Tommaso

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Tommaso era il tipo meno raccomandabile, meno affidabile, meno credibile dell’intero creato.

Veniva da un paese della Campania ed era dovuto scappare per non so quale problema con la malavita locale.

Uno dei nostri amici, suo paesano, lo ospitò per un po’ di mesi.

Tutti sapevano che Tommaso rubava.

Rubava i portafogli nella metropolitana e gli stereo dalle auto nei parcheggi.

Rubava gli orologi, i motorini e le biciclette, i copertoni, i dischi, le cassette dei registratori e pure i registratori.

Noi, noi non avevamo nulla da farci rubare.

A turno gli facevamo il lavaggio del cervello sul fatto che non si ruba, che le cose te le devi guadagnare, e poi la storia che il lavoro nobilita l’uomo e come è bello ottenere una cosa con il sudore della fronte…… eccetera eccetera eccetera. Cose così.

Ma Tommaso era irrecuperabile. Un caso disperato.

Era sempre in mezzo ai casini e da quando si era messo a vendere il fumo, c’era un pellegrinaggio di gente, un andirivieni perpetuo di ragazzi, un via vai di brutti ceffi e tipi loschi.

Una umanità di un certo impatto sociale insomma.

Non vedevamo l’ora che andasse via.

La mattina ognuno di noi usciva, chi per andare in facoltà, chi per andare in biblioteca, chi per andare a guadagnarsi due lire come manovale.

Tommaso, tu che fai? Gli chiedevamo sempre con un po’  di angoscia all’idea che rimanesse da solo con le nostre quattro misere cose.

“Eh!! Aggia ascì pur io mò!!”

Ah si? E dove vai di bello??

“Eh!! Aggia ì a fatigà!!!”.

Si va bè, a lavorare!!!pensavamo tutti all’unisono.

Il giorno che diedi il mio ultimo esame, Tommaso per regalo mi porse un ciondolo d’argento.

“Se lo hai rubato, Tommaso, sappi che non lo voglio”.

“Chistu cà è u miu!!”.

Gli guardai il collo. Aveva ragione. Il ciondolo che portava al collo,  attaccato  al laccio di cuoio, non c’era più.

Lo presi.

“Grazie” gli dissi.

“Prego. E nun to fà fregà da niusciun”.

©RitaLopez

 

(foto di Ivana Marinosci)

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