Le scale

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Siamo state mesi e mesi a casa di nonna, io e mia sorella.
Papà lavorava fino a sera e mamma era in ospedale, con la terza sorella più piccola, malata.
In un ospedale specializzato del Nord.

Il bagno di casa di nonna misurava un metro per un metro; c’era spazio solo per la tazza del cesso, addossata ad una delle pareti.

Io e mia sorella eravamo costrette a lavarci nella grande bacinella di plastica azzurra, al freddo della vecchia cucina, con la stufa elettrica puntata addosso, e ci veniva da ridere.

Irresponsabilmente inconsapevoli del dolore di quei mesi, incoscientemente sorde alla tristezza di quei giorni.

Io e mia sorella, 6 e 4 anni appena, le scarpe consunte di vernice nera, i cappelli colorati di lana in testa e le nostre casacchine alla Mao Tse Tung, cucite a mano da mamma tempo addietro.
E poi un giorno, mentre giocavamo per le scale del vecchio palazzo di nonna, insieme agli altri bambini, uno di loro, più grande, mi fa:

“Domani torna tua madre. Tua sorella è morta.”
E sarà stata quell’aria strafottente, quasi di sottile soddisfazione per essere stato il primo a darmi la notizia, o il gesto delle dita della mano, quando si fanno roteare insieme l’indice e il medio,  per far intendere che uno è passato a miglior vita.
Sarà stata quella sua piccola faccia di cazzo compiaciuta, o la posizione delle gambe leggermente divaricate, quasi di sfida, al limite dell’appagamento…
L’ho spinto per le scale.

Di certo non si aspettava che la piccola mocciosa dalle scarpe consunte e la ridicola casacca alla Mao Tse Tung avrebbe reagito.
E’ rotolato dall’alto della scalinata, giù, giù, giù, fino agli ultimi gradini.

Sorprendentemente sbalordito dall’audacia dell’odiosa ribelle.

Nessuno ha fiatato. Né lui, né gli altri bambini ammutoliti.

Non pensavo a mia madre, non pensavo a mia sorella, morta in un piccolo letto con le grate di ferro ai lati, là nell’ospedale del Nord.
Mi dispiaceva soltanto che il piccolo bastardo non si fosse spaccato la testa.

Egoisticamente concentrata su quell’unico  pensiero.

© RitaLopez

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