Ganimede

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Un tempo avevo un figlio. Ganimede si chiamava.

Era bello il mio ragazzo, aveva gambe e braccia forti.

Se guardo dalla finestra riesco ancora a vederlo, mentre corre a piedi nudi sul prato.

Ha i capelli arruffati e piccole gocce di sudore sulla fronte. Mi chiama ridendo, io lo saluto.

E’ felice. Ed io, anche io lo sono.

Ma Zeus un giorno lo vide. Lo vide mentre correva libero per i prati.

Si trasformò in un’aquila enorme e quando agitava le  grandi ali spiegate, oscurava il  sole nel cielo.

Piombò giù, in picchiata, fino a ghermire con i suoi artigli il mio ragazzo. Il mio Ganimede.

Mio figlio è adesso nelle mani di un vecchio lussurioso e ingordo.

Vestito come un damerino, versa il vino nelle coppe degli dei che si divertono.

Ma io ogni volta che mi avvicino alla finestra, continuo a vederlo correre scalzo sull’erba.

Agita la  mano. E mi saluta.

© RitaLopez

(nella foto B. Thorvaldsen( 1770-1844)  Thorvaldsen Museum, Copenhagen).

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