Marcella

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    Questa è per te Marcella.

    Per i tuoi tre figli,  sfornati uno dietro l’altro con quella sottospecie di uomo che avevi al fianco.

    E’  per tutte le mattine che uscivi di casa  per andare a pulire i cessi del riformatorio, di corsa, per non perdere l’autobus.

    Il 4 barrato. Corri Marcella, corri che è fermo al semaforo rosso!

    E’ per te che tornavi di pomeriggio, la giacca di lana marrone con la cerniera tirata su fino al collo,  e una busta di plastica bianca appesa al braccio.

    Io ti guardavo dalla mia finestra.

    Ti vedevo nella tua cucina illuminata dalla orribile luce bianca del neon.

    Tuo marito,  in canottiera,  seduto di le spalle.

    Era già pronto perché gli venisse servita la cena, stanco dell’essere stato  stravaccato tutto il giorno sul divano a guardare la televisione.

    Sentivo le urla, e le bestemmie, e i tuoi figli che gridavano anche loro.

    Sentivo sbattere pentole e posate sul tavolo. E ancora urla, ancora bestemmie.

    Ti spiavo da dietro le imposte, nel buio delle serate tiepide di primavera, quando anche le rondini avevano smesso di vorticare in cielo.

    E ti ho visto anche, certe notti, seduta nella tua cucina con la orribile  luce bianca del neon, quando tutti dormivano, e tu bevevi dalla bottiglia. E bevevi.  Ed eri assorta. E di nuovo bevevi.

    Io andavo a dormire Marcella, e la luce bianca del neon, orribile,  nella tua cucina, era ancora accesa.

    © RitaLopez

    (5 aprile 2014)

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