Colazione da Tiffany

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Siamo passati da Pietralata stamattina presto, per andare in centro.
Io e lui.
E vediamo questo bar che si chiama “Colazione da Tiffany”, proprio nel cuore di Pietralata.
Ci siamo guardati in faccia, io e lui, ed è stato più forte di noi.
Siamo entrati. All’interno di “Colazione da Tiffany” lo stereo in sottofondo mandava il famosissimo stornello “…daje de tacco, daje de punta…quanto è bbona la sora Assunta…”.
Un ragazzo in giacca di pelle era assorto a giocare con un video game. Concentratissimo.
E poi c’erano tre uomini, sulla sessantina, che facevano colazione, lì da “Colazione da Tiffany” e imprecavano contro il loro datore di lavoro che ancora non aveva pagato il salario di ottobre “….li mortacci sua!!!!….”.
E così io le lui ci avviciniamo al bancone e arriva il proprietario, un omone alto quasi due metri, con due baffi lunghi fino al mento, un cerchio d’oro al lobo dell’orecchio sinistro, e una marea di capelli ricci in testa che mi ricorda un sacco uno dei miei zii da giovane, negli anni 70, al tempo in cui faceva l’emigrante in Germania.
Lo guardo affascinata e guardo il poster dietro di lui, quello di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”. Appunto. E penso che mai nome di un bar, di questo bar in particolare, è stato meno appropriato.
Il proprietario guarda me e guarda lui. “Che ve pijate? Diteme!”.
E lui guarda il proprietario, e il proprietario guarda lui, come due che sanno il fatto loro, due uomini di strada e di fatica, due maschi avvezzi a usare muscoli e fiato. Ed io li guardo entrambi.
E a un certo punto lui rompe questo momento che galleggia sospeso e fa al proprietario: “Che sei tu Tiffany?”.
Ditemi che non è vero. Ditemi che non è vero.
Il proprietario, quell’omone, quel cristone del proprietario di “Colazione da Tiffany” dopo due secondi di ghiaccio in cui io avrei voluto sprofondare sotto il pavimento, allarga la sua bocca enorme da Mangiafuoco in un sorriso bello come il sole e fa: “A te e alla donna tua a colazione ve la offro io oggi!!”.
Ridiamo.
Ridono anche i tre operai.
Ride anche il ragazzo, che ha smesso di giocare al video game.

© RitaLopez

 

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