Quando lei è entrata nella mia vita

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Quando lei è entrata nella mia vita io non ero niente di più che una ragazzina a cui era crollato il mondo addosso.

Non so dire perché mi accorsi di lei solo in quel momento.

Forse perché ero sicura che niente e nessuno avrebbe potuto rendere più insopportabile il mio dolore. Forse perché tutto quello che avevo dato per scontato fino ad allora, non lo era più, e tutto quello che non avevo mai notato prima, adesso prendeva davanti ai miei occhi una nuova forma e una nuova consistenza.

E poi eravamo così diverse.

Lei veniva da un quartiere in, da una famiglia “bene”, da genitori laureati, nonni intellettuali. La sua casa era piena di libri e dischi di musica classica e non si sentiva quel terribile odore di cime di rapa e pesce fritto come a casa mia. Tutti parlavano un italiano perfetto e ti apostrofavano con gentilezza. Aveva una stanza tutta per sé, con  i poster di Klee e Andy Warhol alle pareti. Conosceva Bach e Vivaldi, Sartre e Simone de Beauvoir. Io non avevo neanche la più pallida idea di chi minchia fossero, in realtà.

Davvero non so cosa ci trovasse in me.
Davvero non so perché diventò mia amica: se fu solo per pietà o perché, abitando ai bassifondi, assumevo ai suoi occhi quel no so che di esotico.
So solo che entrò nella mia vita. Ed io nella sua. E fu un ciclone.

Fu un ciclone perché le nostre vite da adolescenti si intrecciarono all’unisono colmandosi perfettamente l’una con l’altra,  fino ad un inverosimile e perfetto equilibrio, per fondersi saldamente in nuova vita, pronta ad esplorare territori mai conosciuti, in un susseguirsi di emozioni da capogiro.

Io mi innamoravo della letteratura francese e degli impressionisti  e lei ampliava il suo lessico con fantastiche e impronunciabili parolacce. Mi emozionavo ad ascoltare Toccata e fuga in re minore  e i Concerti Brandeburghesi , mentre lei riempiva i suoi scaffali con gli LP dei Led Zeppelin e dei Pink Floyd e imparava la differenza basilare tra “fare sega” e “fare una sega”.

Veniva a trovarmi a casa mia. Le avevo insegnato le strade da evitare e quelle più raccomandabili. Non mi sentivo neanche più a disagio a doverla ospitare in cucina, visto che io una stanza per me non l’avevo mai avuta e non facevo neanche più caso se si sentisse quel terribile odore di cime di rapa e pesce fritto.

Viaggiavamo su un mondo parallelo e distante. Io e lei.

Mi aiutò a sopravvivere.

E per un po’ dimenticai perfino che mi era appena crollato il mondo addosso.

©RitaLopez

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