Atropo, colei che recide con lucide cesoie

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Ero stufa di stare lì seduta ad ammuffire in quella caverna umida e gremita di pipistrelli.

Appollaiata su un grosso masso, coperto di muschio, ad aspettare che le mie sorelle Cloto e Lachesi finissero il loro sporco lavoro.

Cloto filava il filo della vita degli esseri umani e Lachesi  lo avvolgeva  sul fuso.

Un filo lungo per una vita lunga, corto per una breve come un battito di ciglia.

Quando loro avevano finito di filare, io dovevo recidere il filo con le mie lucide cesoie.

Tante volte in quella caverna malsana, tra le stalattiti gocciolanti, le avevo esortate a fuggire.

Mai mi hanno ascoltato.

Tante volte nella noia mortale delle nostre ore senza sorrisi, le avevo parlato di libertà e distese infinite di prati verdi.

Mai mi hanno ascoltato.

E così, un giorno, mentre loro erano concentrate a filare, sono scivolata piano nell’oscurità della caverna, in silenzio,fino in fondo all’anfratto luminoso dell’uscita, fuori dal mio destino infame.

C’era una bici poggiata al tronco di una grande quercia.

Sembrava messa apposta lì per me.

Sono montata su. Ho lanciato le mie cesoie in mezzo all’erica alta. E via.

Chissà di chi era il prossimo filo che avrei dovuto recidere.

(©RitaLopez )

 

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