Manuele

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Nonna abitava in uno di quei vecchi palazzi popolari e decadenti di fine 800, nel cuore del Libertà.
C’erano un androne buio e puzzolente di umidità e antiche scale di pietra grigia.
Per raggiungere il pianerottolo di casa di nonna, quello che per me era il mondo incantato, dovevo passare davanti alla porta perennemente aperta del tugurio, composto da una sola stanza, dove viveva il vecchio Manuele.
Manuele era un povero cristo a cui, tempo addietro, era stata completamente amputata una gamba. La moglie aveva tagliato la parte di pantalone che non gli serviva più e ci aveva fatto una tendina per la minuscola finestrella sopra il lavatoio così che i raggi di sole, in quei pomeriggi afosi, non entrassero nella stanza.
Era un gigante, o almeno a me così sembrava, e non aveva i denti, tranne i due incisivi laterali. Lunghi. E gialli.
Se noi bambini facevamo casino, i grandi ci dicevano: “Mo ià chiamà Manuel! (Ora chiamo Manuele!).
Ogni santo giorno dovevo passare davanti alla sua porta spalancata.
Il  groppo in gola. Passo dopo passo. Gradino dopo gradino. Costretta ad avere fegato.
Sbirciavo con la coda dell’occhio mentre superavo la sua soglia. Manuele era seduto, intento a mangiare cozze crude e ricci di mare, che apriva con la lama del suo coltello a serramanico. Il vento sollevava la stoffa del pantalone che faceva da tendina, lasciando entrare, a tratti,  la luce accecante del sole.
Un giorno, prima di salire le scale, mi accorsi con orrore che lui era proprio lì sul pianerottolo e mi bloccava il passaggio.
Manuele con la sua coppola grigia in testa, ritto sulle stampelle, era come una gigantesca montagna. Un Ciclope con una sola gamba. La cosa più terrificante che io avessi mai visto.
Il groppo in gola. Passo dopo passo. Gradino dopo gradino. Costretta ad avere fegato. Più del solito. Più degli altri giorni.
Quando mi sono trovata di fronte a lui, non so perché non abbia fatto la cosa più logica che c’era da fare: chiedergli “permesso”. Gli ho dato invece un calcio sullo stinco dell’unica gamba buona.

“Ora mi ammazza”, ho pensato.
Manuele ha aperto la bocca in una specie di sorriso, anche se a me sembrava un ghigno malefico, mostrando  i due incisivi gialli e lunghi, simili alle zanne di un elefante.
Il mio cuore deve aver cessato di battere. Manuele si scostò. E mi fece passare.

Sissignori, la montagna gigantesca, il Ciclope con una sola gamba, ridendo col suo ghigno terrificante, lentamente si scostò e mi fece passare.

©RitaLopez

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