La massa

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Una montagna di farina sul tavoliere di legno, un piccolo cratere fatto con la mano, proprio nel centro della montagna, che assumeva ora l’aspetto di un vulcano e poi il lievito di birra sbriciolato all’interno del cratere, insieme ad un fiotto di acqua bollente.

Il vulcano in eruzione.

Ti guardavo mentre con le tue braccia forti, dopo esserti tirata su le maniche, iniziavi ad impastare.

Non parlavi mai quando impastavi.

Eri troppo concentrata nella tua battaglia con la pasta anzi “la massa”, come si dice da noi, che ancora priva di forma e compattezza, cercava di sfuggirti dalle mani, per correre verso i bordi del tavoliere, mentre tu la riacchiappavi e la riportavi al centro.

La piegavi e la ripiegavi e di tanto in tanto ti inumidivi le dita nell’acqua calda e sembravi, per un attimo, quasi accarezzarla, per poi usare invece la forza e la veemenza dei pugni chiusi.

La farina ti sporcava i vestiti neri di lutto ed anche le lenti degli occhiali.

“Ialz sti mmaniche” (tirami su le maniche), era tutto quello che mi dicevi, a volte.

Ti fermavi con le mani sporche sospese in aria, mentre io ti sistemavo le maniche per bene.

E poi riprendevi.

Niente avrebbe potuto fermarti. Niente.

Né la tragedia che si era abbattuta su di noi, né il dolore cieco e bastardo.

Né la povertà in cui sguazzavamo, né la notizia che ci avevano appena sfrattato di casa.

In quel tuo ripetere e riproporre quel rituale antico, quando meno ce lo aspettavamo, proprio nel momento in cui  l’aria sembrava esplodere e farci impazzire, in quel tuo essere completamente e testardamente immersa nel prendere a pugni una  massa bianca e informe, c’era tutta la determinazione del mondo.

C’era il coraggio testardo di chi si rialza sempre. Comunque.

C’era la priorità da dare ai bambini, alla gioia che ci sprizzava negli occhi quando dicevi : “A ma fa dù frittelle?” (Le facciamo le frittelle?).

Quando la massa era finalmente domata, trasformata in una meravigliosa palla liscia e levigata, la riponevi in uno strofinaccio pulito e poi la posavi in un recipiente sul comò di legno, nella tua camera da letto.

Al buio. Bene avvolta in una coperta di lana.

L’odore della massa che cresceva, riempiva la casa.

Inebriava le mie narici e fotteva sempre la tristezza in agguato.

Annusavo forte e mi sentivo fortunata.

Nonostante tutto.

© RitaLopez

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