Il dolore, la rabbia e quattro polpette dure come sassi

mani-donna-anziana

 

Andavo a trovarla nei pomeriggi troppo afosi e assolati

rinunciando ad annaspare senza pensieri con i miei amici, là sul vecchio molo.

I suoi capelli di un candore senza fine,

la sua faccia solcata da una ragnatela di rughe profonde

come la terra riarsa delle nostre campagne.

Le sue mani ossute solcate da onde di vene azzurro cielo.

Un’adolescente scapestrata e una vecchia donna incurvata da tutta quella vita che le era passata davanti.

Colpite dallo stesso dolore, accomunate da un unico strazio.

L’intero pomeriggio a sussurrarci parole inutili

in cui cercare disperatamente conforto e che invece

non facevano altro che tormentarci.

E poi verso sera

lei che mi chiedeva “Tìn fàm? Uè mangià dò, cu mè?” (Hai fame? Vuoi mangiare qui con me?)

E siccome non era mai stata una grande cuoca

a malapena accennavo un sì con la testa.

Tirava fuori dal frigo quattro polpette del giorno prima, dure come sassi.

Io e lei sedute in cucina, al tavolo di formica celestino, del più orribile stile anni 50

ad inforcare controvoglia quattro polpette poco invitanti.

Se penso al dolore e alla rabbia

al momento in cui ci si alza all’improvviso, con grinta, virando di botto prima di venire travolti da un’onda gigante,

penso a noi due, sedute al tavolo di formica celestino, ad azzannare polpette dure come sassi.

“Còm sòng?” (Come sono?)

“Buone”, rispondevo.

©RitaLopez

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