Il torso del Belvedere

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Non so dire quanto venisse dal suo braccio, dalla sua capacità di usare lo scalpello con precisione, con maestria, con arte, e quanto venisse invece dal dio impetuoso che era dentro di sé.
Non lo sapeva neanche lui.
Quello che sapeva era che di fronte a un blocco di marmo le sue mani andavano da sole, mentre il dio dentro di sé, beffardo, lo scuoteva, lo agitava, fino a che non aveva finito.
E anche questa volta accadde.
C’era questo enorme blocco bianco.
Iniziò a colpirlo con lo scalpello. Piano dapprima, ma poi con sempre più sicurezza. Con sempre più veemenza.
Il dio dentro di sé fremeva mentre lui con la fronte febbricitante, tra la smania e l’orgasmo mistico, la sofferenza e la goduria più intensa e dolorosa, come un pazzo, completava la sua opera.
Quando smise si sentì distrutto.
Volse le spalle al gigante meraviglioso che aveva liberato dal marmo e s’incamminò barcollando per andare finalmente ad ubriacarsi, ma nel suo folle delirio vide apparire il genio che, secoli dopo, avrebbe ritrovato la sua statua. Il genio che avrebbe avuto, dentro di sé, quel suo stesso dio furioso.
E allora tornò sui suoi passi.
Con lo scalpello incise queste parole:
“Apollonio, figlio di Nestore, l’Ateniese, fece”.
“E adesso” implorò, “theòs moù, dio mio, lasciami libero. Lasciami in pace”.
Più di 1500 anni dopo, in Italia, il più grande scultore di tutti i tempi vide la statua di Apollonio.
Lesse l’epigrafe.
Ed ebbe un fremito. Lui era Michelangelo.
Il dio furioso che era dentro di sé, sorrise beffardo.

(Nella foto: il torso del Belvedere, di Apollonio, V sec. a.C., Roma, Musei Vaticani).

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