Laura e Saverio

Lu pajara

Solo lei e le sue sorelle sapevano del partigiano ferito, nascosto nel pagliaio sotto gli alberi di melo.
Si chiamava Saverio. Era di Bari. Una città lontana. Un posto col mare, dove la gente amava attardarsi, durante le sere d’estate, al porto vecchio, illuminato a festa, a mangiare cozze crude irrorate di abbondante limone e a bere birra ghiacciata.

Saverio diceva che le donne della sua città amavano ridere e quando ridevano diventavano ancora più belle. 

Laura gli portava da mangiare.
Pane, formaggio, vino, roba così. Roba buona di quelle montagne d’Abruzzo.
Doveva andare al pagliaio due volte al giorno,  e poi tornare di filato a casa.
 Così le aveva ordinato sua sorella maggiore.

E invece Laura  si fermava sempre a parlare con lui, un pochino, solo un pochino, e gli chiedeva della sua città di mare e delle donne che amavano ridere, là al porto vecchio nelle sere d’estate.
E Saverio le regalava sempre qualche storia e poi qualche bacio e poi qualche abbraccio, fino a che per Laura stare sdraiata lì nel pagliaio, sotto gli alberi di melo, insieme al suo partigiano ferito, era ciò che di più bello si potesse mai immaginare.
“Vorrei che tu non guarissi mai”, gli disse in un giorno di temporale mentre erano abbracciati nel fieno e la terra odorava di pioggia.
Mesi dopo, quando la guerra era ormai finita e il giovane partigiano era da tempo tornato a casa, nella sua bella città di mare, un giorno che lei piantava insalata e scarola, lo vide spuntare in fondo al frutteto, quello oltre il pagliaio sotto i meli.
Mio zio Saverio, fratello più grande di mio padre, era venuto a prenderla.

© RitaLopez

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