Gli spilli e i santi

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Ecco, mi trovo nella camera da letto di mamma, perché lì c’è lo specchio grande e sto provando il vestito che sta cucendo per me.
Mamma va davanti alle vetrine costose del centro, si innamora di  un bel vestito, pensa che potrebbe andar bene per me o per mia sorella.  Lo disegna in fretta su un piccolo taccuino, con rapidi schizzi, senza che i passanti se ne accorgano. Poi compra la stoffa al mercato e  il vestito se lo fa da sè, perché lì al negozio costano troppo.
Per me è una tortura. Quando dice: “Dobbiamo misurare!!” io preferirei andare a zappare un campo intero di patate.
E quindi sono là, in camera da letto, davanti allo specchio grande.
Ho questo abbozzo di vestito addosso. E’ marrone e giallo.
Posso sentire la consistenza della stoffa.
Posso sentire l’odore del minestrone che ribolle in cucina.
“Girati”, fa mamma. “Chiàn chiàn! (Piano piano!)”.
Mi giro più lentamente che posso. E sbuffo. E sento gli spilli che mi pungono sotto le ascelle e penso ai santi che nelle nostre chiese stanno lì, impassibili, con le lance piantate nei fianchi e nei costati sanguinanti. Immobili. Le corone di spine in testa. Immobili. Gli occhi in un  piattino. Immobili.
E mi chiedo come facciano a sopportare un supplizio del genere, mentre io impazzisco per quegli spilli che mi pizzicano sotto le ascelle.No, penso, non farò mai la santa in vita mia.
“Cchiù chiàn! (più piano!)”, mi rimprovera mamma.
Sento i ragazzi che giocano e urlano per la via e io sono lì, costretta con questo vestito che punge addosso, e non vedo l’ora di uscire per strada anch’io.
“Ah!!! Madonna mè!! Sim frnut!!! Vattìn và!!” (Ah madonna mia!!! Abbiamo finito!!! Vattene và!!).
Sono libera! Mi sfilo il vestito più in fretta che posso.
Gli spilli mi pungono ancora e mi graffiano le braccia.
Faccio le scale tre gradini alla volta. Mi fiondo per strada. A recuperare il gioco perduto, il tempo perduto, la vita perduta.

©RitaLopez

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