Piazza Navona e Cenerentola

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Mi piaceva entrare a piazza Navona dall’angolo di via Agonale, perché così l’avrei vista di botto tutta intera e mi avrebbe investito con la sua bellezza da togliere il fiato. Ogni sera.

Sfioravo con lo sguardo i corpi nudi e possenti dei quattro fiumi e glorificavo la mia fortuna di trovarmi, in quel preciso momento della mia vita, in questa mastodontica città eterna. Io che ero nata e cresciuta in un quartiere vischioso e denso del sud, catapultata nel cuore della bellezza infinita.

Il Danubio mi piaceva più di tutti. Avrei voluto arrampicarmi sulle sue cosce possenti, accucciarmi tra le sue braccia e adagiare la testa sulla sua spalla muscolosa, per ammirare con lui la facciata del Borromini, che splendeva di bianco nel buio della sera.

Proseguivo fino alla fontana del Moro, all’altra estremità della piazza.

Era lì che si radunavano i miei amici.

C’era Fabrizio, magro e allampanato, che suonava la chitarra e Manola l’argentina, con la sua voce soave e straordinaria che riscaldava la piazza, anche nel freddo di quelle sere d’inverno.

Piazza Navona di 30 anni fa non aveva nulla a che vedere con la bolgia di turisti e bancarelle che affollano come in un finto carosello la piazza di oggi.

Soprattutto nelle sere d’inverno era un posto incantato.

Riuscivi a sentire persino il rumore dei tuoi passi sul selciato e il gorgoglio dell’acqua delle fontane.

C’erano gruppi di ragazzi che chiacchieravano o suonavano la chitarra e veri pittori che dipingevano veri quadri con veri colori.

Mi sentivo Cenerentola vestita da principessa, ma come Cenerentola, prima di mezzanotte, dovevo correre a prendere l’ultimo autobus.

Mi dirigevo a passo veloce verso piazza S. Agostino e poi sempre più in fretta per i vicoli scuri e ormai deserti, fino a correre più forte che potevo in direzione di piazza Augusto Imperatore col terrore di perdere l’autobus ed essere lasciata sola, nel buio più totale, lì accanto al solitario e spettrale Mausoleo di Augusto.

Montavo sull’autobus con l’affanno e non riuscivo neanche a parlare, ma il conducente mi diceva: “A nì!! Che ce fai in giro da sola a st’ora? Siedite qua vicino, famme compagnia, famo dù chiacchiere!”

Roma era anche questo.

Io che raccontavo col fiatone, al conducente, della mia infanzia, e di mio padre, e dei miei studi, all’interno di un autobus arancione che correva a tutta velocità sul lungotevere, mentre il freddo della notte bagnava di brina i vetri della mia improbabile carrozza.

E come nella favola, il conducente fermava i suoi quattro cavalli bianchi proprio davanti alla mia abitazione. Non alla fermata dell’autobus, ma esattamente davanti al posto dove abitavo.

Proprio davanti.

Venivo depositata con cura, all’ingresso, adagiata amorevolmente come una principessa.

Roma era anche questo.

“Grazie…Lei è troppo gentile”, dicevo al conducente prima di scendere, il mio respiro ormai normalizzato.

“Ciao nì”.  E ripartiva.

©RitaLopez

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