Narciso

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Mi accorsi di lui alla fine d’inverno, in un giorno di tiepido sole.

Ero nei boschi e mi ero perso.

Ho visto il suo volto riflesso nell’acqua della fonte e l’ho amato dal primo istante.

Ho amato con tutto me stesso i suoi occhi di brace e la sua pelle d’avorio.

Ho amato più di me stesso le sue labbra di fuoco e le sue guance levigate.

Ma ogni volta che allungavo la mano sulla superficie dell’acqua, per accarezzarlo, lui svaniva nel tremolio delle onde leggere, per poi ricomparire quando l’acqua tornava a fermarsi.

E più il mio amore si faceva struggente, più dimenticavo il lento passare dei giorni, e con essi la fame e  il sonno e la sete.

Ho capito chi fosse soltanto quando la Morte è venuta a prendermi.

Ho capito chi fosse quando anche lui ha iniziato a reclinare il capo, sfinito, come me.

Smorto in viso, come me.

Rassegnato ad abbandonarsi per sempre. Come me.

Ero io, nient’altro che il riflesso di me stesso. Di Narciso.

Ero stato folle d’amore e di passione per me, soltanto per me.

Quando ho oltrepassato il fiume Stige  insieme alla Morte, per raggiungere l’Ade, ho rivisto per un istante il suo riflesso che mi guardava dalle acque nere.

Il riflesso di chi avevo amato, il riflesso di me stesso.

Solo allora mi ha parlato e mi ha detto spezzandomi il cuore:

“L’amore che dà vita, e altro amore, e altra vita, è solo quello che viene condiviso”.

E poi è svanito per sempre.

© RitaLopez

 

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