urlata.

Ma morì anche quella volta che l’uomo dal cui seme era stata generata, suo padre,

l’abbandonò per sempre,

subito dopo un litigio di parole sbraitate uno sulla faccia dell’altro,

senza neanche il tempo di chiedere scusa,

senza neanche il tempo di fare pace.

Quella, signori,  fu una morte devastante.

E morì ancora molto tempo dopo,

quando l’uomo di cui era  innamorata, il suo sposo,

le mise addosso le mani, con rabbia, con violenza,

lasciandole i segni sul collo per un paio di settimane,

e quelli sull’anima per sempre.

Fu una morte a sorpresa. Una morte incredibile.

E di tante altre morti mi raccontò Sara,

quell’ultima volta che andai a trovarla,

seduta nel buio della sua cucina

davanti a una bottiglia di pessimo whiskey.

Eppure ogni volta era rinata, risorta con rabbia dalle pastoie di dolori bastardi.

Era temprata come l’acciaio Sara. Dura come roccia.

Una miracolosa araba fenice dalle possenti ali, vibranti di orgogliosa e indomabile forza.

Morì definitivamente di cirrosi epatica, così mi dissero.

Ma non ci ho mai creduto.

Sara non poteva morire.

Il suo fuoco ardente, lo stesso che le faceva brillare gli occhi da bambina,  l’avrà trasformata in brezza marina,

o in un gospel armonioso,

o in questa farfalla dalle ali nere che sta svolazzando adesso, davanti alla mia finestra.

©RitaLopez

 

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