E non ti ho più pensato, Pà.

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Questo è uno di quei giorni, Pà, in cui devo stare da solo.

Devo lasciare che i  pensieri  che si affollano nella mia testa trabocchino liberamente, senza che io possa trattenerli.

Devo lasciarvi andare, te e i miei pensieri,  prima che impazzisca.

Posso solo guardare questo flusso impetuoso, simile a quello di un fiume in piena e  farmi travolgere dalla sua corrente.

Siamo io e te, nella vecchia cucina.Tu chino a battere  i chiodi col martello. Io seduto sul tavolo, mentre addento una pera matura e  dondolo le gambe dinoccolate.

Ti guardo le spalle e penso ai tuoi polmoni malati.

So con certezza che un giorno me ne andrò da questa topaia. Via da questo posto dimenticato da Dio, via da questi vicoli impregnati dell’odore malsano  di verdure rancide e di piscio di gatto, via da questa cucina che puzza di cavolo bollito e ribollito.

Ti guardo sull’uscio di casa mentre mi saluti col braccio alzato. Le tue mani, Pà.

Le tue mani hanno il dorso coperto di piccole venuzze azzurrine.

Perché, prima di andare,  non  le ho ricoperte di baci?

Perché non ho annusato le tue dita gialle di tabacco?

Appena voltato l’angolo, ho buttato i miei libri nel primo cassonetto dell’immondizia.

E non ti ho più pensato, Pà. Per lunghi anni, ti confesso, non mi sei mancato.

Ero troppo affamato di vita, e di storie, e di viaggi in autostop, e di ragazze facili.

E di sbronze notturne  sul vecchio molo, mentre qualcuno degli amici leggeva  i passi vertiginosi di Bukowski.

E i furti deplorevoli in un vecchio alimentari del centro, quando non avevo soldi ma la fame mi si attorcigliava tenacemente tra le budella.

E i  lavori saltuari e malpagati, lì nel  quartiere malfamato in cui abitavo.

Affamato di studi folli e disperati,  rubati nel cuore della notte, alla luce di una torcia elettrica sotto le coperte.

Affamato dei  baci di donne che mai mi avrebbero amato e degli abbracci della madre che  mai ho conosciuto.

Mille volte sono caduto, mille volte  sono stato  ferito.

Processato come un delinquente. Imprigionato come un cane.

Ma ogni volta, Pà, mi sono rialzato.

Solo quando la mia fame si è placata ho ripensato a te, chino a lavorare con la pialla vicino al camino della vecchia  cucina.

Se chiudo gli occhi, sento ancora adesso  la nostalgia che mi prende alla gola, l’ansia di rivederti prima che sia troppo tardi, la smania di raggiungere il nostro vecchio vicolo puzzolente di verdure rancide e piscio di gatto.

Faccio gli ultimi metri di strada di  corsa e spalanco la porta accostata della nostra topaia.

Ho un tuffo al cuore quando ti vedo, seduto vicino la finestra, mentre mi volti le spalle, il bastone tra le mani.

Non mi hai sentito. Il tuo udito è peggiorato.

Sei semplicemente assorto a guardare attraverso i vetri. Forse è proprio me che aspettavi.

Pà, credimi, se non me ne fossi andato, se non avessi toccato il fondo del fondo, non ti avrei mai amato così come ti amo ora.

Se questa vita non mi avesse bruciato come un ciocco di legno, se non avessi combattuto su  campi di battaglia così impervi, se non avessi ricevuto così tanti calci in faccia, e non mi fossi trasformato nel  peggiore dei reietti  per poi rinascere come uomo nuovo, non ti avrei mai amato così tanto come ti amo adesso.

Penso che il cuore sia sul punto di  esplodermi nel petto. Mi avvicino piano, per non spaventarti.

Ti volti e mi sorridi. Allora mi inginocchio e prendo  le tue mani ricoperte di piccole venuzze azzurrine e le sommergo  di baci.

Dura pochi attimi. All’improvviso mi rendo conto che sto solo sognando, che sei solo il  frutto della mia immaginazione.

La sedia impagliata è là, vicino la finestra, ma è vuota.

Sulla mensola accanto al camino c’è un piccolo burattino di legno.

Mi avvicino, lo prendo con me ed esco.

La porta cigola alle mie spalle.

©RitaLopez

 

 

 

 

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