“Zio Pasquale”

Sigarette-di-contrabbando-2

Pasquale vendeva le sigarette di contrabbando all’angolo tra via Crisanzio e via Trevisani, nel mio quartiere Libertà.

Sistemava una cassetta della frutta, quelle di legno, in senso verticale e ci metteva sopra in bella mostra un pacchetto di Camel, uno di Marlboro e uno di MS. Non di più.

Quando ne vendeva uno, lo rimpiazzava con un altro che andava a prendere da dentro un portone della casa lì vicino.

Pasquale non si può dire che avesse un aspetto rassicurante.

Era un omone sui 50 anni, capelli grigi e lunghi fino al collo e baffi alla Stalin.

Maglietta bianca che all’altezza della pancia gonfia di birra, sembrava sul punto di esplodere da un momento all’altro, per quanto era tesa.

Una collana d’oro massiccio con relativo crocifisso appesa al collo.

Il suo pacchetto di sigarette messo nella manica corta della maglietta.  La birra in mano.

Questo era Pasquale.

Io passavo continuamente da quell’angolo e un pomeriggio, quando il sole ancora non era  calato dietro il fantasma della vecchia Manifattura dei Tabacchi, poco prima di arrivare all’angolo di via Crisanzio e via Trevisani, Massimino, un mio coetano, col suo motorino smarmittato sale sul marciapiede e mi blocca la strada.

“Damm nu vas” (trad. “dammi un bacio”).

“Ma levati!!!” gli dico io.

“Damm nu vas o nun t fazzc passà” (trad. “dammi un bacio o non ti faccio passare).

“Sparisci!!” insisto.

Mi afferra un braccio, ma io non faccio in tempo a replicare perché su Massimino arriva la peggiore, mastodontica, rumorosa “calata” dietro la nuca che io avessi mai visto.

Il “Marlon Brando” nostrano  si girò di scatto ed io potei vedere l’impronta rossa della mano lasciata proprio tra capo e collo.

Pasquale col suo indice puntato sulla faccia di Massimino lo minacciò: “Chess je la figghia d soreme e tu non la da tuccuà) (trad. questa è la figlia di mia sorella e tu non la devi toccare).

Che ve lo dico a fare?

Io da quel giorno ero per tutti  “la nipote” di Pasquale.

Sarei potuto andare in giro anche nuda e nessuno, dico nessuno, mi avrebbe dato fastidio.

Che ve lo dico a fare?

Dal giorno che presero “zio Pasquale” e lo misero dentro, il quartiere non era più sicuro e tranquillo come una volta.

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