Ciccillo u’ furnar

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Mi piaceva andare a prendere il pane al forno di Ciccillo.

Il contrasto tra il freddo pungente che mi pizzicava le guance e il tepore da braccia materne che mi accoglieva quando entravo, era quanto di più appagante avessi potuto immaginare.

Ciccillo lavorava in canottiera, anche in inverno.

Canottiera bianca, pantaloni ascellari tenuti su dalle bretelle e coppola nera in testa.

Si muoveva con la sua grossa pancia all’interno del forno, strisciando i piedi sul pavimento antico di pietra bianca di Puglia, e preparava il pane, le focacce, le pizze, i dolci.

Attizzava il fuoco come un vecchio stregone della foresta, come un domatore buono di serpenti, e mentre aspettavo la mia pagnotta di semola gialla da un chilo, mi porgeva una pastarella di farina di mandorle.

Ciccillo non era un fornaio qualunque.

Ciccillo faceva un pane che “parlava”.

Uscivo per strada stringendomi al petto la pagnotta calda appena sfornata.

L’odore di pane fresco sotto il naso…

Non potevo resistere: ne staccavo un pezzo e lo mangiavo.

Io non so come spiegarlo, ma il suo pane era allegro, sapeva di “buono”, di festa, di abbracci, di baci. Sapeva di vita semplice, di calore e di miracoli.

E poi successe l’irreparabile, la tragedia senza ritorno.

Il mostro colpì anche Ciccillo. E la sua casa. E il suo forno. E persino il suo pane.

Morì uno dei suoi figli. Ucciso sulla provinciale mentre tornava a casa in motocicletta, investito da un camion.

Io non so come spiegarlo, ma  il suo pane, in quel periodo, cambiò sapore.

Adesso che rifacevo la strada per tornare a casa e masticavo il solito pezzo di pagnotta, io potevo sentire nella bocca lo strazio di Ciccillo, il vuoto del cuore, il baratro senza fondo.

Il suo dolore risaliva su fino ai miei occhi, mentre addentavo la crosta scura.

Ed io davvero non so come spiegarlo, ma certo non poteva essere frutto della mia immaginazione.

Il suo pane “parlava” davvero, perché a me sembrava che facesse lo stesso effetto anche agli altri della mia famiglia.

Avremmo riconosciuto il pane di Ciccillo tra mille, ad occhi chiusi, semplicemente masticandolo.

©RitaLopez

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