Ross

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Aveva quel suo  strano modo, quasi solenne, di costruirsi le sigarette, che persino il mondo sembrava fermarsi, quando si accingeva a prepararsene una. Anzi il mondo si fermava, sospeso e in attesa, attorno a lei e attorno a me.

Rollava la cartina su cui aveva sistemato il tabacco quasi fosse un rito sacrale, più e più volte, con un gesto costante e preciso delle dita, la umettava quindi con la saliva per formarne un cilindro sottile e perfetto, e solo quando poneva la sigaretta tra le labbra, accendendola con quei cerini odorosi ed inspirava il fumo con avidità fin dentro i polmoni, il mondo intero riprendeva a funzionare.

Ho vissuto con lei più di un anno, quando io di anni non ne avevo ancora 20 e lei era vicina ai 30.

Ross era un concentrato di saggezza ed esperienza.

Ross era il riassunto di mille vite vissute a morsi ed io, ragazzina catapultata a calci in culo nel mondo, non potevo non adorarla.

Portava  un coltello a serramanico dietro la tasca dei jeans e quando ci capitava di rientrare tardi, col notturno di  piazza Flaminio ormai deserta e silenziosa, non provavo paura con lei al mio fianco.

Mi voleva bene, mi aveva preso sotto la sua protezione.

Sarà stato per i miei occhi sperduti o per i miei lunghi capelli che non permettevano la comunicabilità.

Sarà stato per quell’aria smarrita che avevo. Ma di certo l’approccio con la mia nuova vita in una città enorme, sconosciuta e meravigliosa come Roma, non sarebbe stato lo stesso senza di lei.

A volte spariva per qualche giorno. Viaggiava rigorosamente in autostop, da sola.

Quando era a corto di soldi  lavorava in un pub, là sul lungotevere e rincasava nel cuore della notte.

Udivo il rumore rassicurante  delle chiavi nella toppa e tiravo un sospiro di sollievo.

Ross non aveva paura di niente. E accanto a lei, anche io non avevo paura di niente.

Il freddo dell’inverno era davvero rigido in quella stanza in cui abitavamo e quando studiavo mi piaceva riscaldarmi rannicchiandomi nel suo giaccone di pelle di montone.

Mi piangeva il cuore restituirglielo ogni volta che  doveva uscire.

E poi è andata via anche lei.

“Sei grande ormai”, così mi disse, mentre io avevo gli occhi rossi e gonfi di lacrime.

“Te la caverai anche senza di me”, aggiunse.

Mi lasciò un po’ di piatti, qualche bicchiere, un vecchio frigorifero scassato, ma soprattutto mi lasciò la sua giacca di pelle di montone.

E aveva ragione. Me la cavai da sola.

©RitaLopez

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