Marco Curzio

A volte gli dei provocano gli uomini, per sfidarli, per stuzzicarli, o semplicemente perché si annoiano a morte.

E forse si annoiavano a morte anche quel giorno del 362 a.C. quando, nel bel mezzo del foro romano, si aprì una voragine senza fondo. Una voragine nera e spaventosa.

I cittadini, costernati, guardavano la profonda ferita che deturpava la loro piazza più bella e che sembrava allargarsi, ora dopo ora, sotto i loro occhi.

Guardavano e si sentivano impotenti.

A volte gli dei si divertono a spiare le reazioni degli uomini. Forse fanno scommesse sul probabile svolgimento degli eventi, sbattendose altamente delle paure, delle angosce, del dolore che possono provocare.

Venne chiesto il parere dei sacerdoti e i sacerdoti interpretarono il mostruoso baratro come un segno di sventura, una maledizione che avrebbe inghiottito tutto il foro, per poi espandersi alla Subura e all’Argileto, al Campo Marzio e all’isola Tiberina, fino a fagocitare tutta quanta Roma, a meno che…

A meno che i Romani non avessero gettato nell’orrida voragine quanto di più prezioso possedessero.

A volte gli dei dimenticano che tra la massa di uomini e donne senza personalità, senza fegato, senza passioni,  può celarsi una scintilla eroica, una scheggia impazzita, la piccola boccia rossa che fa cambiare traiettoria al resto delle palle da bigliardo, mettendo in discussione tutto quello che si riteneva certo e inevitabile.

Marco Curzio sapeva benissimo quale è il bene più prezioso, il bene supremo.

E’ il coraggio.

La folla assiepata lo vide correre al galoppo sul suo cavallo nero, vestito della sua armatura dorata, il tondo scudo al braccio sinistro e la lancia ben salda nella mano destra.

Neanche un attimo di esitazione sul volto.

Neanche un attimo di paura.

Marco Curzio si lanciò nella voragine.

A volte gli dei diventano piccoli e miseri di fronte alla grandezza di certi uomini e di certe donne.

A volte gli dei devono ritirarsi ad occhi bassi, con la coda tra le gambe. E quel giorno del 362 a.C. fu così.

La voragine si richiuse all’istante.

Quel posto è ancora lì, nel foro romano.

Si chiama Lacus Curtius.

© RitaLopez

 

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